Ricerca del mito, ricerca di se’ di Antonio Sichera

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G. De Chirico, La torre rossa
De Chirico, La torre rossa (Collezione Peggy Guggenheim, Venezia)
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Ricerca del mito, ricerca di sé

Gli anni di Lavorare stanca

            Non si è forse ancora considerata a fondo l’atipicità pavesiana nel panorama della grande letteratura degli anni trenta e quaranta del Novecento. Mi riferisco qui non ad una ‘diversità’ squisitamente formale, ad una più o meno personale modalità di scrittura – peraltro già abbondantemente indagata –, bensì ad una distanza di altra matrice, che intercetta il piano delle cose, anzi della ‘cosa’ di cui ogni grande poeta va in cerca. Infatti, al di là delle scelte prosodiche, lessicali e sintattiche, o meglio ‘dentro’ lo stile, inteso come proiezione del corpo, intimo corrispettivo della carne, ogni vero scrittore vive – come ci hanno insegnato Joyce e Svevo – un’approssimazione alla ‘parola’, una tensione verso un centro, magari inconsapevole, ma aperto dall’avventura stessa dello scrivere. E non si pensi subito qui ad una inconsapevole ricerca religiosa, ad una inchiesta di senso, o almeno non anzitutto o fondamentalmente a questo. Si tratta, dal mio punto di vista, di un gesto, di un modo di essere nel mondo che si declina quando ci si lancia nella scrittura come scommessa, quando si è di fronte alla pagina come una forma dell’assoluto, lo spazio di un agone tra chi si cimenta e il campo bianco che accetta i segni quali mediazioni e proiezioni di un corpo vivente. Credo che, preso così, sia questo un fenomeno tipicamente moderno, dove la scrittura si autofonda proprio a partire da una radicale privazione del fondamento, trovandosi soggetta ad una strutturale mancanza del Grund. Non c’è cornice per il poeta moderno, non si dà garanzia di ulteriorità o confine strutturato della sua anima in movimento, ma solo ‘saggio’, esperienza di sé e del mondo con lo strumento della scrittura e senza orizzonte previo o meta predeterminata.

Da questa prospettiva, l’Erlebnis di Pavese ha sposato integralmente il rischio connesso a tale lancinante venir meno di uno sfondo dato, vietandosi quasi di ricorrere ad altri appigli o di lanciarsi in possibili vie di fuga. Intendo dire che Pavese è stato moderno sino in fondo, con la disarmante innocenza, l’eccezionale onestà che gli erano proprie. Per questo, in una temperie storico-culturale – quella in cui egli ha vissuto e operato –, che si è di norma dedicata alla ricerca di una copertura della mancanza, di un rifacimento del Grund perduto, il poeta delle Langhe si è distinto per la purezza assoluta e terribile di un consenso all’essere gettati nel mondo solo con una penna in mano. In anni di fervore ideologico e politico, di rifugio degli intellettuali e dei letterati sotto le ali dell’una o dell’altra chiesa (politica o religiosa che fosse), in anni di costruzione di metafisiche private o ermetiche, di esaltazione del mito della letteratura e magari di sostituzione della stessa alla teologia e alla filosofia dell’essere ormai perdute, Pavese si è sentito e si è posto da ‘diverso’ perché ha percepito tutta la drammatica portata della nuova condizione. Di fronte ad essa davvero non si potevano avere secondo lui (a intus-legere la sua opera) risposte etico-politiche o religiose già fatte, né movimenti già strutturati verso un universo letterario in definitiva autosufficiente.

Il motivo profondo per cui Pavese inizia da Lavorare stanca credo sia proprio questo: ricominciare dalla realtà, dall’esperienza umana nella sua basilare quotidianità, nella sua declinazione più arcaica, rustica o urbana che sia, ma sempre ‘popolare’. Non una volontà di essere realisti nel senso letterario del termine – il realismo come poetica, insomma –, ma l’intenzione di ribadire che solo dalla condizione elementare della vita, da un affresco prosastico, tutto denotativo del mondo, si doveva provare a prendere le mosse per non barare, per non essere più avanti degli altri senza aver fatto la fatica di esporsi. La polemica verso l’ermetismo e le altre forme di letteratura pura ha qui il suo punto di fuga, l’accensione della sua scintilla più profonda. Cominciare da Lavorare stanca vuol dire per Pavese presentarsi nell’agone da non riparato. Significa non accettare per principio l’appartenenza difensiva a scuole o l’ingegnosa scoperta di scorciatoie, ma rimanere da soli, con la propria scrittura, immersi nella vita. Si tratta di un’intentio e non di un programma letterario strettamente inteso. Perché Pavese non pensa affatto di rinunziare a misurarsi con la mancanza originaria, ma vuole farlo non appoggiandosi a racconti fondativi usurati o separati per statuto.

