Cinque domande sul silenzio a Pierpaolo Capovilla di Pietro Cagni

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Andrea Ulivi, Luce armena, Armenia 2009
Andrea Ulivi, Luce armena, Armenia 2009
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Le tue canzoni, le tue letture, sono tutte un ‘ascolto appassionato del mondo’. Penso a tutte le figure che appaiono, a volte anche solo per brevi tratti, nelle canzoni, ai poeti a cui ridai voce dal tuo leggio, e anche alle vicende di cronaca, violente e insostenibili, del nostro paese. Sembra che tutto questo ti parli, e che tu ne senta distintamente la voce, che impone di prendere posizione.In una tua canzone che spezza le gambe, Pablo, dici: “sembra nessuno / ma parla con gli angeli e dà loro del tu”. Insomma, ci costringi sempre, impietosamente, ad accorgerci di certe presenze silenziose che, altrimenti, non vedremmo neanche. Come vivi questo tuo “ascolto appassionato del mondo”?

Non posso nascondere che questa tua definizione, ascolto appassionato del mondo, mi garba e mi affabula. La potremmo declinare anche in visione appassionata. Il fatto è che tutto mi riguarda. Il fatto di cronaca nera diventa espediente narrativo, all’interno di un “ascolto” o di una “visione” del mondo intorno a me. E con “mondo” intendo le circostanze storiche in cui vivo e viviamo. Le figure narrative nelle canzoni hanno sempre una funzione esplorativa di questo “mondo”. I poeti, ultimi parresiasti nell’orizzonte gnoseologico contemporaneo, mi vengono in aiuto, sempre. Pablo ne è un esempio piuttosto significativo; il verso che tu citi è tratto da una pagina memorabile del Viaggio al Termine della Notte, di Céline. In quella pagina l’autore descrive un pover’uomo, costretto dalle vicende a lavorare in una colonia africana – come lo stesso autore, in quel momento – per anni e anni di sfinimento e sacrificio di se. Lo riteneva un povero scemo, un allocco. Poi, una notte, il pover’uomo (nel romanzo si chiama Alcide, non Pablo) si confida con l’autore, e gli racconta della nipotina, che neanche ha mai visto in vita sua, ma della quale si prende cura, da lontano, donandole tutte le sue fatiche. Alcide confida a Céline il senso della fratellanza, incondizionata, che lega un uomo qualunque ad un altro, un essere umano all’umanità intera, rappresentata dalla lontana (ammalata e in fin di vita) nipotina. Temo sia questo il motivo per cui Pablo ti “spezza le gambe”. La poesia, infatti, narra il cuore delle cose e delle circostanze, e ci porta, senza indugio, verso la più profonda profondità delle stesse. Non importa se, in questo caso, Alcide non sia più lui, ma sia diventato Pablo, un altro uomo qualsiasi, un ecuadoriano che io conosco, che lava i piatti in un ristorante veneziano da dieci anni ormai, che paga un affitto vessatorio per un buco di appartamento di merda a Marghera (mi informai: più o meno il doppio dell’affitto medio in quell’area, perché all’immigrato non solo non si da fiducia, ma lo si deruba volentieri), e che tutti i poveri risparmi spedisce, con amore e disciplina, alla famiglia, dall’altra parte del mondo, ogni mese. Anzi. L’Alcide céliniano che è in Pablo potrebbe essere declinato milioni di volte, per tutti i milioni di diseredati che affollano il nord del mondo e nei quali non sappiamo scorgere l’Alcide. Proprio come accadde a Céline.

Il tuo mestiere mi sembra sempre quello di spaccare il silenzio. Con la voce, il fiato, lo spezzi, dandogli una modulazione, un senso, una direzione. Allora, come fai funzionare la relazione tra te e gli altri “attori” di questo piccolo miracolo che accade sul palco? Come intendi la musica, quando leggi, canti o scrivi? Come un sottofondo, un terreno che ti è dato e su cui devi muoverti, oppure cerchi con gli strumenti e il suono una sorta di dialogo, fatto di parole, suoni e silenzi?

Santo cielo. Faccio del rock, giusto? Nel rock il silenzio è fatto di stop & go. Nel rock è il silenzio che spezza il caos della musica (e proprio per questo diventa “narrativo”). Comunque sia, quando leggo o canto, la musica non è mai sottofondo, ma si coniuga con l’enunciazione. Quando scrivo una canzone, generalmente sto anche ascoltando la sua musica, e cerco una dialettica coerente che permetta alle parole di insediarsi nella canzone, e abitarla.

