Commento a Nodi di Sauro Damiani

>>>Commento a Nodi di Sauro Damiani
PDF

AUTOCOMMENTO

“Nodi”, la poesia eponima del libro (indicato con la maiuscola: NODI), è formata da 10 terzine di versi lunghi non rimati, più un distico finale. La penultima terzina (terzultima strofa, se si considera anche il distico) corrisponde alla terza, saldando strettamente inizio e fine. L’unità della poesia è potenziata dalla ritmica ripetizione di espressioni simili: “E aveva ragione” (verso 5), “E ha ragione anche lui” (verso 14), “ma non ho ragione” (verso 19).   La regolarità e compattezza sono interrotte dalla settima terzina, il cui terzo verso è spezzato in due parti, in corrispondenza della “voce di fuoco” che irrompe dall’oltre e comanda all’io poetico di “lega(re) tutto”, di annodare. L’interruzione è marcata da tre forti e consecutivi enjambements, che se ne trascinano dietro altri di minore intensità; fanno eccezione la terzultima strofa e il distico finale, dove la tensione si placa e risolve. Prima dell’irruzione della voce “altra”, si ascoltano altre voci: quella del “fratello”, della “madre”, dell’io poetico stesso, in una situazione dai caratteri anche umoristici (il fratello con gli occhi che si avventurano oltre la muraglia dei libri). Lo humor, anche humor nero (“Per te, Doctor angelicus”, ad esempio) è di non secondario rilievo in NODI, partecipando al senso di gioco, di danza, di festa che è uno dei suoi tratti distintivi. La mia, infatti, è sostanzialmente, e in controtendenza rispetto a quella moderna, una poesia domenicale, festiva. Ma non certo dimentica del negativo. Un mio costante impegno è infatti quello di penetrare con vigile partecipazione nelle pieghe del mondo, storico e non, per dar voce alla sofferenza e al travaglio del cosmo, e soprattutto, per quanto riguarda gli umani, degli esclusi e degli esuli: l’io poetico non è lirico, ma testimoniale. Non a caso la figura cardinale di NODI è quella di Enea, profugo da Troia in fiamme, che porta sulle spalle il vecchio padre: una delle immagini fondanti della sensibilità occidentale. Inutile dire della potenza esplicativa di questa figura mitica, espressione di portentosi drammi storici, di cui il mio libro cerca di farsi, per quanto possibile, portavoce. L’Eneide è l’interstesto fondamentale di NODI. Vi traduco liberamente un celebre passo del secondo libro e altri versi che si riferiscono a Didone, Turno e Giuturna. Credo che il verso più alto della poesia latina, in cui pare di sentir risuonare il Vangelo, sia quello pronunciato da Didone nel primo libro dell’Eneide: “Non ignara mali miseris succurrere disco”. L’ho tradotto camuffandolo e spezzandolo

La voce irrompe dunque dall’oltre, mescolandosi alle altre e insieme distinguendosene, e comanda di legare tutto. Questo comando, a cui non è possibile trasgredire, spezza lo scorrere vuoto del tempo introducendovi un senso, una direzione. La compattezza di “Nodi”, il suo ordine quasi geometrico, esprimono la fiducia della ragione di chiudere la realtà in un tutto definitivo e luminoso, in un’armonia senza tempo. La voce dell’oltre rompe questa presunzione, senza segnare, tuttavia, il trionfo del caos e dell’irrazionale, elementi estranei al mio modo di far poesia, che persegue sempre chiarezza e precisione. La voce manifesta piuttosto l’esigenza di un ordine diverso da quello astratto, di un’armonia che operi all’interno della molteplicità e del divenire del mondo, naturale e storico. Ecco dunque la necessità di annodare molti ed eterogenei fili. Con il richiamo a Enea ho già suggerito uno dei nodi principali, quello fra cultura classica (oltre a quelle dall’Eneide, sono presenti traduzioni da Euripide e da lirici greci) e cultura moderna, non solo italiana. Nella terza terzina della poesia si accenna anche ad altri fili: quello scientifico (la partenogenesi dei fuchi), quello logico (il dilemma del prigioniero), quello filosofico (il rapporto fra finito e infinito), con una espressione mutuata da Levinas, uno dei filosofi contemporanei che più amo, insieme a Ricoeur, di cui uso “il termine ipse” (l’individualità particolare, che egli distingue dal generico “idem”). Nell’ultima terzina, con il sintagma “cosmo-uomo-cielo” mi richiamo alla concezione cosmoteandrica di Panikkar, teologo da me particolarmente apprezzato per la sua sintesi fra teologia occidentale e orientale. E il nodo fra Occidente e Oriente è un altro di quelli decisivi del libro, in cui si leggono traduzioni da poeti cinesi del periodo T’ang e alcuni similhaiku. Il finale di “Nodi” è chiaramente di impronta orientale. Intanto faccio notare che la poesia si chiude con un distico, in cui il dinamismo prodotto dalle terzine, soprattutto le ultime, trova finalmente pace. Dopo la molteplicità e il conflitto delle voci e dei problemi, viene introdotta la figura dell’albero, al contempo albero della vita e axis mundi. La poesia si conclude con una fusione fra albero, cuore e cupola (che è insieme la chioma della quercia e la cupola di una cattedrale), fra la sacralità del tempio e quella della natura e dell’essere umano. L’ultima parola di “Nodi” è “dormono”: il sonno mistico, in cui risplende la luce che abbraccia e intride l’intera realtà. Coerentemente, NODI si chiude con la parola “silenzio”. La poesia iniziale è, al contrario, intitolata “La voce”. La voce, e ogni voce, si dissolve nel silenzio, l’essere nel non essere, ineffabile origine delle distinzioni e dei conflitti della realtà sensibile.

                             Sauro Damiani

febbraio 1st, 2017|Sauro Damiani|