Vincent van Gogh, I mangiatori di patate (Museo di Van Gogh, Amsterdam)
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‘Non c’era bisogno di un’altra rivista’, si potrebbe dire salutando la sommessa aurora di «Leuké». E si potrebbe dire a ragione, se «Leuké» fosse una rivista, nata da un sodalizio intellettuale ovvero da intenzioni (più o meno marcate) di poetica. In verità, però, il candore che emana dal titolo pavesiano di queste pagine allude ad una radicalità dell’umano che è il punto di irradiazione e di fusione di «Leuké». Non una rivista, non un insieme di scritti, anzitutto. Nel loro manifestarsi infatti queste parole e questi testi offerti al lettore/viandante cercano la singolarità e la nudità dell’esistenza, o forse, meglio, dell’esperienza della vita che appartiene ad ognuno, indicibile e condivisibile al contempo. Dove si trova la linea dell’autenticità? Come si giustifica (e si unifica) la pretesa di un ‘oltre’ collocato al di là della scrittura? Come può l’intimo non travestibile sboccare nella universalità della parola senza perdersi e fingersi all’infinito? La risposta (o l’inesausta domanda) di «Leuké» si colloca nello spazio dell’amicizia e della relazione, del rischio che ci si prende quando si tende a toccare l’essenziale, a non scindere mai la parola dal corpo della vita, a non dire per occasione o per incanto.

Il senso profondo di «Leuké», di questo suo primo apparire, risiede insomma in un’umile convinta sequela della irriducibilità del nostro essere e della forza del suo dirsi, che si incontrano in quel luogo rischioso e magnifico generato dalla gioia di essere assieme, di non farsi statue di sé, di gustare l’umanità di ognuno senza voglia di urlare, di farsi sentire, di mostrarsi.

Schiva e terrena, aperta e mitica è ad un tempo questa rivista che non cerca il nuovo per principio, non disserta sui destini della poesia, non ha nemici o agoni mediatici. «Quel che occorre è un uomo», diceva Betocchi, e da lì siamo idealmente partiti, come tre amici che volevano parlarsi, godere l’intesa, sentirsi vicini nel rito del passeggio, nella liturgia della tavola, nel lungo viaggio reso brevissimo dall’intensità dello scambio. Con la sola intenzione comune di non cadere nel gioco della poesia oggetto di disputa o motivo di schieramento, ma con il semplice desiderio di convocare altri amici attorno ad un tavolo, nella sola singolare pretesa di dirci qualcosa di sentito, di non essere diversi da quel che siamo, di essere appartati ma vivi, pronti a combattere ogni ipertrofia della ratio in nome del bene che ci vogliamo, e che sembra scandaloso evocare nel mondo delle lettere e delle parole (presuntuosamente) alte, non in quanto conseguenza di idee, ma in quanto presupposto e sorgente.

Queste tensioni embrionali, questi felici colpi a vuoto non potevano non incarnarsi per noi in una figura precisa, a cui dedicare questo numero, invitandola a stare con noi, alla nostra tavola, e intestandole idealmente tutta la nostra avventura. Perché quando si preme in poesia il pedale di una tensione verso l’umano, di un desiderio di intimità, di relazione vera e di purezza di cuore – nel modo della protasi,che è l’unico disponibile agli umani – si fa fatica a non pensare a Pavese: al rigore della sua ricerca, al suo desiderio di verità umana, alla sua frequentazione del mito come spazio di ritrovamento di sé nell’altro.

Da tali premesse muove anzitutto la sezione Saggi di «Leuké», che ospita, dopo un contributo di Antonio Sichera, due saggi di critici poeti come Giancarlo Pontiggia e Daniele Piccini – volti l’uno a fissare finemente nella Rupe dei Dialoghi con Leucò l’immagine della religio prometeica e cristiana del dono, nucleo e slargo decisivi del grande libro di Pavese; l’altro a restituire la sensibilità pavesiana per la poesia, e dunque il suo modo di intenderla, attraverso uno scrupoloso, acuto recupero dei suoi giudizi di lettore –, e due saggi di giovani critici (e scrittori), di stili molto diversi e complementari: l’uno di Damiano Scaramella, volutamente (e intensamente) immerso nell’atmosfera oracolare di Verrà la morte; l’altro, di Liborio Barbarino, impegnato a cabotare il vocabolario del primissimo Pavese sotto l’egida radiosa del mattino.

A ‘dire’ e a ‘dirsi’ per Pavese sono poi – nella sezione Testimonianze – due voci poetiche come quelle di Milo De Angelis e di Sauro Albisani, accomunate qui ovviamente non dai loro itinerari lirici, così diversi ed eccentrici, ma dal senso della lezione e della compagnia pavesiana, che li ha formati e resi ciò che sono stati. E sono.

Riccardo Emmolo dedica implicitamente a Pavese – nella sezione Scritture – un dialogo emozionante, di straordinaria prossimità allo spirito di Leucò e anche al senso di «Leuké», per come abbiamo cercato di delinearlo in queste righe.

Tre poeti abitano poi le pagine della nostra rivista in questa festa pavesiana del primo numero. Siamo andati in cerca di uomini e di voci per noi convincenti, nel senso della sobrietà e dell’autenticità della ricerca, con la mira dell’umano nel cuore. Voci e uomini da far parlare e da ascoltare. Nella sezione I poeti appaiono perciò le liriche nitide e lancinanti di Sauro Damiani, accanto ad una intervista di impressionante profondità; seguono i versi di Tommaso Di Dio, così corporei, così privati, eppure generati e intrisi del dolore degli ultimi, a partire da uno sguardo (filosoficamente) rigoroso, restituitoci dalla bella intervista. In ultimo, nella sezione Recuperi – dove vorremmo ogni volta offrire uno spazio di ascolto e di ritorno a poeti grandi e misconosciuti – appaiono i testi di Alessandro Ricci, accompagnati da due saggi toccanti di Francesco Dalessandro e di Giancarlo Pontiggia, dove la caratura di questo Kavafis italiano, sensibilissimo e mitico, colto e disarmato, appare in tutta la sua luce.

Due Proposte in dialogo suggellano il numero. Vorremmo infatti ogni volta offrire saggi e testimonianze, dare ascolto ai poeti, ma anche consegnare a chi ci vorrà seguire, seppur per un solo momento, qualche cornice di pensiero, qualche linea di fuga che esprima gli interessi e le tensioni che ci accomunano. È questo il senso del saggio di Antonio Sichera e della magnifica risposta/rilancio che Matteo Veronesi ci ha voluto donare. E sul dono ovviamente chiudiamo, con un senso di gioia, di gratitudine e di speranza iscritto per noi come un segno amicale nel bianco di «Leuké».

Riccardo Emmolo

Giancarlo Pontiggia

Antonio Sichera