L’estremo canto prima del definitivo silenzio di Diego Conticello

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Cefalu plan
Giuseppe Arcidiacono. Cefalù plan, 1978, tecnica mista su collage, cm. 82×67
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L’ALLODOLA OTTOBRINA DI BARTOLO CATTAFI

Nelle poesie de L’allodola ottobrina[1] si osserva lo sgretolamento delle strutture che soggiacciono al dato fenomenico, colto nelle metamorfosi più astruse e repentine di evento oramai fuori controllo, pronto ad imminenti implosioni coinvolgenti un soggetto malgrado i suoi tentativi di opporvisi. In un siffatto scenario pre-apocalittico è ancora, come spesso nell’autore barcellonese, la mano divina la sola a poter interrompere lo sfacelo terrestre, l’angoscia di un silenzio esistenziale assordante, “la vertigine il vuoto” e a sciogliere i crucci che lacerano l’uomo (si legga a mo’ di esempio la lirica È qui che Dio):

È qui che Dio m’assiste
lungo la parte più assurda della curva
saldamente incollato
su questa traiettoria
ad occhi chiusi vinco
la vertigine il vuoto la mia storia.

Le cose del mondo diventano ormai oggetti avulsi dal proprio sistema di riferimento, vengono de-contestualizzati secondo tassonomie eterodosse, in ogni caso sono un sintomo delle ossessioni brulicanti, nero frutto di una ‘geometria’ occulta (come in La linea il filo):

La linea il filo
che tu estrai dal folto del disegno
è di per sé disegno
da mandare a mente
da amare
quando la giungla la rete il labirinto
premono alle porte
le spalancano
e tu vacilli sotto la loro spinta.

Questo contatto igneo con la materia, la creazione di vuoti quasi tattili (traslato di “mancanze” sul piano esistenziale) che ritroviamo ad esempio nel componimento Scorie, fanno pensare (e, più volte, i critici lo hanno sottolineato) all’arte oggettuale del Burri, un “materista” che – soprattutto con le sue Combustioni – si pone al di là della stessa avanguardia coi suoi reiterati squarci nel corpo tangibile per ricavarne pienezze o folgorazioni di senso.

Ovunque soffia lo spirito del tempo
e mentre soffia lentamente brucia
la sua stessa immagine
quei grammi di cenere ogni giorno
fanno più netta più semplice la vita
denudano cose irremovibili
loro le scorie volano
se ne vanno nei morti paesi della storia.

Persino l’atto dello ‘sbucciare’ di Metamorfosi può sancire l’avvenuto distacco, l’orribile “separazione” tra uomo e mondo che lascia il soggetto (come avviene, con un’immagine spaventosamente identica, in Lucio Piccolo) scarnificato, deprivato del proprio vitalismo.

Qui lasciata
priva di buccia
polpa al sole abbrunita
aggrinzita
essiccata
lieve essenza imprecisa
lieta polvere pronta
a un’umida vita
all’impasto al compatto
al disastro più vasto
d’una prossima forma.
La buccia disseccata, la spoglia
grinzosa di segni d’ore e di giorni
che posa sul viottolo rurale
e la risorta furia dei soli
contorse, scolora…[…] per chi si getta
scabro è il tuo senso terra…
]…] Pure il tuo morso è forte
vita, dolore, elusi in prove, indugi…[…] a cogliere i messaggi
del fuggevole mondo in svolte, in brividi…[2]

Constatato il progressivo e ineluttabile annullamento mortifero dello scenario, al poeta non resta che fare i conti con la memoria, adeguando la propria voce all’oscurità dell’ambiente circostante: fingersi esangue per poter vivere ancora in mezzo ai ‘morti’ – leggasi anche ignoranti.

Regredire andare
barcollando a ritroso
scolorire deprimere
i miei mezzi espressivi
abbassare ai minimi valori
la pressione arteriosa
assumere uno squallido colore
fingermi per sopravvivere
tra morti imperiosi
più morto che vivo.

In questa Per sopravvivere si nota come Cattafi rimanga sempre in attesa di un varco escatologico che possa sottrarlo al “vuoto” esistenziale, persino alla vita stessa (dacché la realtà ha perduto senso), così da restituirlo ad una dimensione metafisica definitiva.

Il poeta affida ancora una volta ad un animale simbolico, adesso l’allodola, tutto un carico di impulsi attinenti ad uno stato di estrema resistenza, di sfacciato titanismo che oltrepassa il radicato dolore silente dell’anima. Chissà che in Cattafi non agisse una qualche reminiscenza ungarettiana di Agonia?

