Altri appunti sulla poesia di Marco Vitale di Sebastiano Aglieco

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Ogni organismo biologico custodisce in sé il sogno di un altrove, della redenzione di una mancanza – non può esistere vita senza qualche mancanza –.
Credo che anche la lingua sia un organismo biologico, luogo, cioè, di una qualche forma di compimento, di un progetto. È questo il motivo per cui ogni lingua ha un suo colore, un sottotesto, un’origine. Ogni lingua è anche luogo di forze che la conducono da una parte all’altra della sua esistenza, mettendola, quindi, in continuo pericolo. Il compito dei poeti è quello di scegliere in che direzione portare la propria lingua, ascoltandone la vocazione ancestrale, il primo vagito.
Il compito che attraversa la poesia di Marco Vitale sembra coincidere col desiderio di localizzare un altrove; un’isola, un’arcadia della parola.
Con “arcadia” non intendo il luogo dell’idillio, della mancanza di dramma, ma il luogo del senza maschera, purum sine fuco, et simplex, ut mel sine cera, come chiarisce Terenzio. Arcadia come luogo del mero accadere, nel cui spazio la parola dice della cosa perché la conosce, o la ricorda e la cosa è tale perché la parola la dice.

Capivo che era tutta
lì, quell’indicibile dolcezza
quelle tinte quei rossi
quegli azzurri e i gialli
donati dalla Caritas
E niente, niente che non avesse
il peso di una neve
benefica o una carezza
tra il marciapiede e le stelle

(da Canone semplice, Jaca Book 2007, p. 84)

La poesia di Marco Vitale è consapevole di cosa voglia dire, oggi, essere moderni. E cioè il fatto che nessun poeta può permettersi la nostalgia della casa senza la capacità di contemplare il limite del recinto entro cui la distanza temporale con l’imponderabile ci ha relegati.

Le parole dei poeti sono cariche di Storia, contengono altre parole e altri poeti. Anche quando pretendiamo di scrivere nell’assoluta autonomia del nostro genio e della nostra creazione, mille voci parlano in noi, voci che hanno già detto e scritto le nostre stesse parole.
È chiarito il senso di quanto ho precedentemente affermato: ogni poesia ha un compito, un ricordo; ma conosce anche interferenze e necessità. La maggior interferenza e necessità è proprio il Tempo, l’unico dio capace di non farci sprofondare nel sogno della parola, in una regressione senza ancore di salvezza.
Leggendo i testi di Vitale, dunque, è possibile avvertire in controluce le presenze delle ombre; persino una certa consonanza con i luoghi e il loro genio – credo che quelli da lui preferiti siano i luoghi trasfigurati, idealizzati. Per esempio: con una scena di presepe si apre Canone semplice e con poesie dedicate al presepe si chiude Diversorium:

I muschi i dolci legni dei presepi
i colorati gessi e la plastica
leggera di grandi bambole
sedute sbigottite … il dopoguerra
che non mi hai detto
ed io ne immaginavo da una patina
che fa offesa al ricordo solo pochi
riflessi di una luce

Forse non era spenta
ancora quella luce
Oh non tutto non tutto
era finito per sempre

(da Canone semplice, cit., p. 7)

Pure c’è chi non vede
chi nello spazio della Notte
dorme e sogna
o imperterrito gioca, è pieno
il diversorium
e più lontano il magro lupo
del deserto aggira