Leon Battista Alberti Quid Tum
Leon Battista Alberti. Quid Tum, inchiostro su carta, 1437. Modena, Biblioteca Estense
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«Leuké» compie il suo secondo passo rimanendo fedele a sé stessa: nessuna uscita sull’intrigo del giudizio militante, nessuna dichiarazione di poetica, nessun astratto dibattito sulla poesia e sui poeti, ma solo riflessione pacata, dialogo amicale, cura della voce perduta e ritrovata, spazio discreto a chi muove i primi passi con autentica umiltà. Resta questo in sintesi il programma a cui restiamo legati, per convinzione e per vocazione. Non possiamo certo pretendere di apportare influssi o cambiamenti, ma solo, con gioia condivisa, sollecitare la misura umana del canto, tentare l’incontro tra le vite e le parole che fluiscono e l’esistenza di tutti, tra i versi che dicono una tensione, una speranza o una quieta disperazione e l’essere resistente del mondo che abitiamo e sentiamo quale spazio vitale collettivo.

Ciò ancor di più in tempi segnati dall’approssimazione della parola, dallo strazio del cuore, da una fine della sim-patia per l’altro che sottrae la politica al suo principio piantato per sempre nella parola di Platone: l’Aidos, il rispetto, il pudore che è compagno e condizione di ogni Dike, di qualunque pretesa di giustizia.
Per questo collochiamo idealmente il secondo numero della nostra rivista dalla parte del silenzio, che è per noi il grembo di ogni esperienza autentica del mondo. Non c’è nella nostra mossa nessuna banale polemica contro il rumore contemporaneo, né vale per noi l’attitudine verso una stoica, algida sottrazione al magma impuro dei mortali, delle donne e degli uomini del quotidiano. Il nostro intento – convocando attorno al ‘silenzio’ filosofi, critici scrittori, poeti, architetti, artisti: e qui l’elenco sarebbe troppo lungo e sempre impreciso, da Sini a Jossua, da Morasso a Savoca, da Arcidiacono ad Albisani e Dapunt, da Veronesi a Vitale, fino all’estremo ritorno della voce di Giovanna Bemporad – è stato quello di aprire un orizzonte scoperchiando il velo di un presupposto apparentemente scontato, ma oggi posto sotto la minaccia di una pratica inattingibilità. Perché dal silenzio cominciamo la nostra avventura, nel silenzio si generano il nostro corpo e la nostra anima, e ogni evento umano autentico, ogni incontro che riscalda, ogni contatto che spiazza è punteggiato dal silenzio, nella forma dell’incanto, della consapevolezza, dello scacco o della pausa. Sempre l’assentarsi della parola, nella realtà dell’umano, non le si contrappone. Le si accompagna come ventre fecondo, condizione di verità.

Su questi presupposti, nella sezione «Saggi» abbiamo chiesto ai nostri amici di offrirci uno squarcio del loro pensiero sul fondamento invisibile del silenzio; mentre in «Testimonianze» abbiamo lasciato campo aperto alla fenomenologia del silenzio nell’esistenza reale dei poeti; i «Dialoghi», dedicati questa volta a Matteo Veronesi e a Marco Vitale, ci hanno donato due perle di meditato, silenzioso racconto di sé e dei propri ‘commerci’ con la parola poetica e con il suo rilievo vitale; mentre i «Recuperi» ci hanno condotto sulla via di una delle poetesse più appartate, intense dimenticate del Novecento, donna di un canto angoscioso eppure felicemente leopardiano, Giovanna Bemporad appunto.
Una parola a parte merita «Pietre», la nuova sezione di «Leuké» curata da Pietro Russo e da Pietro Cagni, tra i ‘fondatori’ del Centro di Poesia Contemporanea di Catania, che raccoglie (incredibilmente) attorno a sé, ai suoi laboratori e ai suoi seminari con i poeti dei nostri giorni, decine di giovani, affascinati e condotti dalla ricerca di una voce propria in versi. Sono loro, in «Leuké», gli alfieri per noi del ‘miele del silenzio’, ovvero della costruzione di uno spazio libero e aperto, sconfinante, in cui far esprimere, scrivere, parlare, donne e uomini poeti – già di oggi e soprattutto di domani –, per mettere una pietra nella costruzione di un edificio nuovo e sempre antico, estetico e concreto.

Perché il silenzio è presupposto di verità, ma nella sua declinazione oscura esso può mostrarsi come un mostro muto che inghiotte o ferisce. È il silenzio come cancellazione e deserto. E se è vero – come pensava Benjamin – che nella lingua umana è tutto il creato a comunicarsi, allora la lingua della poesia può forse rappresentare, con umiltà e tenacia, il riscatto dolce e potente dei senza voce, degli esseri assediati dal muto regime di ogni oppressione, che sperano, dal fondo dell’abisso, nel germe di una parola capace di ascoltare il silenzio di tutti e di ridirlo agli altri.

 

 

Riccardo Emmolo

Giancarlo Pontiggia

Antonio Sichera