Pavese compagno di classe di Sauro Albisani

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Münch, Sera sul viale Karl Johan (Kunstmuseum, Bergen)
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PAVESE COMPAGNO DI CLASSE

   Negli anni del liceo, Pavese fu il mio invisibile compagno di banco. A quell’età la lettura aveva la virtù di farmi percepire misteriosamente presente l’uomo di cui le pagine mi restituivano la voce. Ma l’emozione segreta nasceva dal fatto che io udivo la voce di un ragazzo. Gliene ero grato perché, senza bene rendermene conto, in quel ragazzo riconoscevo me stesso. Non ci accomunavano, per quanto potevo saperne, aspetti autobiografici, ma la percezione di una sacralità che, già per la sua generazione e a maggior ragione per la mia, non trovava più il conforto della preghiera. La voce di Pavese aveva il valore, prezioso al mio ascolto, di dire quella sacralità prendendo il posto lasciato vuoto dalla preghiera. Ma cos’era quel ‘sacro’ che quando mi raggiungeva come un’ improvvisa folata suscitava nel mio cuore incredulo un attacco di tachicardia? Era, me ne accorgevo a intermittenze ascoltando il pulsare dell’inquietudine, il disagio d’esistere.

Cosa portava con sé, di sacro, quello stato d’animo? L’assunzione di una colpa segreta, di un segreto rimorso destinato ad accompagnarmi per tutta la vita.

Chi ero io? Non lo sapevo. Se nudamente mi guardavo allo specchio ne avevo la certezza. Il mio ingresso nel mondo significava aumentarne il mistero, sia pure in misura insignificante. Chi mi aveva convocato dentro la realtà? e con quale compito? con quale ruolo? C’era in corso una partita di calcio, al tempo della mia adolescenza, e io ero stato buttato in campo senza che sapessi se dovevo marcare l’uomo o giocare a zona. A colmare la misura del disagio vedevo gli spettatori guardarmi. Anche i compagni mi guardavano. Io capivo che gli uni e gli altri evidentemente si aspettavano qualcosa da me. Ma cosa? Anche provando a intuirlo, come avrei potuto non deludere le attese se non mi era stato spiegato nulla?

Ricordo come il disagio nel giro di una breve iniziazione all’adolescenza si trasformò in un senso di colpa: capivo cioè che dovevo fingere di conoscere me stesso e il mio ruolo. Quella era la normalità: dissimulare l’inquietudine provocata dalla percezione del sé straniero che si annidava dentro di me e muovermi in mezzo agli altri come se non avessi il vuoto sotto i piedi ma l’erba del campo da calcio. Ricordo bene che i compagni che stimavo di più erano quelli che non mi passavano la palla. Trovavo totalmente condivisibile quella loro diffidenza. Insopportabile fino alla claustrofobia mi sembrava invece il fatto di non riuscire a scoprire le parole per dire non agli altri ma a me stesso ad alta voce, cioè in silenzio, quell’esperienza senza accadimento, quell’arida rivelazione che approdava alla percezione di un’assenza di senso.

Dalla cattività di quell’afasia tutta interiore mi liberò la poesia di Cesare Pavese. Già il ritmo di “Lavorare stanca“, così lontano dal cantabile della tradizione poetica italiana, mi spingeva ad avvicinare quei testi, scanditi (piuttosto che sillabicamente) secondo la successione cadenzata di tre-quattro accenti forti, al ritmo sincopato del jazz che proprio allora stava per me diventando la voce percussiva della solitudine di massa, la mia musica preferita. Poi mi accorsi che il verso di “Lavorare stanca” si trasformava dentro le storie di Pavese nella misura della frase più largamente ricorrente. Ma mi accorgevo anche che ciò non dipendeva dalla natura prosastica della sua poesia, bensì il contrario. Ascoltando bene, ossia auscultando, tutte le storie di Pavese sono scritte in versi. Come se il ragazzo che ha firmato quel primo libro sopravvivesse, uguale a se stesso, nei racconti e nei romanzi della maturità. La voce poetica di Pavese mi si rivelava senza un respiro stanziale ma sempre in cammino, col passo itinerante: la voce di uno che non ha potuto accasarsi, che paradossalmente ha dovuto emigrare prima ancora di conoscere il suo paese.

Accadde allora nella mia adolescenza liceale che incoraggiato dal ritmo di quei versi mi lasciassi condurre per mano dal poeta nella città straniera. Non avrei mai imparato a riconoscerla come patria, ma avrei imparato ad accettare la mia condizione di apolide, leggendo:

La città mi ha insegnato infinite paure:
una folla, una strada mi han fatto tremare,
un pensiero talvolta, spiato su un viso.

febbraio 1st, 2017|Sauro Albisani, testimonianze1|