Intervista a Tommaso Di Dio

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Nella breve nota al tuo ultimo libro di versi, Tua e di tutti, dichiari il tuo debito ad alcuni poeti. Nell’ordine: Alceo, Leopardi, Clemente Rebora, Pascoli, Eliot, Hölderlin, Caproni. Colpisce la varietà, di lingua e di epoca, degli autori. Ai quali aggiungi anche il nome di due grandi storici latini, Cesare e Tacito. Letture vaste, non così scontate in un poeta nato negli anni Ottanta. Inevitabile chiederti come ti sei formato culturalmente e letterariamente, chi sono stati i tuoi maestri di pensiero e di scrittura, e come sei giunto alla poesia.

Caro Giancarlo, avrei dovuto aggiungere almeno dieci volte i nomi che lì ho inserito, soltanto per avvicinarmi ad indicare il debito che ho contratto scrivendo! La scrittura e il debito… di questo mi chiedi in realtà: e non è argomento da poco. Nella nota a Tua e di tutti ho deciso di fare riferimento a quei nomi e non ad altri, perché mi sono servito di alcuni loro versi all’interno delle mie poesie. Volutamente, non sono segnalati nel corpo del testo e sono in esso immersi e come mimetizzati. Era mia intenzione creare una sorta di secondo registro di lettura a cui il lettore potesse accedere: in un primo, la nuda lettera (se qualcosa mai come una “nuda lettera” possa esistere); in un altro – che avrei voluto, in un’ulteriore lettura, complanare e sincronico al primo – ciò che si va leggendo è arricchito da una persistente eco di sottofondo: il continuo dubbio che quel verso che si avesse davanti agli occhi non fosse mio, ma potesse essere di uno di quegli autori che tu hai riportato e che ho voluto aggiungere alla Nota. Vorrei una lettura che avesse sempre sottesa una domanda: chi è il poeta e cosa è la tradizione? Chi è Alceo? Dov’è la sua poesia? Chi scrive qui? Il poeta – o meglio: la poesia – è sempre un canale di scritture trapassate, un mezzo, un medium attraverso cui tutto ciò che è stato scritto può trovare una fessura per riemergere e incontrare nuovamente figura e senso. Mi viene in mente un verso che ho riletto di recente di un poeta che amo molto, Wallace Stevens: «Beings of other beings manifold», esseri che sono d’altri esseri collettori, ecco: mi sembra una definizione di chi sia il poeta.

