La poesia di Ungaretti tra Silenzio E Voce di Giuseppe Savoca

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Étienne-Louis Boullée, Cenotafio di Newton, 1784. Parigi, Bibliothèque Nazionale.
Étienne-Louis Boullée, Cenotafio di Newton, 1784. Parigi, Bibliothèque Nazionale.
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LA POESIA DI UNGARETTI TRA «SILENZIO» E «VOCE»

Per Ungaretti la parola nasce, già nel Porto Sepolto (confluito con varianti nell’Allegria, da cui si cita), come segnale di ri­sposta e di rivolta dell’uomo alla propria caducità, ma essa è anche il tentati­vo di stabilire un rapporto con i propri fratelli:

Di che reggimento siete
fratelli?

Parola tremante
nella notte

Foglia appena nata

Nell’aria spasimante
involontaria rivolta
dell’uomo presente alla sua
fragilità

(Fratelli; nel Porto Sepolto del 1916 Soldato)

La parola, nel momento in cui viene trepidamente articolata e percepita, è come la foglia che si apre offrendosi alla vista e anche, nel brusìo dell’esi­stenza, all’ascolto. Nel Sentimento del Tempo il poeta potrà dire: «Foglie, so­relle foglie, / Vi ascolto nel lamento» (O notte). La metafora vegetale della parola, in Fratelli colta nel suo nascere («Foglia appena nata»), riappare nel «mondo, l’umanità / la propria vita / fioriti dalla parola» del Commiato (col titolo di Poesia nel Porto Sepolto) dov’è pure una significativa compresenza di silenzio e parola:

Quando trovo
in questo mio silenzio
una parola
scavata è nella mia vita
come un abisso

Foglia o fiore che sia, la parola non viene data al poeta gratuitamente, ma è il dono che egli si conquista con la dolorosa ricerca di qualcosa che abita nelle profondità del suo essere, nel silenzio della sua vita. La parola è allora un segno che si incunea profondamente, come una voragine, tra il silenzio e la vita. Ma nei versi appena citati il parallelismo (anche sintattico) del possessivo ripetuto («mio silenzio», «mia vita») rende «silenzio» (parola nell’Allegria esclusivamente presente nelle liriche provenienti dal Porto Sepolto) e «vita» quasi sinonimi. Silenzio è la vita, e la parola tenta timidamente di rivelarla. Il «mio silenzio» è sintagma presente un’altra volta in Veglia, in un contesto drammatico, quando nel silenzio «penetrato» dalla morte di un compagno nascono «lettere piene d’amore» e l’attaccamento alla vita:

Un’intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d’amore

Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita

Che il silenzio non sia solo quello delle notti di trincea, ma la condizio­ne meditativa ed esistenziale di partenza del poeta Ungaretti, è detto da una lirica dispersa del 1915, Il paesaggio d’Alessandria d’Egitto, la quale si chiude su «Il mio silenzio di vagabondo indolente». È questo silenzio origi­nario, che viene dalla «città / che ogni giorno s’empie di sole» (Alessandria), a legare passato e presente nel componimento del Porto Sepolto intitolato proprio Silenzio, il quale, datato dai luoghi e dai tempi della guerra («Mariano il 27 giugno 1916»), non presenta nel suo corpo la parola del titolo, né suoi sino­nimi:

Conosco una città
che ogni giorno s’empie di sole
e tutto è rapito in quel momento

Me ne sono andato una sera

Nel cuore durava il limio
delle cicale

Dal bastimento
verniciato di bianco
ho visto
la mia città sparire
lasciando
un poco
un abbraccio di lumi nell’aria torbida
sospesi

Nel Porto-Allegria il silenzio si carica di complesse potenzialità sinestetiche, in quanto esso non rappresenta solo uno stato dell’interiorità o qualcosa di per­cepibile tramite l’udito. Si direbbe anzi che il silenzio sia una realtà polimor­fa a prevalente carattere visivo e, al limite, tattile:

Calante notturno abbandono
di corpi a pien’anima presi
nel silenzio vasto
che gli occhi non guardano
(Malinconia)

Il silenzio si avverte, si può guardare con gli occhi, i quali possono diven­tare il luogo del silenzio, interrotto a volte da sensazioni luminose:

Dondolo di ali in fumo
mozza il silenzio degli occhi
(Lindoro di deserto)

In Silenzio la luce era quella del sole quotidiano e dei lumi della sera, mentre in Malinconia l’ora del silenzio è quella notturna e in Lindoro di de­serto si è «all’alba». Nostalgia colloca il silenzio tra la notte di Malinconia e l’alba di Lindoro:

Quando
la notte è a svanire
poco prima di primavera
e di rado
qualcuno passa

Su Parigi s’addensa
un oscuro colore
di pianto

In un canto
di ponte
contemplo
l’illimitato silenzio
di una ragazza
tenue

Il «silenzio vasto», che in Malinconia era una sorta di aura oggettiva, qui è quasi una qualità della persona, la rivelazione di uno stato esistenziale che si lascia cogliere meglio della stessa parola dall’attitudine contemplativa di chi vive intensamente il «suo» silenzio. Esso, nella sua essenza più vera, con­duce all’abolizione del limite e addirittura alla fusione, a una forma di rapimento:

Le nostre malattie
si fondono

E come portati via
si rimane

È nel Sentimento del Tempo che il tema del silenzio diviene assolutamen­te centrale, certo su una linea di continuità con l’Allegria, ma anche con svi­luppi innovativi. Intanto è significativo che qui (a differenza che in tutte le altre raccolte) il lemma ricorra due volte al plurale, quasi a dichiarare una specie di sua polisemia costitutiva. Il primo componimento della silloge, che è O notte, ribadisce il nesso tra notte e silenzio:

Oceanici silenzi,
Astrali nidi d’illusione,

O notte.

Il silenzio viene proiettato in una dimensione cosmica, dove pure s’insi­nua il sentimento nella forma dell’illusione. «Notte» e «nidi» e silenzio ritor­nano nell’ultima lirica del libro, intitolata Silenzio stellato («stellato» è sino­nimo di «astrali» di O notte):

E gli alberi e la notte
Non si muovono più
Se non da nidi.

Che quest’ultimo componimento si richiami esplicitamente, per la tessi­tura lessicale, al primo è segnalato anche dalla presenza nell’universo nottur­no degli «alberi» (in O notte c’erano l’«alberatura» e «foglie, sorelle foglie»). In realtà non è casuale che la raccolta sia aperta e chiusa all’insegna della notte, se è vero che il sostantivo «notte» è il più frequente in tutta la poesia di Ungaretti, il quale dichiarava di avere solo «amica la notte». Ma notte e silenzio, s’è visto, si richiamano e si condizionano reciprocamente, sono spesso compresenti e qui, nel Sentimento, il silenzio apre e chiude il cammino del poeta nel tempo e nello spazio.

luglio 10th, 2018|Giuseppe Savoca, saggi n2|