Intervista a Sauro Damiani

>>>Intervista a Sauro Damiani
PDF

Dieci anni fa usciva Canto dell’amore assente, un libro assolutamente controtendenza sia sotto l’aspetto della forma (le forme metriche chiuse, le simmetrie nella struttura, il simbolismo numerico ecc.) sia sotto l’aspetto del contenuto (l’amore mistico) che riprendeva antiche tradizioni sia occidentali che orientali (Il Cantico dei cantici, il Dolce Stil Novo, S. Giovanni della Croce, Rumi, Hafiz ecc.). Su tutto predominavano le lezioni dei due grandi modelli della poesia italiana, Dante e Petrarca. Puoi dirci quale importanza hanno avuto Dante e Petrarca nella tua formazione e come s’intreccia nel tuo libro il loro insegnamento?

Premetto che per me, diversamente da quanto affermano alcuni rumorosi profeti del neoateismo, il mondo presenta un ordine e un senso, non è dominato dal caos, che pure esiste e svolge anche una funzione positiva, impedendo la cristallizzazione della realtà, il congelamento della libertà. Mentre in Nodi l’ordine è in divenire e non è mai completamente realizzato, nel Canto dell’amore assente appare già compiuto, proiettato in un orizzonte metastorico e mitico, in un’armonia senza dissonanze. Per questo motivo il Canto, nell’insieme e nelle sue tre diverse parti, è chiuso in sé stesso, in una circolarità di esultanza, di luce su luce, ma anche di tranquilla luminosità quotidiana, di oltretempo nel tempo. Perciò la rima è necessaria, non diversamente dalla mistica numerica. I miei riferimenti sono quelli da te nominati. Aggiungerei, fra i più noti, Meister Eckart e Angelus Silesius. Fra i persiani antichi, ancora più che Hafiz, Rumi (sono un lettore assiduo del Mathnawi, nell’integralità dei sei libri). Hai ragione a sottolineare l’importanza di Petrarca e del Dante stilnovistico. Di Petrarca accolgo soprattutto la struttura circolare del Canzoniere e la sua atmosfera di evocazione, di sogno, di suggestione musicale; sono invece lontano dal Petrarca dei conflitti e paradossi psicologici, che tanta fortuna hanno avuto nei secoli successivi, sempre più centrati sull’ego, sulla sua assoluzione e dissoluzione. Per quanto riguarda Dante, quello stilnovistico dell’amore-virtù, della bellezza fonte di luce e di vita, dominante nel Canto, non sarà mai da me abbandonato, anche se in Nodi prevarrà l’autore della Divina Commedia.
Dante e Petrarca sono due fonti alle quali mi sono sempre abbeverato, come, credo, tutti i poeti italiani che intendano fare una poesia dalle ampie risonanze e che, venendo da lontano, miri ad andare lontano. Nella giovinezza è stato soprattutto Petrarca a parlarmi, e molto più di Leopardi, poeta che ho sempre avvertito estraneo al mio più profondo sentire, e col quale tuttavia si debbono fare i conti per comprendere la modernità. Dante (intendo quello della Commedia) si è imposto in seguito, quando ho sentito la necessità di entrare “nel magma”, di partecipare, nel modo più consapevole possibile, al travaglio della storia e della realtà in genere, dal big bang fino al giorno d’oggi, alle sue cronache di sangue e di splendore.

Canto dell’amore assente è scritto in un linguaggio chiaro e preciso come pochi, sebbene nella poesia di ascendenza mistica in genere il linguaggio sia oscuro e talvolta impenetrabile. Qual è il tuo modo di sentire il rapporto tra poesia e mistica?

