Temperare la punta alla morte di Francesco Dalessandro

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Galla Placidia (Museo di Santa Giulia, Brescia)   

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TEMPERARE LA PUNTA ALLA MORTE

(SULLA VITA E SULLA POESIA DI ALESSANDRO RICCI)[1]

«Più che mai mi accorgo di essere un dilettante che racconta storie veramente accadute[2]», scriveva di sé con abituale understatement Alessandro Ricci; consapevole che il suo “dilettantismo”, se tale, era strumento di osservazione e narrazione non specialistico: un modo distaccato e, insieme, sommamente aperto all’esperienza (e ai suoi rischi) quale materia di poesia e di conoscenza.

Di un autore conta l’opera, si dice, quasi mai la biografia. Tuttavia, non mancano le eccezioni, e Ricci è una di esse. «Ci sono poeti che si pongono sulla scena del mondo e offrono (ai possibili lettori) lo spettacolo sorprendente – nel bene o nel male – della loro vita». Sono sue parole (come altre di questo scritto, tratte dalle lettere). Naturalmente, non era di sé che scriveva, ma, non del tutto inconsapevole, forse, era anche a sé che pensava. E poiché di quell’assunto egli è – almeno per metà della sua opera poetica – una perfetta incarnazione, non sarà inutile dare qualche informazione su di lui; in particolare sugli aspetti della sua vita che hanno rilevanza nella (e per la) sua poesia. Il compito che mi spetta non è però quello rigido, perché rispettoso della cronologia, del biografo, bensì quello di non meno responsabilità, ma certo di maggiore impegno, del testimone. Per assolverlo userò l’imperfetto, «il tempo verbale più struggente, il tempo del congedo e della tristezza».

Alessandro era nato a Garessio, un «paesone nel fondo» dell’Alta Val Tanaro, il 14 agosto del 1943, dal romano Carlo Ricci, allora ufficiale di Artiglieria là distaccato, e dalla garessina Laura Paolini. Trasferita a Roma, la famiglia – che comprendeva anche un fratello minore, Marcello – viveva fra Campo de’ Fiori e il Ghetto; diversi anni dopo si trasferì in un attico a Monteverde nuovo. Ma appena poteva, Alessandro tornava a Garessio, portando con sé, da ragazzo, amici e compagni, e, da adulto, le donne delle quali era innamorato.

Con la madre aveva un rapporto conflittuale – i caratteri erano simili: li accomunava l’intransigenza, la durezza persino, l’intelligenza viva e pronta, la consapevolezza di sé, persino il sarcasmo; ma in Alessandro tanta spigolosità era temperata, smussata dalla generosità del sentimento e dell’amicizia che sapeva suscitare e condividere, e alla quale si disponeva e concedeva con larghezza. Era questo un lato del carattere che gli veniva dal padre, al quale fu sempre profondamente attaccato.

Ho già riferito altrove un episodio che serve a spiegare i suoi sentimenti verso i genitori, ma merita ripeterlo qui. Lo racconta e commenta egli stesso in una lettera: «La maestra Germani chiamò i miei genitori perché avevo scritto che “felicità consiste nell’avere una cosa per volta a cui pensare”. Mia madre rimase molto soddisfatta per quel “consiste”, abbastanza raro per un ragazzino di 8/9 anni, e fece i complimenti all’insegnante […]. Mio padre invece si ammutolì, sembrava volesse chiedermi scusa per una cosa che capii subito, e maledissi quella frase e gli effetti che aveva prodotto sull’una e, soprattutto, sull’altro».

Il commento – se non bastassero le tante poesie che lo hanno per protagonista – gli permette, più avanti, di chiarire perché fosse invece tanto profondo l’attaccamento al padre: «Ero orgoglioso di un padre malinconico, assorto, silenzioso e schivo – 2,5 lauree ma la scelta di fare il geometra per scendere nelle buche dei grandi lavori stradali di Roma centro con gli operai e dividere con loro lo sfilatino con la mortadella e ascoltare le loro storie difficili senza dire la sua; ero orgoglioso di me più come un fratello che un figlio. Non ho mai voluto batterlo. Ogni volta che mi capita un dolore più grave dei soliti lo chiamo – e il mio ateismo è forte come una fede – e gli dico: “lo vedi, papà? Ancora una volta non ti ho battuto”».

Alessandro amava le montagne piemontesi d’estate e il mare invernale del Cilento, dove, «al centro di un golfo ad arco leggero», visse per lunghi periodi negli ultimi anni. A Roma, viveva ormai da solo nell’attico che era stato della famiglia, a Monteverde nuovo, dove una grande terrazza di gerani si apriva sui palazzoni cari a Pasolini di via di Donna Olimpia: a due passi da Caproni (che per qualche tempo Alessandro frequentò), a quattro da Bertolucci (che frequentavo io).

Amava Roma, le sue vibrazioni nell’aria; ne amava il suono, ne amava la luce; quando era lontano, ne amava il colore nei ricordi; ma negli ultimi anni la lasciò, provando ad abbandonare con essa quel che rappresentava: amori guasti e cattivi ricordi, esiliandosi in un sobborgo sulla via Aurelia, poco distante dalla necropoli etrusca di Cerveteri. (Prima di ripiegare su una buia porzione di villetta bifamiliare, che non amò mai, tranne che per il giardino con un fresco gazebo al suo centro; era stato sul punto di acquistare un bellissimo casale di proprietà dello scrittore Renzo Rosso, costruito quasi all’interno del parco archeologico).

