Abisso, Grazia, Silenzio di Matteo Veronesi

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Klee, Ad marginem (Kunstmuseum, Basilea)

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ABISSO, GRAZIA, SILENZIO. APPUNTI SULLA VOCAZIONE GNOSTICA DELLA POESIA

L’enigmatico ed inquietante Vangelo di Giuda (che, già noto da testimonianze indirette, è stato da non molti anni restituito dalle sabbie nell’originale copto) mostra un Cristo sorridente, anzi irridente, quasi beffardo: un Cristo che, ad esempio, quasi schernisce gli Apostoli perché – ignari di essere parlati, e agìti, dal Verbo, dalla Parola, come da forze superiori, anteriori ad ogni tempo e identità d’uomo – rivolgono una preghiera al Padre illudendosi che egli possa ascoltarli, e allo stesso modo si illudono di poter contemplare e conoscere la natura del Figlio, come se egli non appartenesse ad un’altra, totalmente altra ghenea, ad una generazione, natura, dimensione che trascende del tutto i confini dell’umano.

Ecco, proprio in questa perenne trascendenza, in questa radicale alterità, in questa ineffabilità e inafferrabilità, risiedono quella profonda vocazione gnostica, quella radicale e drammatica e sempre incompiuta tensione conoscitiva, su cui ci illuminano le pagine di Antonio Sichera.

Siamo al fondo, al cuore di un’ambiguità, di una ferita, di un “segno di contraddizione” non certo limitati agli apocrifi.

Il quarto vangelo, ben più dei sinottici intriso di gnosticismo, forse addirittura sfiorato dalla tentazione o dall’insidia del docetismo, dell’idea di Cristo come pura, illusoria parvenza, mostra una persona divina ambigua, sfuggente, quasi, anch’essa, elusiva, irridente: vano chiedere quali siano la sua origine, la sua meta ultima; vani, più volte (7, 30 e 44), i tentativi dei soldati di arrestarlo, anzi anche solo di afferrare il suo corpo, la sua forma quasi evanescente come un’ombra dell’Ade, o forse come il dantesco «splendore di viva luce eterna» che si discioglie «per l’aere aperto»; sacrilego, quasi, il tentativo di Maria di Magdala di abbracciarlo, a cui egli oppone il celebre «noli me tangere» (20, 17).

L’identità e la voce stessa del Discepolo prediletto (che emblematicamente rivelerà, nell’Apocalisse, i destini ultimi dalla solitudine e dall’esilio) sono avvolte dall’enigma, alonate di reticenza: si definisce (1, 19 sgg.) solo per negazione, non è, letteralmente, che vox clamantis in deserto (vocazione e destino, questi di una Voce, di un Verbo che parlano e gridano, con disperata speranza, con derelitta forza, dall’aridità, dal vuoto, dal cuore della desolazione e dell’indigenza, comuni a tanta poesia moderna, da Hölderlin a Leopardi a Montale all’Eliot cantore della Città Irreale e degli Uomini Cavi).

Un Cristo-Verbo del quale si potrebbe quasi dire, con D’Annunzio, e con consapevole blasfemia, «sparve ombra labile / verso il Mito nell’ombra del crepuscolo» (e si sarebbe tentati di citare le osservazioni di Proust, in margine a Ruskin, circa il peculiare valore di sospensione, attesa, indugio, enigma che è proprio dell’interpunzione nei Vangeli, la quale lascerebbe al lettore iati, bianchi, vuoti da colmare, attese indefinite e irrisolte, densi di non detto e d’indicibile, d’ambiguità e di fascinosi, quasi mistici margini d’interpretazione).

Molto si è scritto, in anni recenti, sulle innegabili parentele che uniscono il racconto evangelico alla tragedia greca, e in special modo alle Baccanti (la tensione e la simbologia sacrificali, i simboli della vite e del vino, lo sparagmos, ossia l’idea, sconcertante, dell’intimità con il Divino che si realizzerebbe attraverso la teofagia, tramite un’incruenta sublimazione dell’arcaico e totemico sbranamento rituale).

Ma, forse, l’affinità essenziale risiede proprio in questo carattere sfuggente, ambivalente, in questa disincantata inafferrabilità del Corpo-Parola, del Verbo-carne. Nonostante il loro esagitato fervore sacrificale, la loro corporeità infine cruenta e piagata, le Baccanti euripidee paiono tutte attraversate e solcate dall’ambivalenza di corpo e illusione. La manifestazione del dio oscilla fra la concretezza della “forma umana”, della anthropine morphe (espressione che sarà ripresa alla lettera nel prologo del Christus patiens, dramma bizantino sulla passione di Cristo), e l’ingannevolezza impalpabile della parvenza, del phasma. Le baccanti, nei loro riti, sono accese da fiamme che non ardono (quasi come il roveto ardente da cui, nell’Esodo, esce la Voce del Dio di cui nulla si può dire, e che è colui, o ciò, che è) e rigate di ferite che non sanguinano (vv. 757 sgg.).

L’analisi potrebbe essere estesa, forse, all’intero universo tragico. Nell’Edipo re, la «Voce immortale» della Divinità è, al pari del Verbo ebraico-cristiano, tale da fondere in sé l’eternità e l’istante, l’improvvisa epifania del nuovo, dell’imprevedibile, e la temporalità immersa nel vortice dei tempi che sempre si ripetono (vv. 154 sgg.).

febbraio 1st, 2017|Matteo Veronesi, proposte1|