Il promontorio di tutti di Riccardo Emmolo

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C’è in ogni libro di poesia un componimento o una strofa o un verso dove il senso dell’intera raccolta converge e splende. In Diversorium di Marco Vitale (Edizioni Il Labirinto, 2016) questo luogo d’irraggiamento si trova ne L’anonimo pittore, poesia – credo non sia un caso – posta proprio al centro del libro.

Il poeta coglie in un affresco del Trecento, o dell’inizio del Quattrocento, un’immagine nella quale è racchiuso «il fiore moribondo del gotico»: il Padre che si sporge sul legno della Croce come a proteggere il dramma della crocifissione e a preservarne il mistero. Un’immagine di sogno, ma un sogno in realtà è «ogni frammento / luminoso se incunea nell’incerto / nel rimanere indietro con parole / come pane raffermo». Questi versi racchiudono il centro focale dell’intero libro, nel quale le parole immettono nel profondo della vita proprio con il loro «rimanere indietro».

La poesia per Vitale è arte in levare – come la scultura -, kenosis, anonimato. Ogni parola si avvicina lentamente e con rispetto verso il centro delle cose, in modo che venga fuori in tutta la sua forza e bellezza. Sta in questo atteggiamento di rara umiltà gran parte del fascino della poesia di Marco Vitale. Nei suoi libri il Moderno ha nostalgia dell’Antico e l’Antico desidera il Moderno. Una sfida che questo poeta sa affrontare e vincere come pochi. I suoi interrogativi lancinanti («Possibile, nessuno parla, possibile?», «Dove siete?», «Quanto tempo è passato?», «ma chi / libera chi se il delicato / tuo orologio si ferma?») non si perdono mai nel vuoto perché respirano sempre in un dialogo doloroso e vivo con il passato e le sue ombre. Soprattutto l’ombra del padre, cui anche in Diversorium, così come nel libro precedente, Canone semplice, è dedicata un’intera sezione. Rivivono così i piccoli gesti quotidiani (il risveglio delle piante che il padre bagnava al tramonto, la patina del tempo sui libri acquistati dai bouquinistes parigini) in grado di evocare un passato prossimo e palpitante, un Novecento-gemma in confronto all’aridità che ci tocca oggi. Ne vien fuori una sorta di sospensione dell’anima che sconfina nel sogno e che, quando il sogno termina, ritorna al dolore per ciò che si è perduto. Così, poesia dopo poesia, Diversorium disegna con discrezione un cammino circolare, un ciclo di passioni e di affetti che riafferma ogni volta la struggente bellezza della vita. A ciò contribuiscono le inversioni sintattiche, le forti ellissi del verbo e gli anacoluti che finiscono per sospendere l’azione e, talvolta, persino i fatti senza concedere nulla alla calcolata ambiguità semantica di tanta poesia contemporanea.

Difficile trovare antecedenti diretti di una poesia come questa, le influenze sono così tante e così metabolizzate che ogni raccolta di Vitale sembra configurarsi come una sorta di promontorio di tutti, un viaggio ai confini della nostra anima. Una voce ferma e sapiente non si stanca di attraversare estasi e ferite, di approfondire il colloquio con le figure care scomparse, di cogliere dettagli di bellezza così preziosi che vien voglia di collezionarli, di tenerli sempre così, sospesi e vivi. Come quell’angelo che sorregge «il peso e i sogni della Terra» o la fioriera salvata dalla furia del bombardamento o Porta Romana che sente «più a nord lungo il disegno / velato delle prealpi» un lontano temporale. E quante presenze terrestri e celesti s’incontrano in nei versi di Vitale! Il gatto «nero, lucente, numinoso», le nuvole «luminose / come prive d’intento», la nebbia che induce a rinchiudersi in un cinema. Eppure le poesie di Diversorium non sono costruite su dettagli e frammenti, come nella poesia post-ermetica, ma scorrono su un ascolto continuo capace di cogliere l’invincibilità della vita in mezzo a «tutta questa caducità». Questo è il compito che Marco Vitale sembra affidare alla poesia: raccogliere gli scarti del tempo per rivelarne ellitticamente le verità in ombra, illuminare con delicatezza e mano sicura questa «manomessa cometa» sulla quale siamo chiamati a viaggiare per così breve tratto.

luglio 10th, 2018|Marco Vitale, Riccardo Emmolo|