Alessandro aveva il gusto della catalogazione; compilava con acribia elenchi e classifiche: automobilistiche, calcistiche e d’altro. Poteva catalogare libri, film, donne; assegnava voti, da uno a tre asterischi, anche alle proprie poesie. Sulla sua rubrica telefonica, a fianco di ciascun nome c’era un simbolo ben preciso, a volte anche due. Ogni simbolo indicava una professione, un mestiere o una categoria: meccanici, operatori sanitari, parenti, amici, poeti che conosceva; due simboli indicavano il sommarsi nella stessa persona di due categorie: il parente medico, l’amico poeta, ecc.

Era serio, persino austero, ma non mancava d’ironia e nelle sue lettere se ne trovano ampie tracce. «Ho un settore comico» scrive in una, dopo aver citato una poesiola (che, tuttora inedita, anche a me capita di citare, quando parlo del suo riserbo, della sua volontà di non apparire): «Vorrei leggere le mie / poesie in inglese, / davanti a una tribù / africana, animista, / francofona».

Parlava spesso di sé usando una metafora calcistica (amava il calcio, era tifoso della Roma; a me, tifoso laziale, riservava tenerezza, come verso chi ha un piccolo difetto fisico del quale non ha colpa): «In tutto il campionato, ho giocato quell’ora da titolare […]. Poi, come sempre, sono tornato ad essere una riserva, uno della panchina; che non fa gruppo, che non fa squadra, che non si sa dove mettere, che non ha ruolo, né calcistico né biologico…». Amava l’automobilismo; amava guidare e era bravo: «Mi piace e / mi riesce far scivolare la macchina / in controsterzo nelle curve veloci. / Insomma sono un guidatore bravo / e cólto, nei bar Alemagna delle / stazioni di servizio entrano prima o poi / i tanti che ho sorpassato, che / sorpasserò…», scrive[3]; gli piacevano le Alfa-Romeo; gli piacevano gli sfasciacarrozze, che frequentava di continuo in cerca di pezzi di ricambio. Avrebbe potuto fare il progettista di automobili, per le quali aveva passione ed estro nel disegnarle, parlando al telefono o negli intervalli della scrittura, e lavorare per un famoso progettista torinese, suo lontano cugino; ma scelse diversamente.

Durante il Sessantotto, si esiliò per mesi negli scantinati in cui agivano e s’agitavano i marxisti-leninisti, i “cinesi”, a ciclostilare improbabili volantini politici. Poi, stanco del loro settarismo e della poca intelligenza politica, li abbandonò.

Dopo la laurea, alla Sapienza di Roma (con una tesi su Beppe Fenoglio, scelto forse perché quasi conterraneo e, pare, per un breve periodo, compagno di scuola della madre; relatore Giuliano Manacorda, correlatore Alberto Asor Rosa), ad Alessandro fu offerto di lavorare all’“Istituto di Storia della Letteratura italiana moderna e contemporanea”, ma rifiutò. Quel rifiuto, come altri prima (e dopo), dei quali s’è detto, e la scelta di fare l’insegnante, molto contrariarono la madre, che l’avrebbe voluto di successo e che non gli perdonò mai il basso profilo delle sue scelte di vita, la voluta sciatteria nel modo di vestire, la depressione sempre latente (che scongiurava con le sedute dallo psicologo e gli psicofarmaci: «Ognuno ha le sue palline / di salvataggio. Io le porto / nella tasca sinistra, / posteriore dei pantaloni», scrive in una breve poesia[4]), le occasioni perse e le troppe storie d’amore. Quel che la madre non capiva era che Alessandro sembrava orientare la sua vita nella direzione opposta ai desideri di lei, scegliendo a suo dispetto e, in fin dei conti, a proprio danno. (Solo quando decise di sposarsi, scelse, credo, secondo l’ottica materna, quasi fosse l’ultimo «disperato tentativo di rientrare in un’accettabile normalità borghese», secondo le lucide parole di un amico; ma la scelta si rivelò presto un altro fallimento e il matrimonio finì).

Nel gennaio del 1969, poco prima di discutere la tesi di laurea, per aver dimenticato di rinnovare il rinvio, partì militare, aviere del 45° Corso V.A.M. (Vigilanza Aeronautica Militare) presso l’Aeroporto di Viterbo, dove ci conoscemmo.

Dopo il congedo e la laurea, lavorò alla realizzazione del film Diario di un maestro, che Vittorio De Seta trasse dal libro di Albino Bernardini Un anno a Pietralata: era il vero maestro che doveva preparare i ragazzini scelti per interpretare il film, perché non perdessero l’anno scolastico.

Già durante l’Università, con il compagno di studi Claudio Bondì, aveva iniziato a scrivere soggetti e sceneggiature: per i “fumetti” e per il cinema. Dopo l’esperienza con De Seta, intensificò la collaborazione con Bondì e insieme scrissero alcune sceneggiature di film per la Televisione, per una serie intitolata “Vita quotidiana di…” (con regia dello stesso Bondì, che s’era formato come aiuto regista di Rossellini). Alcune di esse vennero pubblicate nel 1980 dalla ERI in un volume dal titolo La storia a misura d’uomo, con introduzione di Giulio Cattaneo.

Intanto, aveva iniziato ad insegnare. Con gli alunni aveva un ottimo rapporto: li invogliava a scrivere, anche con buoni risultati, organizzando vere e proprie antologie poetiche di classe. Ma nemmeno l’insegnamento durò a lungo. Scelto, come altre cose, più in dispetto della madre che per convinzione, trascorsi i quindici anni minimi necessari previsti dalla legge, abbandonò la scuola (ancora si poteva: si chiamavano pensioni-baby), decidendo di vivere di quella sola risorsa, leggendo e scrivendo, libero da imposizioni. «Vivere decenni oscurando la luce, facendo / d’ogni estate un autunno e d’ogni autunno / un inverno[5]», scrive in versi che rivelano il senso bruciante d’aver sbagliato tempo: della fisica e della linguistica, insomma della logica: «Sono un individuo privo di tempi verbali[6]», dichiara in un altro verso.

