Autocommento a La souris

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LA SOURIS

Non si sente più nulla
tutto è fermo
hanno teso da tempo le invisibili
nappe, tutto tace
Da dove cade
unico di riflesso e doratura quel raggio?
Dove batte e rifrange
per azzardo di iridi?

Ospite impreveduto, caso opaco
mi chiamò un giorno
un capriccio di ragazzo
una setola intinta in un impasto di ocre

Oh tu che mi hai lasciato qui tra questi tralci
gelidi e maturi, tra questi calici
dove il timore si specchia
e interroga il silenzio, solo questa
di te rimane mia aporia

mio indebito tralucere nel sogno

(da Diversorium, Roma, Il Labirinto, 2016)

Un grumo di colore opaco, un ocra quasi grigio è quanto pensavo di ricordare al centro di un tempo sospeso, un ridotto dove la bellezza tocca il silenzio. È il tempo cristallo della natura morta, dove la buccia porosa del cedro, lavorata da una lama, lascia cadere una spirale molle sulla tovaglia di Fiandra, a fianco ai calici e ai pani. Quel topolino, forse uno scherzo irriverente del pittore, come era riuscito a salire sulla mensa? Come si era accampato lassù, in quell’incanto di colori e di essenze?

Incongruo, inadeguato, l’animaletto appariva sorpreso, soprattutto da quell’unico raggio che filtrava dall’alto e lo strappava al buio, rendendolo per questo preda. Svelandone la modestia e l’ordinaria laidezza.
Non ero più certo di aver visto quel quadro durante una visita all’Alte Pinakothek di Monaco e una poco convinta ricerca nel mondo incantato delle nature morte non aveva sortito alcun esito. Che lo avessi visto da qualche parte era sicuro, magari soltanto su un catalogo. E tuttavia proprio il fatto di non ritrovarne le scaturigini iconografiche aveva finito per affrancare quella modesta creatura, prima immobile tra i pigmenti, e l’autorizzava ora a parlare. Come gli animali del Tombeau de La Fontaine, cui Francis Jammes concede la parola perché si lamentino con il poeta a motivo dei vizi umani che ha inteso loro conferire, così il mio topolino si duole con lo scanzonato artista che lo ha dipinto e rappreso per sempre in quella visione. Quel giovane – non può essere stato infatti che un giovane ad avergli giocato quel tiro – non immaginava, né potrà ormai più immaginare come proprio a quello scherzo rimarrà legato il suo nome. Perché un nome quell’artista deve averlo avuto, al riparo dei secoli, nel suo ormai lontano transito per questo “grazioso teatro del mondo”.

luglio 10th, 2018|Marco Vitale|