Ora che ci penso, Giancarlo, questo verso di Stevens mi rimanda al nome di un altro poeta che forse è stato il primo che ho letto davvero: Fernando Pessoa. Scrissi la mia prima poesia in un periodo di convalescenza (avevo preso una grave distorsione ai legamenti di una gamba, giocando a pallacanestro), proprio qualche tempo dopo il casuale ritrovamento, a casa, di un suo libro. Era un’edizione tascabile senza testo a fronte, di un inquietante color pesca, che presentava una traduzione non so adesso dire quanto attendibile di The Mad Fiddler, Il violinista pazzo, uno dei libri ortonimi in lingua inglese di Pessoa. Ne ho un ricordo incredibile e non so quanto una rilettura di oggi confermerebbe l’entusiasmo; a quel tempo lo lessi e lo rilessi: me ne intrisi. Avrei avuto modo di studiare davvero Pessoa soltanto molti anni dopo, all’Università (a Milano, al tempo, insegnava il bravissimo Piero Ceccucci: per tre anni di fila ho seguito le sue lezioni), eppure già al tempo mi fece un’impressione enorme. E forse l’idea del poeta come essere abitato da altre voci, ospite che accoglie esattamente per quanto è accolto, iniziò a lavorare in me a partire da lui. Gli ultimi versi della poesia Dream sono i seguenti (la leggo ora, in lingua originale per la prima volta, dal sito-archivio della sua opera, arquivopessoa.net): «There we shall awhile gain / all the elusive selves / we never can obtain». Forse la poesia ha sempre in sé questa promessa? O meglio: è di questo che si sostanzia la sua promesse du bonheur? Di poter essere collettore di quei sé sfuggenti?
Fra il mio incontro con Pessoa e quello con Stevens (che è molto più recente) ci sono in mezzo due poeti di cui non posso proprio tacere, un poeta italiano e un altro poeta americano. Il primo mi è stato compagno di tutta l’adolescenza: Eugenio Montale. Durante quegli anni, pur avendo letto e riletto gli Ossi di seppia, elessi i suoi mottetti a modello di perfezione assoluta. Mi affascinava l’abilità di tenere compatto il tessuto poetico, di racchiudere un’ardita complessità in un movimento musicale solo, breve e totale. Ancora oggi il mottetto numero otto mi dà i brividi: Ecco il segno; s’innerva. Da Montale sono arrivato al secondo, T.S. Eliot, e al suo The Waste Land, che ho iniziato a studiare e a tradurre integralmente sui banchi di scuola, durante le ore di biologia… ancora oggi Eliot è per me un maestro immenso, per la capacità sapienziale e sinfonica della sua scrittura: da lui (e da Pascoli) ho compreso cosa sia l’arte del montaggio.
La mia formazione è stata sostanzialmente su questi tre autori, più i classici della letteratura italiana, ovviamente, fra cui spiccano Leopardi, Ungaretti e Quasimodo, letti e amati anch’essi fin dall’adolescenza. Tutto il resto è arrivato dopo, in un turbine di letture voraci, negli anni universitari. Fino ai 21 anni non avevo mai letto né conosciuto un poeta vivente, né avevo mai fatto leggere ciò che scrivevo ad anima viva. Se qualcosa è cambiato, devo ringraziare un poeta di Milano, Stefano Raimondi: se non ci fosse stato lui e i cicli di incontri Parole Urbane da lui promossi e curati, non avrei mai saputo che potesse esistere un mondo della poesia fatto da persone vive! Fu la lettura e lo stravolgimento per il suo libro La città dell’orto (Casagrande, 2002) a dischiudermi la possibilità di intravedere cosa potesse essere la poesia nel mio tempo. Fu lui a leggere i miei primi versi e a distruggerli: mi ricordo ancora il giorno in cui mi invitò a casa sua e mi suggerì di buttare tutto, di ricominciare ogni cosa daccapo, di leggere Milo De Angelis, fra gli altri, e La lettera di Lord Chandos di Hugo von Hofmannsthal. Fu un battesimo salutare.

Per la mia crescita fu poi decisivo l’incontro con il poeta e la poesia di Mario Benedetti e quello con il pensiero di Carlo Sini: due esperienze che, in modi molto diversi, ancora lavorano in me.
La ricerca filosofica ha sempre avuto un’influenza sulla mia scrittura: non posso pensarla disgiunta dalla ricerca poetica, sebbene sappia bene la distanza che le separa. Nondimeno, poesia e filosofia sono legate dalla medesima tensione verso l’esercizio, verso la verità. Quando Platone fa dire a Socrate nel Fedone (91a) che non si darà pensiero se quello che sta per dire appaia vero agli altri – se così avviene tanto meglio, aggiunge –, ma è primariamente importante che esso appaia vero a sé prima che ad ogni altro, sta descrivendo un’urgenza che è propria anche della parola poetica moderna, anzi ne è la sua condizione elementare: ovvero che essa non è mai legata ad un’occasione estrinseca, mondana, ma sempre ad un vivo motivo interiore, ad una tensione assolutamente relativa (ovvero in ognuno diversamente assoluta ogni volta in cui accade) verso la verità della parola. Il poeta, come il filosofo, chiede e cerca una parola che produca l’esperienza della verità, che la spartisca e la esibisca, ogni volta da rifare e da ricominciare, dialogo dopo dialogo, poesia dopo poesia.

 

febbraio 1st, 2017|Tommaso Di Dio|