I colloqui di Elpinti di Giancarlo Pontiggia

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Galla Placidia (Museo di Santa Giulia, Brescia)

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ALESSANDRO RICCI, I colloqui di Elpinti, postfazione di STEFANO AGOSTI, Torino, Edizioni d’Arte di Enrica Dorna, 2015, pp. 96

Ogni volta che mi capita di leggere Alessandro Ricci, non posso non chiedermi: «dov’eravamo, negli anni in cui pubblicava le sue prime raccolte?; e dove sono, ancora oggi, i lettori di poesia, i recensori, gli editori che continuano a ignorarlo?». Non fosse per le cure di Francesco Dalessandro, dubito che l’opera di questo poeta davvero unico, tra le voci maggiori del secondo Novecento, avrebbe potuto giungere fino a noi, uscire dal limbo in cui è stata come occultata: la postfazione di Stefano Agosti, che non esita – con ragione – a paragonare Ricci a Kavafis, così come il numero monografico che la rivista «Gradiva» sta approntando, potrebbero essere il segnale di una svolta.

Nato a Garessio, al confine tra Liguria e Piemonte, nel 1943, ma vissuto sempre a Roma fino alla morte, sopraggiunta per una grave malattia nel 2004, Alessandro Ricci pubblica in vita due sole raccolte poetiche, entrambe prefate da Roberto Pazzi: Le segnalazioni mediante i fuochi (Piovan Editore, 1985); Indagini sul crollo (Edizioni del Leone, 1989), alle quali faranno seguito I cavalli del nemico (Il Labirinto, 2004), libro postumo ma «approntato da Ricci prima che la malattia gli togliesse tempo e forze» (Dalessandro). Sempre per le Edizioni del Labirinto del compianto Gianfranco Palmery, escono poi due raccolte di inediti (L’arpa romana, 2007; L’editto finale, 2014); per le Edizioni d’Arte di Enrica Dorna, infine, i Colloqui di Elpinti, comprendenti testi già pubblicati nelle raccolte precedenti, ma legati dalla comune ambientazione delle vicende e delle figure nel mondo greco-latino, soprattutto tardo, con qualche puntata in quello bizantino e medievale.

La poesia d’esordio, Baia, un suicidio per acqua, risale alla fine degli anni Sessanta, nel pieno di una cultura sperimentalistica cui Ricci doveva sentirsi completamente estraneo. Ma anche questo appartiene al suo destino di poeta: una condizione di separatezza forse cercata, ma anche inevitabile, che nasce da un senso di disgusto nei confronti della cultura contemporanea; alla quale si oppone una visione del mondo antico non mitizzata né rassicurante, ma fornita di una sua magnanima grandezza. Il protagonista di Baia, un suicidio per acqua, è Furio seniore, sotto il cui nome si cela la figura di Lucrezio; e s’immagina che quel nome, così come la decisione del protagonista di darsi la morte, derivino dal passo geronimiano in cui si legge che il poeta latino amatorio poculo in furorem versus […] propria se manu interfecit. Ricci colloca in uno dei centri di villeggiatura più alla moda dell’epoca il luogo della morte di Furio, colto nel momento in cui scende «per la gradinata di Baia / Alta alla riva» del mar Tirreno, in compagnia di due amici, Elvio e Licinio, due neoteroi della cerchia di Catullo, qui assente, in realtà presente nei pensieri di Furio, che mentre si avvia alla morte è come sopraffatto da un’onda casuale di sensazioni, dettagli insignificanti, memorie: un’espressione del De rerum natura (amari aliquid, IV, 1134); un termine osceno (scortillum) del Liber catulliano (X, 3); i sandali di quel Veranio che compare sempre in Catullo  (IX, 1 ss.) come omnibus e meis amicis / antistans. Eppure, agli occhi di Furio, quei versi, quei luoghi («Baia è tutta un giardino», con una probabile eco dei giardini filosofici di Epicuro) e quegli amici sembrano dissolversi nel gran mare di tedio della vita, nell’abbaglio finale di un «lago di luna». La poesia, che colpisce per la tensione meditativa e insieme allucinata delle sequenze, è un esempio di come Ricci sappia comporre i suoi quadri: innestando su dati storicamente ineccepibili la sua riflessione esistenziale; aggiungendo alla verità della storia dettagli d’invenzione che pure appaiono plausibilissimi a chi legge. Furio-Lucrezio è una delle sue tante maschere, votate allo scacco e alla sconfitta esistenziale: figure di un destino tragico, stoicamente sostenuto, pervase di una malinconia mortale, irreparabile.

febbraio 1st, 2017|Giancarlo Pontiggia, recuperi1|