Il percorso mistico segue la via indicata esemplarmente dallo Pseudo Dionigi nella sua “Teologia mistica”: sfocia nel silenzio, nel “nulla” di Meister Eckart, nella “notte oscura” di san Giovanni della Croce. Al contrario, la poesia, pur scaturendo dalla notte e dal silenzio, non è fatta di nulla e di notte, ma di parole concrete e diurne, di linguaggio intersoggettivo e partecipabile, consegnatoci dalla tradizione. San Giovanni della Croce parla del suo percorso mistico e dell’unione con Dio in limpide strofe rimate, dove non una rima è fuori posto. San Giovanni è un mistico ma anche un poeta e mantiene l’autonomia della scrittura poetica. Non comunica l’esperienza mistica in atto, ma ne parla quando è terminata, accumulando, nella distanza rammemorante, metafore e paradossi («muoio di non morire») e soprattutto usando il linguaggio privilegiato del simbolo («notte», «luce»), parola evocativa ed emotiva, che connette senza mediazioni razionali finito e infinito, umano e divino, presenza e assenza. Dante nel Paradiso non si comporta in modo diverso. Scrivere poesia nel corso dell’excessus mentis significa stravolgere il linguaggio fino a renderlo impenetrabile, creando quasi un antimondo linguistico. Non dico che non si possa seguire questa strada (e infatti è stata seguita), ma mi sembra che così vengano confuse due esperienze diverse, con le loro diverse espressioni. Anche Jacopone, benché meno controllato di Dante, non riduce la parola a balbettamento; contorce la sintassi ma non la stravolge. Piuttosto moltiplica le parole, le fa esultare una sull’altra, in un ribollimento che non è mai straripamento. Il linguaggio “delirante” del mistico nel corso della sua esperienza del divino può essere stimolante per la poesia. Ma la poesia penso sia altra cosa. Essa sfiora la soglia che conduce allo scacco della parola, tremola, evoca, si tende, sembra quasi che voglia spezzarsi, manifesta insieme il suo splendore e la sua impotenza – ma resta al di qua. L’esempio sommo è Dante. Egli ci conduce alle porte dell’ineffabile, con parole che girano su sé stesse in un quieto turbine di luce: «O luce etterna che sola in te sidi,/sola t’intendi, e da te intelletta/e intendente te ami ed arridi!». Al di là della porta non c’è più la Divina commedia ma un’esperienza privata, troppo traboccante per essere tradotta nel linguaggio umano. Al di là non c’è più poesia.
Questo discorso non vale per la particolare mistica della “poesia moderna” (alla quale appartengo e non appartengo). Pound ha scritto che la grande arte serve a suscitare o a creare estasi. Ma le estasi dei poeti moderni, che si muovono nel deserto dei valori tradizionali, finiscono quasi sempre per avere come contenuto la poesia stessa, trasformata in assoluto e investita di poteri salvifici. Esemplare è quanto scrive Mallarmé:«Le monde est fait pour aboutir à un beau livre». In realtà non è il mondo che deve essere giustificato, ma il libro, anche se bello. Lungi da essere un assoluto, la parola letteraria, e prima di tutto quella poetica, è relativa, cioè relazionale: intesse relazioni con Dio, col mondo (storico e non), con l’uomo. Nella mia poesia Sulla strada (1) l’io parlante, che sta navigando nel cyberspazio, preso in una rete di rimandi e di irrisolvibili enigmi, a un tratto abbandona tutto ed esce di casa correndo per soccorrere una persona caduta e sanguinante. Nel volto del ferito, che gli sorride, il protagonista riconosce il suo stesso volto. La poesia termina col verso, che mi è particolarmente caro: «Mi sorrido, non c’erano enigmi, tutto era così semplice». La bellezza è per la vita, non la vita per la bellezza. Senza il Vero e il Bene, il Bello è alienante. La bellezza luciferina esplorata da tanti poeti moderni («sors-tu de l’abime,/o Beauté?» come scrive Baudelaire) è contraffazione, escrescenza maligna della bellezza che viene «du ciel profond», la sola a essere amica dell’uomo perché ne porta le ferite, come l’Agnello dell’Apocalisse di san Giovanni.

Un altro tema fondamentale in questo libro è il rapporto tra la conflittualità del vivere e l’ordine aureo della poesia …

Nel Canto dell’amore assente i conflitti sono da subito assorbiti – come giustamente dici – nell’ordine eterno, “aureo” della poesia, che dell’ordine del mondo è simbolo vivente: non rispecchiamento, ma incarnazione, finito che sposa l’infinito e che di esso risplende. Nel Canto non c’è dramma. Al contrario, in Nodi i conflitti non sono lievi increspature di un mare sostanzialmente calmo e luminoso, ma flutti potenti, tsunami devastanti. In quest’opera l’ordine non è già da sempre dato, ma, come ho già detto, è in incessante e tortuoso divenire. Il logos opera nel e attraverso il caos; ne riconosce la presenza, anche positiva, ma, intrecciando nodi sempre più complessi, ne combatte la potenza disgregatrice e la indirizza verso un fine e una pienezza escatologici. Fine e pienezza che tuttavia possono essere sperimentati e gustati già ora e qui. Il tempo lineare si contrae in grani d’oro, il veleno si trasforma in miele.

