Comporre l’ignoto in forma certa di Riccardo Emmolo

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Friedrick Schinkel, Scenografia per il Flauto magico di Mozart, acquerello a tempera, 1815

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La vicenda umana e poetica di Giovanna Bemporad costituisce una rara testimonianza di dedizione totale alla poesia. Già adolescente, con una scelta umile e irrevocata, Giovanna sottomette il suo talento al servizio dei classici traducendo l’Eneide in endecasillabi. In un tempo in cui la grande tradizione occidentale sembra abbandonata dai poeti, votati all’inseguimento del fantasma dell’originalità ad oltranza, l’umile e solitario lavoro della Bemporad riafferma che la vera originalità non è fuori ma dentro la tradizione. Per lei tradurre Virgilio e Omero non è esercizio di apprendimento di uno stile personale; all’opposto, i suoi versi sono “esercizi” a margine della traduzione dei classici.
Esercizi: poesie e traduzioni è il titolo del libro con il quale nel 1948 Giovanna Bemporad presenta per la prima volta, accanto ai lavori di traduzione, la sue liriche. Sono versi di una pasionaria dei lirici greci e di Leopardi, di Tasso e dei simbolisti francesi in un libro che è un lungo, precocissimo addio alla giovinezza. La morte, il nulla, la notte, la «malinconica immagine» della luna, la solitudine del mare: domina su tutto la consapevolezza di sottomettere ogni moto del cuore e ogni bagliore di energia alla «smania di comporre l’ignoto in forma certa».
Comporre l’ignoto in versi esatti significa offrire al lettore uno specchio d’oro nel quale contemplare se stesso guardando in faccia la morte e il nulla. Esercizio doloroso e pericoloso, tanto che Giovanna confessa di essere tentata a volte di «gettare ciecamente al nulla» la sua stanchezza e di cedere al richiamo della morte. Ma non si può, finché ci è dato ancora «per lo spazio di un mattino / lieti e ingenui abitare sulla terra». È la forza segreta dei poeti: abitare il mondo con debolezza gioiosa. L’ignoto e il nulla non possono essere sconfitti, ma possono essere composti dentro forme luminose e austere. La forza, il coraggio e l’equilibrio per portare a termine questo grandioso e umile compito i poeti possono trovarli ancora negli autori antichi. La grande poesia si è sempre confrontata con il trascorrere inesorabile del tempo, la certezza della morte e l’incubo del nulla. Solo una cultura narcotica come la nostra può pensare di occultare il carattere tragico dell’esistenza: la gioia che dà la bellezza della vita, il dolore che procura la sua impermanenza.
La traduzione mai completata dell’Odissea, il rimaneggiamento degli Esercizi continuato anche dopo l’edizione definitiva del 2010: si può vedere in ciò solo il frutto di una mania di perfezione, ma anche una tensione tutta novecentesca verso il non-finito, come in Pound, Kakfa, Musil, Gadda. Di certo la lingua degli Esercizi non è ottocentesca e il lavoro sulla forma, così teso all’esattezza, fa pensare piuttosto a Valéry che ai poeti neoclassici e romantici; né le inversioni sintattiche possono essere scambiate per anticaglie, visto che oggi sono usate da poeti non certo secondari.
Lungi dal ritenere Giovanna Bemporad «un poeta minore ed epigonale del Novecento» (Magrelli), noi vediamo nel suo esemplare percorso poetico un terreno ricco e fertile dal quale la giovane poesia italiana può trarre l’ispirazione e gli strumenti adatti per non cadere nelle mode neoermetiche, minimaliste e post-semiologiche.

luglio 10th, 2018|Recuperi 2, Riccardo Emmolo|