Cesare Pavese, maestro per sempre di Milo De Angelis

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Böcklin, Odisseo e Calipso (Kunstmuseum, Basilea)       
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CESARE PAVESE, MAESTRO PER SEMPRE

   Se devo indicare un maestro, un uomo che ha accompagnato la mia formazione e ha accolto le mie domande e i miei smarrimenti, faccio il nome di Cesare Pavese. Provo verso di lui una profonda riconoscenza. Sì, ho sempre sentito di dovere molto a Cesare Pavese, fin dall’inizio. Fin dall’inizio ho cominciato a interrogarlo. E ho trovato in lui quello che attendevo: un uomo severo, un uomo che non addolciva il giudizio, che non pronunciava parole diplomatiche, un uomo inflessibile con gli altri e con se stesso. Un ragazzo ha bisogno di questa severità, di questa serietà. Pavese prende sul serio ogni scelta e ogni libro, gli dà un peso enorme. Pavese dà l’impressione che ogni sua scelta, di vita o di letteratura, avvenga nel giorno del giudizio: da essa dipende la vita intera. Pavese dà un valore immenso a ogni incontro, a ogni evento quotidiano, a ogni libro. Questa serietà pavesiana è vicina al sacro, per così dire. Non che Pavese sia un credente. Sicuramente no. Ma attribuisce un valore unico e salvifico a ogni libro, che sembra scritto sulle tavole della legge, un decalogo da osservare con tutto il proprio essere. Leggere un libro è per lui una questione di vita o di morte, qualcosa che va ben al di là dell’idea di piacere, interesse, curiosità. Pavese sembra divorato dalle pagine, trascinato in un vortice che riguarda il cuore segreto della sua vita e del suo destino, che ogni volta lo pone in una situazione decisiva, in un pericolo, in un aut-aut perentorio, qualcosa in cui si gioca la condanna o la salvezza. “Uomo di carta” lo chiamavano scherzosamente gli amici. E in questa espressione c’è una verità, qualcosa che riguarda la sua dedizione alla pagina, ma anche la sua fragilità, il suo essere di carta, un foglio e una foglia in balia delle forze. Pavese appartiene alla razza dei grandi solitari, come Leopardi o Campana, scrittori che non hanno trovato protezione in una fede sociale o religiosa. Hanno camminato in mezzo ai pali dell’alta tensione, in una situazione di pericolo permanente sono stati messi sotto scacco dalla vita, hanno subito i suoi assalti , le sue incursioni, le sue ferite mortali, hanno vissuto in un regime di massima sorveglianza, in un regime di isolamento, mentre gli altri si aggiravano nella loro vita, vicini e intoccabili, prossimi e remoti, a un centimetro dai corpi, un centimetro che non si poteva valicare: erano lì, a portata di sguardo e a perdita d’occhio.

In Pavese c’è poi un tema che ricorre come un’ossessione. Ed è quello del ritorno, tema a me carissimo. Cesare Pavese è uno scrittore del ritorno, un maestro del ritorno, un artista, persino, del ritorno. Non a tutti è dato tornare. Non sempre è dato tornare. Ci sono giorni e luoghi che non ammettono repliche, sono incomparabili, letteralmente, si rifiutano al paragone, chiedono di restare nel loro atto unico. Altri invece ci chiamano, perché lì è avvenuto qualcosa di essenziale, ed è una convocazione perentoria, una chiamata a giudizio. Pavese, più di ogni altro, ha avuto orecchio per ascoltare questo richiamo, per tornare, per dare volto e parola a ciò che prima era solo una presenza muta. Ha saputo ascoltare la voce dei luoghi amati, che sono stati le sue donne, le sue uniche donne. Ha saputo decifrare questo alfabeto che era lì, in attesa che un poeta lo traducesse. Ed è allora che noi conosciamo, scrive Pavese, nella seconda volta, nel ritorno, quando le cose che rimanevano in fondo a noi assumono il loro vero nome. Per Pavese non si tratta tanto di esprimere qualcosa, ma di chiamarla con il suo giusto nome, con il nome sepolto dai nomi convenzionali o di routine. E questo rende unica la posizione di Pavese rispetto al suo tempo, che era il tempo della letteratura realista o sperimentale. Pavese non sceglie la via della fondazione ma quella dello svelamento, con tutte le implicazioni mitiche e rituali che tale via porta con sé. Non si tratta dunque di fondare un nuovo linguaggio e una nuova visione del mondo, ma di svelare – attraverso un cammino obbligato e rituale, magico e propiziatorio – qualcosa che già esisteva e che ci aspetta da sempre. Non si tratta di camminare verso qualcosa, di esplorare nuovi mondi, ma piuttosto di ritornare dove qualcosa è già avvenuto e continua ad avvenire e a chiamarci a sé, con la forza imperativa di ciò che abbiamo già vissuto e che dobbiamo ritrovare e nominare , a tutti i costi, il luogo cruciale e inevitabile dove eravamo già stati.

