Dalle macerie una voce di Massimiliano Mandorlo

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Hans Vredeman de Vries. Prospettiva, incisione, 1560.
Hans Vredeman de Vries. Prospettiva, incisione, 1560.
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Silentium aureum, l’istante in cui la parola lascia il posto ad un’altra voce che emerge nell’interiorità del nostro essere. Quell’attimo in cui il linguaggio pare sospendere la propria definitività e lasciare spazio ai territori inesplorati dell’ascolto, a una parola sottratta al rumore del mondo. Non la totale cessazione del suono, forse inconcepibile per noi umani se non con la morte, almeno per quel veramente poco che ci è dato sapere dell’aldilà. Ma qui, nel mondo, «la rugosa realtà preme d’intorno, e può imporre il silenzio massiccio, minerale della devastazione» (A. Zanzotto, Situazione della letteratura, in Le poesie e prose scelte, Mondadori 2003, p. 1094).
Da una parte, l’abisso silenzioso in cui cerchiamo, tra le macerie e i frammenti della nostra esistenza, una parola che risalga alla luce da quelle profondità restituendo la vita. Dall’altra, la rivelazione silenziosa concessa in quei preziosi attimi di pura grazia: «È nel cuore stesso della durata, e dei suoi doveri fedelmente assunti, che il tempo diventa permeabile all’eternità, così che l’al di là diventa anche un che di interiore e così che in ogni istante abbiamo come la possibilità di entrare nella nostra immortalità. Vi sono dei momenti di silenzio, quando l’anima diventa come un grumo di silenzio, vi sono degli istanti in cui l’amicizia si concentra senza che ci sia bisogno di confermarla a parole, vi sono delle intuizioni che, improvvisamente, nella monotonia e nell’insensibilità del quotidiano, ci inondano di luce e di bellezza, ci rendono infinitamente vulnerabili alla luce e alla bellezza; sì, ci sono veramente degli istanti in cui si assapora l’aroma di questa vita risorta…» (O. Clément, La riapparizione della morte nel pensiero contemporaneo in I visionari. Saggio sul superamento del nichilismo, Jaca Book 1987, p. 85).
Così, in una Catania incredibilmente deserta, un’aura silenziosa discende sulle case sventrate e sui palazzi di San Berillo come una pace a lungo desiderata. È un vento di ricchezza che porta con sé una voce unita alla voce paterna dei miei antenati, trasmessa di padre in figlio come un’antica benedizione.

Ecco il verde delle agavi,
le case sventrate che ci chiamano
dentro il buio della montagna. Ecco
le radici esplose, il mare di pietra
nera che la protegge. Uno barcolla
sull’asfalto con la testa riversa
dentro il cielo, è Catania, sono
agata fiammante i suoi occhi,
due stelle tra le palme e i palazzi…
ma una voce… un vento di ricchezza
su queste macerie…’Sa binidica,
patri. Santu e riccu. E binidittu.
Terra dei miei padri torno
nel tuo fuoco a consumarmi,
a generarmi per sempre.

Scheda biobibliografica

Massimiliano Mandorlo è nato a Cattolica (Rimini) nel 1983. Laureato in Lettere moderne a Bologna e Milano, è bibliotecario per la Biblioteca di Ateneo dell’Università Cattolica di Milano. Ha pubblicato: Mareoltre (alla chiara fonte, 2009), Cascina con nebbia, con quattro disegni di William Congdon (alla chiara fonte, 2011), Luce evento (Raffaelli 2012) e Nella pietra (Moretti & Vitali, 2017). Ha tradotto alcuni poeti australiani per «Poesia» e «Nuovi argomenti» e collabora con varie riviste e quotidiani nazionali.