Amava leggere e ascoltare musica: Mahler, Brian Eno, Dead Can Dance, Pink Floyd erano la colonna sonora delle sue ore solitarie ad Acciaroli, nel Cilento, o a Valcanneto, sull’Aurelia. Una volta, in un unico giorno d’estate, seduto in spiaggia sotto il sole, lesse Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, scottandosi e rischiando un’insolazione; nell’ultimo periodo di Acciaroli leggeva la Storia del reame di Napoli di Pietro Colletta. Amava il cinema: prima del VHS registrava i dialoghi dei film su musicassetta, per ascoltarli in macchina; amava film come La battaglia di Algeri e Il deserto dei tartari, L’armata Brancaleone e Hollywood Party, La sottile linea rossa o Dramma della gelosia – Tutti i particolari in cronaca.

Aveva una predilezione per Apocalypse now, a proposito del quale scrive: «Quando vidi il film la prima volta, ero stato quasi ammazzato da una donna, che non ha mai negato di volermi eliminare fisicamente, ed ero pieno di vendetta. Prima c’era stato un grandissimo amore, di straordinaria forza, di pericolosa onnipotenza. Appena entrato nel cinema, mi resi conto che quella del film era la mia storia. L’ho visto per una settimana di seguito, e poi tante altre volte, fino ad oggi, fino a domani. Forse sono o non sono diventato pazzo anche per questo. Le parole “missione”, “guerra” mi sembrano tradurre simbolicamente la parola “amore” o meglio, “questa specie di amore”: “Là è Cambogia, capitano”. Sì, in certi amori si passa dalla guerra normale del Vietnam a quella in Cambogia».

Alessandro era costantemente innamorato: ebbe molti amori, ma tutti finiti male. (Altrimenti, le donne non l’attraevano. «Ormai non m’interessano più le brevi e secche o struggenti avventure di felicità o amarezza, quelle che increspano di quando in quando il grande disastro», aveva scritto presto). «L’innamoramento – non l’amore, minestrina riscaldata – fa perdere se stessi…»; l’innamoramento che è «follia» – «incantamento di sosta», lo chiama, desiderio che incendia il sangue e fa sentire vivi, che mantiene viva la speranza, anche se «la speranza è violenta» e uccide. «Innamorarsi significa che la vagina è come la pupilla, che i peli del pube sono ineffabili come la zona incantevole della tempia in cui la lanugine si trasforma nei primi capelli».

L’amore fisico e il possesso possono essere un rito stanco, meccanico, destinato a un’inutile, sterile ripetizione, che tutt’al più vale a «fermare il tempo in quelle tre, quattro volte in cui fare l’amore rende eterni». Tuttavia, «l’innamoramento e la sua follia, il picco di gioia e i tuffi nell’angoscia, al maschile sono teorici, al femminile concreti. Ma teoria, speculazione e soprattutto invenzione sono migliori o peggiori – a seconda dei casi –, perché aumentano la realtà, reinventano la memoria, l’anticipano nel futuro». (Sono stralci, questi, delle sue lettere d’amore, bellissime, degli ultimi cinque anni; scritte con furia, con determinazione, nonostante sapesse che non è quel che scrivi a farti amare da chi ami; men che meno le poesie: «Io comincio a far poesie quando la partita è perduta. Non si è mai visto che una poesia abbia cambiato le cose», scriveva l’amato Pavese, e lui avrebbe sottoscritto senza indugi. Di suo aggiunge: «Se bastassero le parole, tutte le Silvie d’Italia e forse anche d’Europa avrebbero creato sotto casa Leopardi un ingorgo di ammiratrici ammaliate e fedeli»).

I suoi innamoramenti erano feroci, a qualunque età; perché il desiderio, suo pensiero dominante, «vitale ai giorni suoi, / cagion diletta d’infiniti affanni», come aveva imparato da Leopardi, non gli dava scampo. E pure sapeva (lo fa dire ad Ammiano Marcellino) che spesso «il desiderio è vano. / Il desiderio: / la tempesta […] resta. Anzi s’accresce, invade / molte memorie, quasi / ogni fatto». Innamoramenti come auspici, esaltazioni dell’attimo presente, puntura che «separa la ragione / dal sogno, l’una condannata al tempo / che va, l’altro fermo per sempre / nell’esultanza[7]»; tuttavia, non conosco nessun altro che abbia saputo descrivere meglio e più lucidamente l’istante in cui ci si innamora, quell’attimo in cui cadere innamorati suscita «alcune speranze grandi, / altre nuove, molto confuse, molto / taciute» elette «a parole / o gesti quasi subito, quasi / prima»; o il momento in cui si resta sospesi tra la felicità del prima e la disperazione del dopo: «Poi lei incontrò la dimenticanza / dove io la memoria, e il tempo / fu un punto, da cui partire / senza di me, in cui restare / proprio con lei[8]».

