In margine a «Canone semplice» di Roberto Rossi Precerutti

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Nel sapiente montaggio di Canone semplice (2007), in cui Marco Vitale raccoglie con aggiunte, sostituzioni e varianti materiali poetici già editi in riviste, plaquettes ed edizioni d’arte, nonché un significativo mannello di inediti, gli occhi del lettore non possono non individuare il segno di una “leggerezza” che, lungi dal dissimulare la minaccia, mallarmeanamente accablante, di un senso negato, cifra della finitudine umana e, quindi, della vanità di qualsivoglia tentativo di circoscrivere e nominare un reale perennemente in fuga, sfumato dai trucchi di una memoria ingannatrice (si pensi ai versi montaliani di un celebre Osso: «si deforma il passato, si fa vecchio, / appartiene ad un altro…»), dona tuttavia quella capacità di «danzare al di là di noi stessi» cui allude un folgorante appunto di Guido Gozzano.
L’ininterrotto interrogare ciò che è irreparabilmente compiuto, un prima che con i suoi magnetici ma perigliosi raggi non cessa di attraversare il presente, si configura in una teoria di parvenze labili che escono dal buio per ritornarvi repentinamente: «uscite/ in fretta e presto / in un forziere d’ombra / così presto tornate», arrendendosi il soggetto a una dolcissima obliquità di sguardo, che dissimula il dolore con «astuzia / di poco prezzo» o, meglio, con un’onesta dissimulazione, viatico indispensabile per varcare i confini della notte, magari domandandosi se le tenebre, con il loro affascinante richiamo, siano davvero «maliose», silenziosa effusione dell’indefinibile.
Teatro di tali epifanie, miti e struggenti insieme, sono i luoghi che la memoria colora di ipnotici bagliori. «Che si perdano le voci della sera», dunque, e le strade un tempo percorse, segmenti di fragile gioia o di invisibile esilio, si carichino «di stinto / inusitale silenzio», apprendendo al cuore null’altro che sillabe d’amarezza.
Si badi, tuttavia: niente è più lontano dal nichilismo, dai suoi algidi e desolati territori, della poesia di Vitale: un testo della prima sezione del libro, dall’incipit di vago sapore morettiano («Fuori piove di nuovo il foglio è bianco»), inaugura una riflessione, poi ripresa in vari luoghi della raccolta, sulla parola, rivelazione/destino da non considerare alla stregua di lucida e spietata disamina dell’opacità penosa delle cose, ma piuttosto come polvere «nel velario dell’acqua», annuncio di ciò che è, secondo Jean-Luc Nancy, il compito proprio della lingua poetica: articolare il senso esattamente, assolutamente, di là da ogni approssimazione, immagine o evocazione.

In Canone semplice, dunque, ciò che siamo soliti chiamare l’“idea della poesia” esiste, citando ancora Nancy, «in quanto tale», chiedendo a chi legge di confrontarsi con essa, di misurarsi con ciò che essa invera, anche al di sotto di cancellazioni e rimozioni.
Una poetica del “finito” è sottesa ai versi di Vitale, indicando con tale termine la luminosa, residuale traccia lasciataci quale prova irrefutabile di un ordine smarrito dall’indeterminatezza del senso delle cose, e forse significata nel libro dai non infrequenti accenni al chiarore lunare, che dissipando le tenebre ci “battezza” luzianamente a una speranza. Pertanto, non può essere casuale il riferimento a Jules Laforgue, magari intrecciato a suggestioni riconducibili non solo ai notturni leopardiani, ma anche a un piccolo, e dimenticato, classico del Novecento italiano, La luna dei Borboni di Vittorio Bodini.
Massimo Colesanti sottolinea, a proposito dell’autore francese, l’inversione ironica, all’altezza di Complaintes e Imitation de Notre-Dame la Lune – del «suo canto desolato e malinconico di individuo smarrito nell’oppressiva banalità dell’esistenza, e privo e assetato d’amore». Ora Vitale, accogliendo l’insegnamento dell’amato modello con garbata e crepuscolare misura, attua nel testo una sorta di distanza critica dall’emozione: senza rinunciare alla pascaliana sapienza del cuore o abdicare al limpido nucleo sentimentale e lirico della sua parola poetica, volge su di sé e sulle cose uno sguardo amaro ma lieve, approfondendo la conoscenza della piaga e, al contempo, salvaguardando la lucidità di un pensiero che non svela l’enigma, sibbene abita la contraddizione: «Non è mia la luna che ricorda / qui di nuovo altre stanze altri balconi / La luna dei Borboni, di Laforgue / lo sfarzo delle lacrime e sull’acqua / i divagati passi, i réverbères // Altre disegna lacrime che più / non mi appartengono / questo chiarore in alto sulle immote / figurazioni, come delle antenne».
Prigioniero il poeta di un’attesa fatta di pulviscoli di suono e lacerti di immagini perdute, le contrade del sonno (e del sogno) e dell’amore mescolano i rispettivi confini, quasi che la possibilità di comprendere, di trovare un bandolo o una bussola, si sottragga alla diurna luce della ragione, dimorando piuttosto nel labirinto psichico di una contemporanea polifilesca Hypnerotomachia: «Il sonno e nei tuoi grandi / occhi di notte / credevi si arenasse una parola / condivisa, un riverbero lungo la costa».

