Frammenti per un’apologia del silenzio di Sauro Albisani

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2016 Freud - Minotaure
Giuseppe Arcidiacono. Freud-Minotaure, 2016, china e collage su disegno a pastelli, cm. 110×86
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1.

Se dovessi scegliere una poesia che rappresenti per me la più alta meditazione sul silenzio, certo sceglierei L’Infinito.
Parlammo una volta dell’Infinito – in un clima d’intimo raccoglimento che avvicinava la conversazione a una preghiera laica, intonata nel nostro dialogo a una fanciullesca commozione condivisa da entrambi – con Orazio Costa nell’imminenza d’una progettata lettura open dei Canti, da farsi a Recanati e che poi per vicissitudini diverse e non nuove non si sarebbe realizzata. La scena doveva basarsi su un unico oggetto: un enorme meteorite conficcato profondamente nel suolo, a evocarne il favoloso volo e la caduta dal cielo, sulla cui superficie si sarebbero potuti leggere scolpiti i celebri versi leopardiani. Ciò, a rappresentare con la forza icastica dell’evento, come sempre succede nel teatro vero, che quello è un testo piovuto dal cosmo, un miracolo che né la tradizione lirica coeva all’autore né il suo personale cammino letterario potevano lasciar presagire.  Un desiderio atterrato nel pensiero d’un uomo dalle stelle (come suggerisce l’etimologia latina del verbo desiderare).
L’Infinito incomincia dal silenzio e finisce nel silenzio, a voler suggerire che il silenzio è la lingua madre del pensiero stesso. Quand’esso è avvento e rivelazione – meteorite o monolite –, il pensiero nasce dal silenzio. Certo, si può pensare anche da alta voce, ma l’esperienza innominabile che la mente vive nell’atto di pensare è custodita dal silenzio. Ad essa allude l’idillio leopardiano; e non sarà un caso, in una poesia concepita rigorosamente come una partitura, che le due sole parole che si ripetono siano proprio «pensiero» e «silenzio».
«Facciasi il più del tempo silenzio», dice Epitteto nella traduzione di Leopardi stesso.

2.

Il silenzio non è un vuoto, il silenzio è il plèroma, è ciò che riempie.
Il silenzio non è omissione, il silenzio è ostensione di me a me stesso.
Il silenzio è terra fertile sulla quale può germogliare il seme della parola.
Il silenzio non è silenzio, è musica.
Il silenzio non chiede la parola, è la parola che chiede la mèta del silenzio.
Il silenzio non è povertà, è sconosciuta ricchezza.
Il silenzio non è isolamento, è accoglimento.
Il silenzio non è reticenza, è il lessico di un’altra lingua.

3.

Chiudo questi frammenti per un’apologia del silenzio (che non ha bisogno d’essere difeso) con i versi d’una poesia natami, come spesso nel caso mio, da una circostanza vera (e non certo rara) che ne costituisce l’antefatto. Sfidandomi a pensare il silenzio come al lessico di un’altra lingua m’è tornato in mente questo testo che, se non dice la stessa cosa, certo ha un suo diritto di parentela con le precedenti riflessioni.

BILINGUE

Coro di uccelli
dietro le mura
del cimitero,
dentro la chioma
di tre cipressi.
Trepido dubbio
se siano essi
a dialogare
o chi è sepolto.
Di alcuni subito
rivedo il volto.
Folle speranza
che gli uni e gli altri
siano gli stessi.
Presentimento
che il cinguettìo
sia la risposta
prima del volo,
ma nel dialogo
non so dir io
quale domanda
esce dal suolo.

Scheda biobibliografica

Sauro Albisani è nato a Ronta del Mugello nel 1956. Vive a Firenze, dove insegna al liceo Dante Alighieri. Ha pubblicato tre libri di poesia: Terra e cenere (2002), La valle delle visioni (2012) e Orografie (2014). Legato da profonda amicizia a Carlo Betocchi, gli ha dedicato due libri: Il cacciatore delle allodole (1989) e Cieli di Betocchi (2006). Ha pubblicato quattro drammi: Campo del sangue (1987), Il santo inganno (1997), Il roveto ardente (2004) e Perché il volo cominci (2004). Ha pubblicato due libri di riflessione sulla poesia: Ippocrene (1990) e Verso casa (1992). Ha tradotto in endecasillabi il Vangelo secondo Giovanni (1994).