Ancora Pavese: «Battito, tremore, infinito sospirare. Possibile alla mia età? Non mi succedeva diverso a venticinque anni[9]». E per Alessandro vale la stessa epidermica misoginia, la stessa sofferenza d’amore, ma elevata all’ennesima potenza, perché Pavese amò solo la «donna dalla voce roca», mentre lui ne amò molte. Ma le amò senza amarle come avrebbero voluto, perciò senza mai essere e farle felici, e senza esserne riamato come avrebbe voluto: in modo assoluto, perciò utopico. C’era costantemente uno iato fra i due modi di amare, fra i due desideri, appunto perché l’uno era “teorico” e l’altro “concreto”, l’uno ideale e l’altro reale, pratico; dunque inconciliabili.

All’innamoramento e al suo incanto seguivano immancabilmente lo scacco e la delusione. L’amore era bruciante, uguale per ognuna; il dolore diverso: amava troppo, chiedeva troppo e alla fine tutto perdeva. «Odio le donne con odio affilato, totale, non furbo però né calcolato», scrive, per aggiungere subito dopo: «forse proprio per questo le amo, come ho amato ed amo te, nel mio modo distrutto, terrorizzato, panico». Però i suoi versi, spesso di dolore, solo in pochi momenti manifestano rancore o risentimento: «Io ti farei / a pezzi, io con Catullo, / Orazio, Cavalcanti e Conrad, / a pezzi, Lesbia per tutte…[10]».

Le sue parole davano voce alla disperazione di chi si sa perduto, ma nonostante ciò ama e desidera: «Un dolore così non ricordo di averlo provato: ti vedo negli specchietti retrovisori, sul parabrezza, in mezzo alle parole sui fogli, nei bicchieri, nell’erba, sul fumo delle sigarette. […] Per lo più ti inseguo e ti perdo, nelle vie dell’infanzia – Piazza S. Carlo a’ Catinari, Campo de’ Fiori ecc. –; sì, ti inseguo senza che tu lo sappia e ti perdo come se tu sapessi di essere inseguita».

Fu per dimenticare l’ultima delusione che si rifugiò in Germania, a casa dell’amico Lorenz. Ma da lì, scriveva alla persona che avrebbe voluto dimenticare: «Scappavo per esserti vicino, il più vicino possibile» (e questa frase è più che sufficiente a chiarire il suo modo d’intendere l’amore). «Sono qui a Brauna, un villaggio ex DDR, con delle foreste tanto apparentemente primitive quanto piene di storia […], in questo settembre dolcissimo, quasi estenuato, c’è un sole tanto inerte quanto vibrante, meglio: vibrato. In mezzo a questa gente che conosco da anni, che amo e che mi vuole bene […]. Hanno capito anche la differenza e lo spicco della persona che m’accompagna, ma non me lo dicono, anche se capiscono i momenti di tenerezza, quando m’invento di accarezzarti o tremo all’idea di non vederti mai più».

Intanto lavorava all’ultima versione di una sceneggiatura scritta con Claudio Bondì per un film tratto dal De reditu suo, opera nella quale il poeta tardo-latino Claudio Rutilio Namaziano narra del viaggio di ritorno alla terra d’origine, la Gallia Narbonese, dopo essere stato, a Roma, praefectus Urbi. Il film, De reditu – Il ritorno, per la regia di Bondì, uscì – in rarissime sale – nel 2003. Non gli piaceva: per cause addebitabili alla scarsità di fondi e alla mancanza di mezzi della Produzione, rispettava poco la sceneggiatura, diceva. I suoi dialoghi, bellissimi, erano spesso stracciati, smozzicati, privati dell’intensità che vi aveva messo scrivendoli. Faceva vedere agli amici solo la scena del suicidio di Protadio, interpretato da Roberto Herlitzka, l’unica girata quasi esattamente come era stata scritta. Questo avveniva all’inizio del 2003.

Quell’estate, Alessandro scoprì di avere un tumore ai polmoni in fase terminale. Non se ne stupì molto, fumatore di troppe sigarette al giorno (Nazionali, “Esportazioni”, Colombo, MS: alcuni tipi che ricordo). Sarebbe morto qualche mese più tardi – dopo ricorrenti ricoveri in vari ospedali e soggiorni a casa del fratello, in Trastevere –, la notte del 27 marzo 2004 presso il reparto oncologico dell’IDI di Roma. Volle che le sue ceneri venissero poste accanto a quelle del padre, nella nativa Garessio; dove, in un giorno fosco e piovoso, col fratello Marcello e gli amici Paolo e Claudio, salimmo in macchina da Roma recandone l’urna.

Prima della scoperta del male che l’avrebbe ucciso (in una delle ultime poesie scrive: «Sono vecchio, sono stanco, più / abbandonato che solo[11]»), l’avevo convinto a lavorare al suo terzo libro, I cavalli del nemico. La malattia lo disamorò anche della poesia, che gli aveva dato ben poche soddisfazioni, e di quel libro, traguardo ormai tanto irraggiungibile quanto inutile, lasciando a me il compito di prepararlo per la stampa e di cucire insieme alcune frasi scritte in fretta (ma quanto lucidamente!), per una nota finale: sarebbe uscito postumo, a due mesi dalla morte, quindici anni dopo il secondo.

In precedenza, infatti, Alessandro aveva pubblicato solo due altri libri. Il primo, Le segnalazioni mediante i fuochi, con prefazione di Roberto Pazzi, era uscito nel 1985 (ma alcune poesie avevano già vinto qualche premio; in particolare, la bellissima e misteriosa Il lago di Costanza s’era classificata al premio Pannunzio, molto apprezzata da Guido Davico Bonino[12]).

