Lavorare stanca, o le poesie del mattino di Liborio Barbarino

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Turner, La mattina dopo il diluvio (Tate Gallery, Londra)
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Lavorare stanca, o le poesie del mattino

Cesare Pavese pubblica la sua prima raccolta di poesie – Lavorare stanca, il libro d’esordio – nel 1936, a 28 anni, per i tipi di Solaria. Tornerà sull’opera nel 1943 con una «seconda edizione aumentata» (da 45 a 70 liriche) stampata questa volta presso Einaudi, prima di suggellare la sua avventura poetica (e letteraria) con le diciannove liriche (comprese quelle di La terra e la morte) di Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. Lavorare stanca è dunque in questo senso il mattino di Pavese, l’alba della sua creazione poetica. Ma non è questo il cuore del mio intervento.

Per cercarlo, partirò da un componimento del 1940 che s’intitola, appunto, Mattino: «Nel crepuscolo l’acqua molle dell’alba | che s’imbeve di luce, rischiara il viso. | Ogni giorno è un miracolo senza tempo, | sotto il sole: una luce salsa l’impregna | e un sapore di frutto marino vivo». In questi versi viene esplicitata una visione del mattino come momento epifanico che troveremo ancora nella poesia di Pavese. Si veda, ad esempio, con un segno decisamente negativo, l’apertura della seconda strofe di Mito: «Ci si sveglia un mattino che è morta l’estate».

Mito racconta la trasformazione in uomo del giovane dio «che ignorava la morte», e introduce la figura dell’uomo solo e vecchio che domina l’ultima sezione del Lavorare stanca 1943. È ancora un paesaggio marino, nella luce dell’alba, a far scattare il corto-circuito, tra mattino mare e ricordo: «Le spiagge oscurate | non conoscono il giovane, che un tempo bastava | le guardasse. Né il mare dell’aria rivive | al respiro».

Anche Paternità, lirica che dà il titolo all’intera sezione, racconta nel mattino che «ferisce» il tormento del desiderio per «l’uomo solo dinanzi all’inutile mare» e l’impossibile contatto con la donna «che farebbe l’amore | se non fosse lei sola».

La luce del mattino è evento o rivelazione, svelamento del fondo: «Basta un poco di giorno negli occhi chiari | […], e la invade l’ira | la scabrezza del fondo che il sole riga. | Il mattino che torna e la trova viva, | non è dolce né buono […]. | Ogni cosa nel giorno s’increspa al pensiero | che la strada sia vuota, se non per lei» (Paesaggio VII). Nel risveglio si concentra lo stupore d’esser vivi o la lama di un’assenza: la Puttana contadina «si sveglia deserta al richiamo inoltrato | del mattino» (= «the full-noon trill», Whitman, Song of Myself. Per lei il deserto è la distanza dai «primi anni, che il cuore balzava scoprendo»: «molte volte ritorna nel lento risveglio | quel disfatto sapore di fiori lontani | e di stalla e di sole». Così per la donna di Agonia al «risveglio | […] un tremore più freddo accompagna il mattino. | Son lontani i mattini che avevo vent’anni»).

Anche nelle ultime poesie, quelle di Verrà la morte, accadrà di «soffrire nell’alba»: «i mattini passano chiari e deserti», «lenti», sono «un gorgo d’immobile luce». Di più «è buio il mattino che passa | senza la luce dei tuoi occhi». Ancora, nello stesso periodo (nota del 16 maggio 1950) il Mestiere di vivere registra: «adesso il dolore invade anche il mattino».

Il lettore avvertito avrà notato come fin qui le nostre citazioni – che pure sembrano confermare ‘in a sentimental mood’ la lettura canonica di Pavese – coprono solamente una porzione della poesia del langarolo. Resta, infatti, esclusa la sua prima voce: Lavorare stanca nell’edizione del 1936.

L’autore stesso – e la critica, in misura minore e con esiti recentissimi – hanno evidenziato l’unicità dell’opera del 1936, sia nei confronti della coeva lirica italiana, sia in rapporto alla restante poesia pavesiana, compresa quella preistoria che prendeva le mosse, tra ‘febbri luminose’ e turgori decadenti, dalle estreme propaggini della temperie culturale fin de siècle. Studi recenti e profondi (il Pavese di Sichera su tutti) illuminano la genesi americana (whitmaniana) del radicale cambio di segno di Lavorare stanca nella sua prima edizione. Ora, io credo che nel trattamento del ‘mattino’ sia possibile misurare – con una certa fisiologica approssimazione, considerato il complesso e sfumato sistema dei contrasti pavesiano – la distanza tra la prima e la seconda ‘stagione’ di Pavese.

Perché quest’inchiesta abbia senso, dobbiamo partire da una questione preliminare: quanto peso ha ‘il mattino’ nell’economia globale della sua poesia?

febbraio 1st, 2017|Liborio Barberino, saggi n1|