Il realismo di Lavorare stanca non è l’opposto del mito, ma bensì il suo presupposto umano più rischioso. Sin dai Mari del Sud, infatti, il mythos è vivo, è presente. Ma nella forma dell’alterità e dell’ulteriorità, dell’altro e dell’oltre. Nella sua orditura fine il primo libro di poesie di Pavese è un canto levato verso gli eroi di un universo lontano, verso i mondi di Whitman e di Melville. Il cugino che domina la scena dei Mari è colui che ha corso il rischio di avventurarsi in un universo incomprensibile, lontanissimo, sottratto alle misure consuete. È uno che ha avuto il coraggio di partire, di lasciare, di andare verso l’oltre. Ma costui è anche l’altro dell’io lirico, del poeta-ragazzo che narra il proprio desiderio di assomigliargli, il suo essere discepolo fedele di chi ha saputo non fermarsi al sensibile, e che pure di questo ardimento non si è fatto scudo come di un cimelio. L’ha solo custodito nel cuore: un tesoro imperdibile, l’energia nascosta che gli ha consentito il ritorno al villaggio, da appartenente gioioso, da diverso incarnato.

A costruire il suo mito sono state delle donne, che han raccontato di lui al bambino poeta («Se n’andò ch’io ero ancora un bambino […] Sentii poi parlarne / da donne, come in favola»), offrendogli la chiave di una possibilità di vita al di là della terra grave, calpestata dai villani e ferma alla misura dell’empirico («gli uomini, più gravi, lo scordarono»). In forza di questo mito il ragazzo ritrova il cugino-gigante, suo padre nello spirito e suo onirico doppio, ricondotto alle valli del Belbo proprio da quella potenza che lo ha scagliato verso un sole più forte e incredibile, verso le baleniere e i ramponi, che lo ha spinto verso il sangue e la luce, e che ora lo riporta a casa, in grazia della sua dimora profonda nel corpo dell’eroe («e io penso alla forza / che mi ha reso quest’uomo, strappandolo al mare […] Solo un sogno / gli è rimasto nel sangue»).

Con il Lavorare stanca del 1936 il mito germina dalla terra, il simbolo include l’esistenza e fa sì che l’oltre possa compiere il movimento del reditus, mentre l’altro si riunisce al suo doppio creando la figura dell’adulto capace di tenere in mano il proprio mondo.

E però, sin dalle liriche aggiunte nel Lavorare stanca del 1943, la via di una mitopoiesi endogena, che faccia del ragazzo un padre compiuto, sulla scia dei grandi modelli americani – Whitman e Melville in testa – si dimostra precoce e al limite volontaristica. Pavese ha sognato mirabilmente la sintesi mitica personale, ma ora si accorge che l’oltre resta inattingibile e l’altro rimane un silenzioso mistero. È l’esperienza della donna, nella sua forma di madre e in quella di amante, a rendere chiara ai suoi occhi la distanza. Una chiusura interna del travaglio, una ricomposizione della ferita fondata sulle sue sole forze è impensabile. Petrarca gli è compagno in questa consapevolezza lacerante. Nell’intimità delle note manoscritte al Canzoniere Pavese vede in Francesco il prototipo di una dipendenza insaziabile dal corpo femminile, il segno tutto moderno di una lacerazione di nuovo irrimediabile tra basso e alto, tra cielo e terra, tra mito e realtà. Si innesta qui il grande tema del Carcere e della solitudine come destino. Se non c’è soluzione per il suo travaglio, se l’attingimento dell’oltre e l’incontro con l’altro non sono possibili, allora meglio chiudersi in una autosufficienza stoica, protesa solo all’elaborazione creativa e disperatamente giocata in una forzosa, impossibile autonomia dagli altri e dal mondo.

2.Il punto di svolta: i grandi romanzi degli anni quaranta

Siamo in prossimità di una svolta, quella degli anni quaranta. Il padre che rimane ragazzo, che salda lo iato tra le due sponde della frattura soggettiva e tout court moderna, non prende forma quale acquisto definitivo nella scrittura pavesiana, ma si rivela solo come il momentaneo materializzarsi di un anelito destinato a restare tale. Tutto potrebbe condurre verso un isterilimento delusivo, ma già il finale del Carcere, nel suo dialogo inesausto con Joyce, dice che la realtà e la verità germinale del corpo sono più forti di ogni surrettizia chiusura. Per questo Pavese non si arrende e sposta l’asse della propria ricerca. Non vuole e non può perdere il cuore di quel «monolito» che ha segnato ab initio la sua opera. Capisce però di aver bisogno di aiuto. Sia perché il suo strenuo impegno da solo non basta, sia perché si rende sempre più conto di ciò che noi abbiamo messo in chiaro sin dall’inizio: la sostanza mitica ed esistenziale del suo travaglio, che si scontra con (e paga) l’esaurirsi dei grandi miti religiosi nella modernità.

febbraio 1st, 2017|Antonio Sichera, saggi n1|