Libro di vigorosa vitalità e novità, Le segnalazioni mediante i fuochi ebbe qualche lusinghiera recensione, qualche generico apprezzamento, ma nessuno, nonostante la sensibile prefazione di Pazzi, che parlava di «eleganza stilistica e acutezza simbolica», nessuno ne avvertì la novità e la profondità. Aveva un’ideale, ma non tipografica, divisione in due parti: la prima era costituita da «pitture antiche del moderno[13]», poesie storiche del mito classico, del mondo ideale in cui amicizia, dovere e amore regolavano la vita «oltre il ritmo dei voli e dei presagi[14]», e terminava con il testo eponimo. (Se kavafisiana, come è stato scritto, questa poesia lo fu prima che la moda di Kavafis esplodesse con la pubblicazione, da Einaudi, nel 1992, delle Settantacinque poesie tradotte da Nelo Risi e Margherita Dalmati: infatti i testi del Furio Seniore risalgono alla fine degli anni Sessanta). Popolano la seconda parte del libro le persone amiche e care, gli amori, le età finite, i rimpianti. L’ultima grande poesia di questa parte, e del libro (suo ideale terzo tempo), è La confessione, una straordinaria sequenza di frammenti autobiografici di varia lunghezza, costruita con grande maestria stilistica, e nella quale “la sofferenza brucia anche qualsiasi residuo letterario[15]”.

Il secondo libro, Indagini sul crollo (di nuovo con la prefazione di Pazzi), recuperava molto di quel che era stato escluso dall’altro (anche per necessità editoriali di snellezza) e aggiungeva il nuovo; forse più diseguale e composito, accoglieva però alcune delle poesie più belle di Ricci, né vi mancavano i motivi «della rievocazione degli io passati, conviventi in noi in quella provvisoria media di tanti io che è il nostro essere di oggi[16]».

La sua comparsa, nel 1989, non meritò nemmeno quegli «agrodolci gesti di tolleranza», come li chiamava Fortini, che s’era guadagnato il primo. Ogni poesia cerca un interlocutore, ma se il poeta viene riconosciuto solo al momento dell’incontro col suo lettore, Alessandro Ricci sembrava non esistere come poeta. «Ci sono poeti sottovalutati, o addirittura ignorati dai critici e – quel che è più grave – dagli altri poeti, che, invece, per sensibilità, se non per intelligenza, dovrebbero capire […]», scriveva; e di nuovo non a sé pensava, ma di sé involontariamente parlava.

Dopo la delusione procuratagli da Indagini sul crollo, non pubblicò più che qualche poesia su rivista, se richiesto. Non pensò mai di offrire la propria opera a quelli che al tempo erano ancora considerati i grandi editori di poesia, né ad altri. Neanche accettò mai di esporsi e di esibirsi davanti ad un pubblico, sia pur ristretto, in una delle allora abituali letture di poesie, che giudicava un inutile narcisismo: una volta fuggì dalla sala prima che chiamassero il suo nome, riprese il treno (eravamo a Bologna) e se ne tornò a Roma, lasciandomi a giustificare la sua fuga e a sostituirlo nella lettura. Ma nonostante il suo riserbo (alcuni amici garessini ignorarono fin dopo la sua scomparsa che scrivesse poesie), diviso fra orgoglio e umiltà, non era inconsapevole del suo valore come poeta. Poco fece, o poté fare, però, perché tale riconoscimento venisse attestato.

«Un sentimento molto crudele di inappartenenza e illegittimità, radicato nell’adolescenza, trovò conferma non tanto negli antagonismi, sempre risorgenti e provocati, quanto nella assenza di approvazione, apprezzamento positivo o stimolo verso quel che venivo scrivendo in versi[17]»:credo che avrebbe sottoscritto queste parole di Fortini su se stesso, solo sostituendo adolescenza con infanzia. Voleva essere apprezzato, ma quasi lo temeva – e per capirlo bisognava conoscerlo bene. Talmente era schivo che gli elogi, pur facendogli piacere, lo imbarazzavano: aveva l’impressione che li dettassero condiscendenza o ipocrisia, o che fossero solo «affettuosi ‛soffietti»[18]” amicali; insomma gli suonavano falsi, ne rifuggiva.

La sua poesia scomparve come quei fiumi carsici che s’inabissano e scorrono a lungo ignorati, per riaffiorare in qualche altro luogo, in qualche altro tempo. Riemerse quindici anni dopo con I cavalli del nemico, che, nonostante l’impegno di chi scrive (che ne parlò in un breve saggio, pensato in origine come introduzione al libro, e uscito poi in rivista[19]) e di altri pochissimi amici, pronti a promuoverlo e a farlo conoscere, passò anch’esso inosservato, ignorato, incompreso[20].

Nel 2007 uscì L’arpa romana, un libriccino di ventuno poesie brevi, scelte fra i tanti inediti rimasti privilegiando certe zone franche ai confini della sua poesia più compiuta, che meritò solo l’attenzione di un lettore avvertito e sensibile come il poeta Giancarlo Pontiggia.

Del 2014, nel decimo anniversario della morte, è l’uscita di un altro sostanzioso gruppo d’inediti, in un libro intitolato L’editto finale, dove si ritrovano i grandi temi della poesia di Alessandro: la disperata vitalità, i furiosi innamoramenti, gli amori brucianti e infelici, il corteggiamento delle donne e della morte, le discese del tempo nelle pieghe della storia, gli scandagli impietosi del cuore e della propria vicenda esistenziale, le confessioni e le conversazioni, i tanti volti di Roma e le passeggiate nelle sue strade col fantasma del padre. Di nuovo, scarsi riscontri.

Appena dell’anno scorso infine è la pubblicazione di una bell’antologia delle sue poesie storiche col titolo I colloqui di Elpinti, accompagnata da un interessante saggio di Stefano Agosti.