Sostanziata di ripensamenti coltissimi di certa tradizione novecentesca (Attilio Bertolucci, ad esempio), e declinata in soluzioni prosodiche dove la memoria dell’endecasillabo – quasi cifra araldica di un retaggio irrinunciabile – si mescola alla sorvegliata pratica delle misure più brevi, la sintassi generalmente piana ed accostante esibendo qualche significativo e vertiginoso trasalimento, l’atmosfera umbratile e meditativa del dettato poetico di Vitale si apre talvolta a una sorta di ansia metafisica, di nostalgia dell’alto, che si palesa in immagini fulgide come ««il dono della luce», «la prima/ del chiarore stella» o anche in più solenni meditazioni, che richiamano il suono grave di certi mistici barocchi: «Nel palazzo dell’anima / si fa silenzio // Cadono ad uno / ad uno i segni / che diremmo superflui».
«Non avevo mai visto così solo / un angelo sorreggere una rosa / di luce come un curvo / Atlante il peso e i sogni della Terra». In questi versi, il sentimentale compianto corazziniano per la lontananza, o forse il silenzio, del divino («Io voglio morire, solamente, perché sono stanco; / solamente perché i grandi angioli / su le vetrate delle cattedrali / mi fanno tremare d’amore e di angoscia») si fa accorata riflessione su una civiltà al tramonto, del cui luminoso stigma è segnato il poeta: «quel bel disco / che la pazienza di una gente / anonima scolpì perché restasse / come stasera, così chiaro, in alto // sul pianto della pietra e il silenzio cristiano».

Tuttavia, è bene osservare l’indisponibilità dell’autore ad atteggiare la parola alle sterili modalità dell’elegia di un tempo finito, di un’epoca culturale al tramonto, di un’orfanezza intesa come unico lascito dei venerati maestri del passato. Vitale rifiuta, con infallibile coscienza critica, di indossare le vesti dell’aristocratico bizantino di cui scrive Kavafis, intento a scrivere «acrostici indolenti» nell’attesa dei barbari. Il suo rapporto con quanto risiede nelle plaghe del trascorso è, a ben vedere, fecondo; anzi, si potrebbe affermare che ciò che è stato forma con ciò che è un groviglio inestricabile, un campo di reciprocità luminosa. Qui si toccano costruendo uno spazio comune, credo, poesia e filosofia: è proprio nell’interazione continua fra i due opposti piani temporali, consumata tanto nella storia collettiva quanto nella privatissima mitologia dell’io poetante, che Canone semplice trova la sua pronuncia inconfondibile.
Ne è prova, infatti, la seconda parte dell’ultima sezione del libro, intitolata Album segreto (mia madre ragazza), in cui Vitale, nell’apparente omaggio al Giorgio Caproni de Il seme del piangere, compendia, rendendoli davvero memorabili, i punti di forza del proprio lavoro. Parlare della figura della madre, spiata in alcune “istantanee” di una giovinezza che il poeta può solo immaginare non essendone che testimone indiretto, è in realtà aprirsi a una comprensione profonda, tenera e talvolta disperata, del dono straziante e misterioso della vita, del suo inesorabile trascorrere verso «una già arresa nostalgia», dove la caducità è certo «il frutto del lasciarci», ma soprattutto il suono di una vocazione alle tenebre che abita in ogni essere umano: «Ma che fosse una linea lo sapevi / di frazione sul nulla? E ogni cosa / votata all’indistinto…».