S’alzò in volo e cantò invece
l’allodola ottobrina
prima che giungesse concentrato
il piombo dodici undici dieci.
Morire come le allodole assetate
sul miraggio…[…] Ma non vivere di lamento
come un cardellino accecato

È fondamentale continuare, imperterriti, a creare “pienezze di senso”, anche laddove ci si sente accerchiati da mali di sconcertante varietà: opporsi cantando (ecco il perché del corsivo dell’avverbio) anche se il mondo si dissolve. Come sottolinea Silvio Ramat: «In uno scrittore quale è Cattafi (post-montaliano e post-ermetico, sperimentatore per indole, senza dover chiedere lumi alle neoavanguardie coi loro codificati e spesso scontati azzardi), l’oggetto è sempre al centro, ha il compito di fisicizzare cioè di render concreta l’intenzione di un io storicamente perplesso quanto alla propria parte, dubbioso per forza del suo governo sulla fluidità del vivente. […] L’allodola è dunque anche il grande, persuasivo testo della persona che ha fiducia nell’oggetto, catturato di continuo e di continuo lasciato rifluire; oggetto amato infine anche nelle specie del male, del disgusto, della sventura. C’è un graduale incremento, pagina dopo pagina, degli aspetti ingrati, degli eventi penosi, eppure tutto segnala una medesima “teofania”…».[3]

Tutto ciò non elimina l’azione ineluttabile della morte, che azzera qualsiasi tentativo di rivolta, distrugge ogni spasimo di volo (distinzione dalla massa? Uscita da un’asfissia/afasia?), spezza le fragili trame umane fatte di fatica, di un confuso annaspare per la difesa di una sterile sopravvivenza.

Ed è un annullamento totale, se è vero (come è vero) che il nostro si propone di cancellare addirittura la propria ombra, ultima proiezione residua del suo status di creatura terrena, che lo costringe ancora ad un’esistenza involuta. Ma se un poeta come Caproni ironizza persino sulla morte Bartolo Cattafi, nella strana auto-dedicatoria Alla mia ombra, è tremendamente conscio di un male più grande che scompagina il cosmo rendendolo vacuo ricettacolo di odio.

Qualcuno ti cancelli
a mia immagine e somiglianza
ombra scompagnata
che ancora scivoli
vacillante sui muri
sperduta nelle stanze.
Se non dovessi tornare,
sappiate che non sono mai
partito
Il mio viaggiare
è stato tutto un restare
qua, dove non fui mai.[4]

Come sottolinea, giustamente, Luigi Baldacci:

Si dice che siamo stati creati a immagine e somiglianza di Dio, ma cancellare è negazione di creare e la poesia della negazione è quella che resta più fedele al paradosso e all’assurdo.[5]

[1] B. Cattafi, L’allodola ottobrina, Milano, Mondadori, 1979; ora in Id., Poesie 1943-1979 (a cura di Vincenzo Leotta e Giovanni Raboni), Milano, Mondadori, 2001.

[2] Cfr. Lucio Piccolo, Buccia, in Id., La seta e altre poesie inedite e sparse. Milano, All’insegna del Pesce d’oro – Scheiwiller, 1984; ora in Id., Plumelia, La seta, Il raggio verde e altre poesie, Milano, Scheiwiller, 2001, pp. 41-42.

[3] Silvio Ramat, Bartolo Cattafi oltre la “quarta generazione”: il terzo tempo della poesia cattafiana, in AA.VV., Atti del Premio Nazionale di Poesia «Bartolo Cattafi» VII e VIII edizione – Barcellona P.G., 1996, 1999, Marina di Patti-Messina, Pungitopo 2000, pp. 46-49.

[4] Cfr. Giorgio Caproni, Biglietto lasciato prima di non andar via, in Il franco cacciatore. Milano, Garzanti, 1982; ora in Id.,Tutte le poesie, Milano, Garzanti, 1999, pag. 445.

[5] Luigi Baldacci, Premessa a Ultime di Bartolo Cattafi, Palermo, Idola-Novecento, 2000, pag. 8.

Scheda biobibliografica

Diego Conticello (Catania, 1984) esordisce nel 2010 con Barocco amorale (LietoColle, prefazione di Silvio Ramat). Con la silloge Le radici del senso è incluso nel XII Quaderno di poesia Italiana diretto da Franco Buffoni (Marcos y Marcos, prefazione di Fabio Pusterla). Sue poesie sono state tradotte in spagnolo, francese e greco moderno. Nel 2009 ha pubblicato Lucio Piccolo. Poesia per immagini. «Nel vento di Soave» (Città Aperta, 2009). Dirige assieme a Gianluca D’Andrea la collana “PHI” di poesia contemporanea per la casa editrice L’Arcolaio.

luglio 10th, 2018|Diego Conticello, Pietre 2|