Ho avuto già modo di mettere in evidenza come la prima virtù della poesia di Alessandro Ricci sia la lingua. Una lingua che è colta, ricca, dal valore classico, ma anche aspra, tuttavia duttile, capace di accogliere in sé la parola degradata, o il parlato più scarno, tutto nobilitando con il ritmo e con il lucido articolarsi del pensiero; perché un’altra sua caratteristica è lo svolgersi logico del ragionamento anche in presenza di emozioni forti, dolorose.

L’architettura delle sue poesie è affidata – più che ai singoli versi – alle strofe (sull’esempio dei Canti di Leopardi, o su quelli, più vicini a noi, di Montale e Luzi; nomi, questi, fatti qui non per caso, ma perché poeti di pensiero che gli erano cari e congeniali); strofe che possono essere molto lunghe o molto brevi, dunque variabili, ma sempre decise e conchiuse in se stesse; ovvero, strutturate di norma in modo da non travalicare quasi mai i propri confini (quelli, come dicevo, del senso e dell’argomentare), nemmeno quando il verso, spezzandosi in due emistichi, genera di conseguenza due strofe. Spesso poi la poesia consiste di un unico vertiginoso periodo che si avvita su se stesso; i versi ricorrono di frequente a quella «pausa irrazionale», come qualcuno l’ha definita, che è l’inarcatura, e azzardandone di vertiginose su articoli e congiunzioni, si fanno aguzzi e imprevedibili, mai partitura puramente eufonica.

Quanto agli argomenti, il primo tempo è quello delle grandi poesie storiche (come testimonia esaustivamente la già ricordata antologia I colloqui di Elpinti); il secondo è quello delle poesie «d’amore e incanto». I grandi temi che li abitano: la nostalgia, il viaggio, la sconfitta, o la resa, il trascorrere del tempo, il dolore (asciutto, riflessivo, inconsolabile, perciò morale), sono, nel primo caso, trasfigurati nelle potenti invenzioni di figure solenni o relitte, con le sognate «precipitose discese del tempo» di cui parla la nota a La corsa di Vetranione da qui a là[21]; nel secondo, la diretta testimonianza della propria vicenda esistenziale.

Per usare le parole di Fabio Ciriachi, un altro amico che tra i pochi ha saputo riconoscerla, la poesia di Ricci è capace «di abitare i luoghi e i personaggi della classicità ellenistico-romana con le ansie e i dubbi di un contemporaneo, e al tempo stesso di raccontare la contemporaneità con la saldezza e la misura proprie di quella classicità».

Infatti non c’è gran differenza fra i due tempi, come si diceva, se non per lo sbalzo temporale, appunto, che, nella poesia storica, distanzia e, in quella contemporanea, avvicina; in una estrania e oggettivizza, nell’altra rende più intenso ed urgente uno stesso sentire. Da quest’urgenza e da questo dissidio nascono versi vibranti di sentimento, di umanità, di consapevole e dignitosa accettazione dei propri limiti, che sembrano disarmati e indifesi, platealmente arresi alla derelizione d’ogni straziata bellezza («La bellezza è una ferita, contemplazione e nostalgia sono tutt’uno»), ma che, pur narrando il percorso rovinoso dai gradini d’oro dell’innamoramento alle profondità del baratro di delusione e abbandono, rimangono affilati e severi. Se dunque le poesie del presente hanno un’urgenza quasi dolorosa, risultando talvolta, ad una lettura poco attenta, troppo emotive, scritte nel magma, eccessivamente coinvolte (seppur coinvolgenti), le poesie storiche mantengono il distacco della verità, dando corpo ad un pensiero lucido e determinato.

Non è un caso che agli estremi della poesia di Ricci abitino personaggi come Furio Seniore e, appunto, Giuliano l’Apostata; o, in altro ambito, Claudio Rutilio Namaziano. Si va dal 40/50 a.C. al 363 d.C., quando muore Giuliano; ovvero, fino al 415 d.C., quando si svolge il viaggio di Rutilio. In mezzo, tutta una serie di altri personaggi, immaginari come Suìda il Tessalico, come Lentulo, il poeta cieco del Circolo di Messalla, come il padre di 212 d.C., o l’Explorator; reali come Dolabella e Ammiano Marcellino; e come Lucrezio, prima trasfigurato in Furio Seniore, che, in Una storia come le altre, discesa del tempo per descriverne lo sfinimento, sorridendo di tutto e «dell’esito inutile dei versi», ma senza ridire «un solo difetto del mondo», s’abbandona serenamente a «l’assenza totale del desiderio e della pena», alla morte.

Fuori di questa stagione, altre figure, come quella di Guido Cavalcanti, che gli ispira tre – in tre diversi momenti – delle sue poesie più belle, nelle quali si può leggere tutta la delusa speranza di vivere la propria morte come immagina quella di Guido: «un termine di bellezze», entrando, Guido a Firenze, egli nella sua Garessio «con la testa alta e disfatta / di fantasma, perché un poco / agli astanti – fossero amici / o avversi – almeno / importasse l’aspetto fiero / se non l’anima disperata[22]».

