Poesie di Alessandro Ricci

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Galla Placidia (Museo di Santa Giulia, Brescia)

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BAIA, UN SUICIDIO PER ACQUA

Accompagnandolo
Elvio e Licinio giù
per la gradinata di Baia
Alta alla riva, Furio vide
la Punta dell’Epitaffio
e la villa di Mario
quell’ultima volta,
una notte di luna
ardente, torce
estinte, venti
conclusi.

Nel golfo balenavano
le correnti soltanto,
in mosse pigre di nuvola.

Furio pensò: «Ecco
la discesa agli scali,
non poteva pretendersi
immagine più circolare
di questa», chiese
per eleganza notizie
della guerra civile
e s’accorse di non subirle,
dunque gli apparve chiaro
quanto fosse finita.

La scalinata interminabile,
il silenzio dei tre, di tutto,
Baia è tutta un giardino,
si cala-katàbasis passo
dopo passo.
Non si astiene la luna.

Escogitando
una frase che li colpisse,
Furio ebbe spavento ancora
e si contenne, la riva era
prossima e così l’occasione
ultimissima della memoria,
finalmente forse
la luce netta,
un abbaglio:

medesimo e sempre
caos,
questo non l’aspettava.

«Tutta una vita di prova
per esserne assuefatto, e certo
meglio di ora, altro
che amari aliquid, non avrò stretto
una cosa per un momento».

Pensò scortillum
e il dolore fisico, «proprio
oggi il compleanno di Cesare»,
poi nuovamente
SCORTILLUM
per il fascino della parola,
che schifo.

I gradini finali, barche
essudano la salute raggiante
dei peripli, tirate in secco,
aste
e vele, salmastro e rena.
Acqua di barile,
battute esauste sui moli
e le chiglie, uffa
di grilli, che
luna enorme.

A Furio non venne
alcunché di nuovo,
ma un goffo
esito di vergogna e
non sciolse neppure
la tunica: «Dunque
per noi vivi la morte
non è un fatto…»

ma Elvio e Licinio poeti
ancora
non l’ascoltavano,
anzi parevano più imbarazzati
che mesti, e meno che mesti
intenti: «Il primo e l’unico
evento – pensò –, importante
al di là di ogni… chi
l’avrebbe mai detto».

Si congedò guardando in basso,
o di lato, così vide il fianco
nord del Sudatorio di Trìtoli,
due satiri di marmo e il Tempio
di Baios,

e i sandali di Veranio,

che strano

in quel tratto di costa,

ma domani li avrebbe trovati.

Si calò dove
più forti riflessi…
il mare un lago
sempre più lago un attimo
un lago di luna
negli occhi.

GLI IBIS

Lo schiavo sudanese del porto
di Massilia, sfinito dai pesi
e dalla sferza, vede calare
dall’oneraria un mazzo convulso
di ali e becchi nella rete,
e sono atrocemente,
fra le risate della ciurma,
ibis rossi della Nubia.

Per gli eleganti horti dei capi
trascinati fin qui.

Lui che li vide accendersi
nei canali, e volare sui loti
e le canne in lente
file al crepuscolo, o intuìti
altissimi sulla savana, numi
in quella terra felice.

Aveva forse dieci anni.

Quella gran polvere all’orizzonte.
Chi diceva antilopi dalla Libia,
invece apparvero le coorti nùmide
che l’avrebbero preso.

IL RONDONE

Poi, rivolando a giro
dalla zona di buio, ché
non capiva se il colpo l’avesse
accecato o il giorno finisse
prima, franò
sulla pozza di luce più
calda e al centro, il terrazzo
bianchissimo della Mélania, dove
si pilucca l’uva della vetrata,
si pensano i nidi,
e si canta.

L’albume rosso
che s’intride, l’ala
inerte, l’altra tremante che
si spiuma, il grido
impazzito che si sfrena
per insistere il suono
ma s’arena,
la cimasa fraterna,
un picchio,
la nuvola.

febbraio 1st, 2017|Alessandro Ricci, recuperi1|