Un altro tema che mi è vicino attraversa tutta l’opera e la vita di Cesare Pavese. È il tema dell’antinomia. Pavese tende a spingere all’estremo i contrasti, a sentirsi abitato da presenze opposte e inconciliabili. Contrasti che in altri scrittori possono trovare coesistenza e persino creare ritmo, dinamismo, vitalità, in Pavese assumono la forma dell’aut-aut, della corte marziale, di una scelta decisiva e mortale. Ognuno dei due poli, per affermarsi, deve uccidere l’altro. Pavese è la scena di questo duello. Il corpo di Pavese è il luogo fisico di questa battaglia tra le antitesi, di questo ultimatum. L’antinomia c’è anche in altri autori, c’è in Pirandello o in Montale per esempio, ma è diverso. Pavese non la vive con lo sguardo freddo e logico di Pirandello e nemmeno con quello maturo, immobile e rassegnato di Montale. La vive piuttosto con uno slancio da adolescente, accorato e trepidante, con il batticuore di un debutto e con la delusione del primo amore. Pavese è un antico ragazzo ed è un ragazzo tragico che di fronte al bivio sceglie una via, ma sente tutto il peso dell’altra. Sente tutta la verità dell’altra, la verità non attuata e dunque ancora più stringente. Sceglie una via, ma da quel momento in poi verrà assediato dalla presenza della via che ha eluso. Scrive poi il 3 gennaio del 1938, parlando di una donna segretamente amata: «La vera, profonda ragione della nostra incompatibilità è che lei accoglie tutte le cose con una franca avidità….accoglie tutto, con il corpo e con l’anima …..vedi la sua franca gioia della montagna, la dispersione stessa delle sue giornate sentita semplicemente come tale, la capacità di dedicarsi a ciò che nell’istante ha scelto di fare. Tu invece hai sfasato il tuo accordo di corpo e di anima, vivi in antinomie: voluttuoso-tragico, vile-eroico, sensuale-ideale. Tu la bevi con gli occhi mentre lei mangia una brioche e lei ti vuole tutto il bene che la sua natura le consente. Ma per te è insieme la vita e la morte».

Scheda biobibliografica

Milo De Angelis è nato nel 1951 a Milano, dove vive. Ha pubblicato le raccolte poetiche: Somiglianze (1976), Millimetri (1983), Terra del viso (1985), Distante un padre (1989), Biografia sommaria (1999), Tema dell’addio (2005), Quell’andarsene nel buio dei cortili (2010), Incontri e agguati (2015). Ha scritto un racconto, La corsa dei mantelli (1999) e un volume di saggi, Poesia e destino (1982). Le sue principali interviste sono state raccolte nel volume Colloqui sulla poesia (2008). Traduce dal francese e dalle lingue classiche.

febbraio 1st, 2017|Milo De Angelis, testimonianze1|