La morte, dalla quale, quand’era bambino, Alessandro pensava si potesse guarire («Forse anche pensavo, / nella luce odorosa in / cui è avvolta l’infanzia, / che una musica, un frullo, un / pulviscolo nella stanza sempre / m’avrebbero guarito dalla / morte, quella stata / dei vecchi, la probabile dei / grandi, l’impossibile / mia[23]», scrive), è uno dei temi forti della sua poesia: vi entra subito, col suicidio del pompeiano Furio Seniore, in Le segnalazioni mediante i fuochi, e ne sigilla l’opera con un altro suicidio, quello di Protadio, in una scena memorabile del De reditu – Il ritorno. In mezzo, le morti di Lentulo e Lucrezio, di Cavalcanti, del nonno e, soprattutto, quella del padre, risofferta e ricordata con strazio in più d’un verso, nella quale prefigurava la propria.

«Si vive qui ed ora, per poco, in attesa del nulla», dice Rutilio ad un amico, e aggiunge: «La penso come chi, meglio di me, meglio di noi, ha cercato di riempire questa breve luce, di colmare il vuoto con qualcosa di meglio». Ma quando il meglio sfugge e si è stanchi di cercarlo, quando il giudizio si fa severissimo, non resta che la volontà della fine. «Un tempo il suicidio era un gesto nobile… E noi siamo anime antiche, no?» mormora Protadio mentre entra insieme a Rutilio nel balneum, per immergersi nel calidarium dove si taglierà le vene.

Nelle pacate parole di Protadio, Alessandro si riconosceva, nonostante l’amore disperato per la vita. In un’altra scena del De Reditu c’è un breve colloquio fra Rutilio e il nipote: «È il pensiero della morte che aiuta a vivere[24]», dice Rutilio. «Sembra un pensiero cristiano», gli risponde il nipote. E Rutilio ribatte: «Sembra, ma non lo è». Programmare il suicidio non allontana la morte, non la rinvia?

In una sequenza de La confessione[25]leggiamo: «Da buon gioielliere, / nonno sapeva forare i lobi delle / ragazze, e amare il minimo dolore / della puntura, il minimo danno / estetico alle orecchie. / Perciò l’intenerì la Browning. / Se quella / fosse stata la decisione, aveva / temperato la punta alla morte». Così, le attività più antitetiche, progettare il suicidio e scrivere poesia, diventano equivalenti; perché esercitarle significava, in entrambi i casi, temperare la punta alla morte. E nell’esercizio di esse non c’è niente di cristiano, di religioso; c’è, anzi, la fierezza di un pensare laico, rivendicato fino all’ultimo con severa consapevolezza e incarnato nella straordinaria figura di Giuliano l’Apostata che, pur sconfitto dai «molti, folli galilei», reca un estremo messaggio di virile accettazione della morte.

Ma Alessandro al suicidio non giunse (e qualcuno, con impietoso rigore, coniò per lui l’espressione di «suicida timido[26]»): quando furono i giorni della malattia a sfinirlo, seppe di non averne più bisogno, perché, come aveva letto mille volte, «più il dolore è determinato e preciso, più l’istinto della vita si dibatte, e cade l’idea del suicidio[27]».

La morte, «versatile più della vita», sempre corteggiata, perché consapevole di doverla conquistare giorno per giorno (lui, montaliano, costretto ad aderire all’ungarettiano «la morte si sconta vivendo»), ormai si accostava a lui in maniera legittima, gli si offriva come nessuna donna aveva mai saputo fare, con disponibilità e arrendevolezza, paziente, senza ferocia, ma senza pietà.

Tutti i temi – ancora la nostalgia, la sconfitta, la resa, il trascorrere del tempo, il dolore – si addensano nel conflitto «tra scetticismo pagano e fede cristiana, col primo che persegue la sua strenua ricerca di una bellezza che non trascende le cose ma le abita in ogni loro intima piega, e la seconda che sottrae centralità al qui e ora dell’esperienza per differirla in un altrove mediato dalla presenza di Dio e amministrato dai suoi rappresentanti». Sono parole tutt’ora inedite di Fabio Ciriachi, delle quale mi approprio perché non saprei spiegare meglio e più chiaramente di così questo punto cruciale della visione etica e intellettuale di Alessandro Ricci. «Dimentica la favola cristiana che bella / è l’anima sola. Ogni bellezza ha / un’anima, come l’hanno massi e parole / levigati o animali lisci, per gioventù / e vigore[28]», ammonisce Teodoréto il Vecchissimo. «Si tratta di un conflitto che Ricci indaga con la precisione dello storico e con la nostalgia del poeta, e che, soprattutto nel suo terzo libro, narra con struggente partecipazione attraverso la figura di Giuliano l’Apostata», conclude Ciriachi.

In una scena dell’adattamento del De reditu – Il ritorno, nel “girato” poi leggermente diversa, Rutilio cammina per le strade di Ostia accompagnato da un giovane amico: ovunque rovine e statue atterrate, decollate. Il giovane Palladio attribuisce quella rovina ai Goti, ma Rutilio lo corregge: quei danni si devono ai cristiani di Ostia, e fatti qualche anno prima dell’arrivo dei barbari. Alle perplessità del giovane, Rutilio chiarisce: «Per loro il mondo è da buttar via. Ci vivrebbero malvolentieri anche se lo abitassero da soli. Ma ci siamo anche noi. E quello che abbiamo fatto noi – si tratti di pensieri, si tratti di cose – loro possono, anzi devono distruggerlo. E cominciano, evidentemente, dagli dèi. Quasi tutti noi sappiamo benissimo che dentro quelle statue non c’è proprio nessuno, ma chi le ha create – che ci sia riuscito o no – ha cercato la bellezza, e forse si è creduto o ha finto di essere quasi un dio. Questo non ci perdonano…». E ancora: «Gli uomini si dividono fondamentalmente in due categorie: chi ritiene di possedere la verità e chi il dubbio. I primi sono feroci, i secondi sazi. Abbiamo pensato così tanto che non siamo più sicuri di niente. Questi sono tempi in cui mille anni di filosofia sono niente al confronto della fiducia cieca che la gente comune ha nelle religioni che promettono come premio nientemeno che l’immortalità». (C’è in quest’ultima frase una preveggente lucidità, se pensiamo al presente che stiamo vivendo). Palladio: «Viviamo anni bui…». E Rutilio, interrompendolo, secco: «Vivere anni bui non significa soffrire meno».