«Abbiamo il mondo, ma perdiamo il cielo» si legge in un sonetto della seconda parte (Sonetti dell’amore lontano). Cosa comporta per i poeti la perdita del cielo?

Comporta la perdita della verità del mondo, ridotto a una sola, falsificante dimensione. La più significativa poesia del secolo scorso ne è eloquente testimonianza. Ma anche l’arte del ’900 soffre di un tale desolante appiattimento. Questa riduzione, naturalmente, ha ragioni storiche, non è frigida escogitazione di poeti e artisti. Io mi limito alla constatazione di un fenomeno epocale. Però penso che oggi esistano le condizioni per iniziare a voltar pagina. Credo che l’età del disincanto sia giunta al termine e che si sia aperta la strada per un nuovo incantamento, che, in quanto nuovo, si diversifica dall’antico. Si tratta di un percorso non dissimile da quello di cui tratta il teologo Richard Kearney, allievo di Paul Ricoeur, nel libro Ana-teismo: un ritorno a Dio dopo Dio, dopo cioè che le immagini tradizionali di Dio non rispondono più alle nostre esigenze culturali e spirituali. Nuovo incantamento significa riscoprire che nel mondo, di nuovo illuminato, le dimensioni sono più di una, e che il riso e la danza non solo sono possibili, ma necessarie, in quanto manifestano la realtà più profonda dell’uomo, essere terrestre ma impastato di cielo: «O gente umana per volar su nata,/perché a poco vento così cadi?», scriveva padre Dante. È proprio per sottolineare da subito la varietà delle dimensioni che ho aperto Nodi con tre poesie molto diverse l’una dall’altra sia nel contenuto che nella forma. Per limitarsi all’aspetto formale,“La voce” è una poesia ampia e internamente mossa, con strofe e versi di varia lunghezza. “La pietra”, invece, è come un immobile blocco, composta com’è di sei strofe, ciascuna di cinque versi pressoché della stessa misura. Infine, la terza poesia, senza titolo, è un lampeggiante haiku.

Nodi, il tuo ultimo libro, sembra abbastanza diverso da Canto dell’amore assente con il suo entrare decisamente nel magma della contemporaneità ( la globalizzazione, le mode giovanili, l’orrore delle guerre tecnologiche, i nuovi modelli di pensiero introdotti dalla scienza,in particolare dalla fisica quantistica), anche se ripropone in sottofondo la tua concezione festiva e domenicale della poesia. Dal punto di vista metrico e stilistico non troviamo più le forme chiuse e circolari. Sotto questo aspetto Nodi segna una presa di distanza rispetto alle forme tradizionali o un momentaneo abbandono?

Nodi costituisce la selezione ragionata di una vasta opera ancora in fieri, nella quale cerco di coniugare ordine e caos, chiuso e aperto, finito e infinito: Dante e Musil, se vogliamo, per prendere due esempi paradigmatici. Un tentativo, il mio, forse destinato al fallimento. Beckett diceva che l’obiettivo della letteratura è fallire meglio. Il nucleo condivisibile di questa discutibile affermazione è l’invito a mirare in alto, a porsi grandi obiettivi, degni della grandezza dell’essere umano, per nulla sminuita dalla critica dei “maestri del sospetto”, dal darwinismo, dal neopositivismo delle neuroscienze. È quel che sto facendo. Anche sotto questo aspetto Nodi si differenzia in modo profondo dal Canto dell’amore assente, pur riproponendo, come giustamente osservi, la mia concezione sostanzialmente domenicale e festiva della poesia.
Non so se l’abbandono delle forme tradizionali è momentaneo o definitivo. Io cerco di pormi in ascolto del mondo e di me stesso, senza pregiudizi; poi, quel che sarà sarà. Un’ultima osservazione. A ben vedere, in Nodi non ho abbandonato del tutto le forme tradizionali. Poesie come “La pietra”, “Vacanze italiane”, “L’incontro”, “Da via Mazzini”, “L’ennesimo pozzo”, con le loro strofe di un ugual numero di versi all’incirca della stessa misura, richiamano le forme chiuse consegnateci dalla tradizione, interagendo con le poesie di forma più libera, secondo il rapporto di chiuso e aperto di cui ho detto sopra, con risultati sempre mutevoli, mai del tutto pacifici.

febbraio 1st, 2017|Sauro Damiani|