Pensando ai dischi, ai concerti, alle tue letture, mi pare che sia sempre presente una questione davvero centrale: è vero che la voce spezza il silenzio, emergendo per un momento, ma prima o dopo torna nel buio, e si spengono le luci, il microfono, il corpo che ha dato spettacolo si ferma e scende dal palco. Tanto che lo stage diving con cui chiudi spesso i concerti sembra un tuo tentativo estremo di toccare il fondo dell’avvenimento, il vertice di quell’incontro con il pubblico che si è appena consumato e forse non abbastanza, mai abbastanza. Sopravvivere al post-concerto, quando tutto è stato detto, e tutto attraversato, ancora una volta. Insomma, raccontaci, se puoi, cos’è per te l’inizio e la fine di uno spettacolo.

All’inizio di un concerto mi lascio investire da un sentimento di panico, ansia e timore. Alla fine, quasi sempre, il panico tramuta in sangue freddo, l’ansia in desiderio, il timore in certezza. Lo stage-diving “celebra” questo mutamento, o trasmutazione.

Una frase attraversa la Bibbia da un capo all’altro ed era molto cara a Pasolini, che l’ha inserita nel finale di Teorema: «io sono voce di uno che grida nel deserto». Il tuo grido invita a una lotta che non è riducibile appena a una lotta “politica”, di classe: è la lotta degli occhi: è come se sbandassimo costantemente tra l’indifferenza (parola a te cara) e una possibilità di consapevolezza, di testimonianza. Una donna è tra le tue canzoni più esplicite, in questo senso. Di fronte alle contraddizioni dolorose della guerra “hai una parola sola, come il mondo che gira, come il tuo destino!”, fino a riconoscere che “la bellezza del tuo sorriso è una bandiera”. Che cosa vince, alla fine? Il deserto o questa “parola sola” urlata al microfono, la bellezza del sorriso?

Mi piacerebbe risponderti così.
Il sorriso di quella quattordicenne yazida che, con mamma e sorellina, scappa dal massacro, è il sorriso di un popolo, dei popoli, che respingono la violenza della storia, nella ricerca della pace e dell’armonia. È la ricerca di una storia “altra”, nuova e diversa, fatta d’amore e fratellanza. La consapevolezza è conditio sine qua non. La testimonianza è approvvigionamento delle forze necessarie affinché la consapevolezza non diventi un inutile esercizio intellettuale. Infine, la lotta di classe è il cuore pulsante della democrazia, o meglio, del sentimento democratico, quel sentimento che, se ti anima, ti rende partecipe della storia di tutte e tutti.

Hai detto più volte che il tuo disco preferito di sempre è From her to eternity, di un Nick Cave tossico e paranoico “di un dolore e di una ferocia incredibile”. Dopo trent’anni quel dolore si è certamente acuito, mentre la sua ferocia si è smorzata in una infinita e insostenibile malinconia. Cosa pensi del suo ultimo SkeletonTree?
…ma in realtà è solo un modo maldestro per chiederti di chi tu hai perso, di quelle figure così care che pervadono con la loro presenza/assenza alcune tue canzoni, e delle altre che certamente ti porti addosso costantemente. Del silenzio così forte per chi non c’è più.

Non ascolto e non mi interesso più di Nick Cave da molto tempo ormai. Detesto quegli artisti che prima si fanno tutte le droghe del mondo, si scopano l’umanità intera, rovistano nel fondo repellente dell’esistenza umana, dando così il meglio di sé e della propria arte, e poi, disillusi e pieni di soldi, si rivolgono a dio e chiedono perdono. Bob Dylan ne è un esempio eclatante, triste e squallido. SkeletonTree non l’ho mai sentito. Mi spiace. E comunque ne ho abbastanza delle grandi rock star planetarie che diventano sacerdoti di se stessi. Per fare il prete, ci vuole un dio. E giusto per restare nel “divino”: io credo che la miglior preghiera a dio dovrebbe fondarsi nel silenzio, “affondare” in esso, come un annegato. Nella conclamazione pubblica di quelle “redenzioni” io non vedo altro che una “paura”: la paura di andarsene, di abbandonare il mondo, senza il consenso indeterminato di coloro che hanno amato o amano la tua opera. E fors’anche di tutti gli altri. A quell’indeterminazione del consenso pubblico io non soltanto non credo: la rifuggo. Quando qualcuno se ne va, se ne va e basta. E chi s’è visto s’è visto. Coloro che rimangono, continueranno, se dio vuole, a far casino.

Scheda biobibliografica

Pierpaolo Capovilla (Varese, 1968) è un musicista ed autore della scena indipendente italiana. Nel 2005 fonda Il Teatro degli Orrori (oggi al quarto disco) e nel 2016 dà vita al super-gruppo Buñuel, che nel medesimo anno pubblica l’album A resting place for strangers. Eresia, Auditorium Edizioni, è il resoconto filmico di uno dei suoi reading di Majakovskij. Nel 2013 Capovilla realizza una tournée di reading pasoliniani su La Religione del mio Tempo, per più di 50 date. Il primo album solista di Capovilla, Obtorto Collo, esce per i tipi di Virgin – La Tempesta – Universal alla fine del Maggio 2014.

luglio 9th, 2018|Pietre 2, Pietro Cagni|