La constatazione che la poesia di Alessandro Ricci, una grande poesia dei nostri tempi, è, ancora oggi, praticamente ignorata, amareggia chi la conosce e sa che essa s’innalza sulle altre a tal punto che viene spontaneo paragonarla a un falco immobile sulle nostre teste, ma invisibile a chi, per pigrizia o disinteresse, cammina a testa bassa e non alza mai gli occhi al cielo. Persino coloro che ebbero la ventura di leggerla e apprezzarla fecero poco, pochissimo, perché venisse riconosciuta. Anche coloro che ne scrissero, dispiace dirlo, non seppero individuarne la dimensione reale, segnalandone appena l’eccentricità rispetto alla poesia coeva.

Più che un’accusa è l’amara evidenza – che vale per Alessandro Ricci come per altri poeti ignorati in vita[29], e non sembri irriverente fare qui i nomi dell’inglese Hopkins e del già ricordato Kavafis. «Come un recluso, egli non fu mai riconosciuto durante la sua vita», scrive di quest’ultimo l’oscuro estensore della sua pagina su Wikipedia. Nessuna definizione è più vera di questa anche per Alessandro. Ma se la grande poesia di rado viene riconosciuta e apprezzata, come sarebbe giusto, nel proprio tempo, pure, prima o poi, arriva per essa il giusto tempo; e, in quel tempo, il lettore, o i lettori capaci di illuminarla a beneficio di ognuno e di coloro che avranno l’opportunità se non la fortuna di goderne. È questa convinzione che ha sostenuto e sostiene il mio impegno a favore della poesia di Alessandro Ricci, il più nascosto dei poeti.

Francesco Dalessandro

[1] Questa testimonianza riprende e sviluppa alcune parti di un precedente articolo uscito con lo stesso titolo su “Gradiva”, International Journal of Italian Poetry, Number 49, Spring 2016.

[2] Notizia e note, in I cavalli del nemico, Roma 2004.

[3] Autostrada del sole, in Indagini sul crollo, Venezia 1989.

[4] Psicofarmaci in L’editto finale, Roma 2014.

[5] La passeggiata, in I cavalli del nemico, Roma 2004.

[6] La passeggiata,ivi.

[7] Oggi ho portato il mio amore sul ciglio, ivi.

[8] Le comunicazioni nell’orbita, in Le segnalazioni mediante i fuochi, Abano Terme 1985.

[9] Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, Torino 1952, vedi nota del 9 marzo 1950.

[10] La trovata, in Indagini sul crollo, Venezia 1989.

[11] Così, in L’editto finale, Roma 2014.

[12] Nel novembre del 1979, Davico Bonino prese l’iniziativa di spedire una raccolta di testi di Ricci, dal titolo La battaglia di Pìramo,allo Specchio Mondadori, che, alcuni mesi dopo, la rifiutò. Il tempo era forse prematuro.

[13] Roberto Pazzi, prefazione a Le segnalazioni mediante i fuochi, Abano Terme 1985.

[14] Luigi Amendola, recensione a Le segnalazioni mediante i fuochi, “Galleria”, Anno XXXVI, 1-2, Gennaio-Aprile 1986.

[15] Roberto Pazzi, prefazione a Le segnalazioni mediante i fuochi, Abano Terme 1985.

[16] Roberto Pazzi, ivi.

[17] Franco Fortini, Un vero veduto dalla mente, in Memorie per dopo domani, Siena 1984.

[18] Franco Fortini, ivi.

[19] Su I cavalli del nemico di Alessandro Ricci, “Capoverso”, 11, Gennaio-Giugno 2006.

[20] Perfino da chi, come il vecchio relatore della tesi di laurea, accettò di presentarlo in pubblico.

[21] Nel ciclo di Giuliano l’Apostata, Morti parallele, in I cavalli del nemico, Roma 2004.

[22] Ipotesi su Cavalcanti, in I cavalli del nemico, Roma 2004.

[23] A papà, in Le segnalazioni mediante i fuochi, Abano Terme 1985.

[24] Qui, lo sceneggiatore ricorda un verso di Saba.

[25] In Le segnalazioni mediante i fuochi, Aabano Terme 1985.

[26] Cesare Pavese, ivi, vedi nota del 17 agosto 1950.

[27] Cesare Pavese, ivi, nota del 18 agosto 1950.

[28] La provincia marina di Bisanzio, in Le segnalazioni mediante i fuochi, Abano Terme 1985.

[29] Invito chi pensa di non capire di cosa si parla a rileggersi Il Parini, ovvero della gloria di Leopardi.

Scheda biobibliografica

Francesco Dalessandro è nato a Cagnano Amiterno nel 1948; dal 1958 vive a Roma. Ha pubblicato le raccolte poetiche: L’osservatorio (1998; 2011), Lezioni di respiro (2003), La salvezza (2006), Ore dorate (2008), Aprile degli anni (2011). È stato tra i fondatori della rivista «Arsenale» (1984-1988) diretta da Gianfranco Palmery. Traduce dal latino, dall’inglese e dallo spagnolo.

febbraio 1st, 2017|Francesco Dalessandro, recuperi1|