Andrea Ulivi, L'Ararat e la contadina da K or Virap (Armenia 2010)
Andrea Ulivi, L’Ararat e la contadina da K or Virap (Armenia 2010)
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A partire da questo numero,”Leuké” apre una pagina Facebook curata da Pietro Cagni e Pietro Russo del Centro di Poesia Contemporanea di Catania.


Una pietra è una pietra, ci hanno insegnato. Ultimo (o primo) tassello nella complessa trama del bìos, giacimento fossile, concrezione di una materia lontana dall’essere ricondotta al suo alveo etimologico di mater. Al limite, come nell’incipit dell’Odissea kubrickiana, possiamo riconoscerne la valenza antropologica di simbolo totemico. Eppure un secolo fa un ventiduenne di Varsavia, segnato da splendore profetico e visionario, attraverso l’evidenza di una pietra vide schiudersi ai suoi occhi una realtà più grande: «Amate l’esistenza della cosa più della cosa stessa e il vostro essere più di voi stessi». Una pietra, dunque, è una pietra. Ma anche altro.
Proprio a questa realtà duplice della pietra abbiamo deciso di ispirarci per onorare l’invito dei padri fondatori di «Leuké» a sederci attorno al tavolo della poesia e dell’amicizia, o meglio dell’amicizia che si genera nel nome dell’irriducibilità del nostro essere e della forza del suo dirsi. Dal ventre fecondo dell’amicizia, infatti, oltre che dalla genuina sfrontatezza di alcuni ventenni amanti fedeli e intransigenti della poesia, è nato, quasi tre anni fa, il Centro di Poesia Contemporanea di Catania, punto di partenza di un cammino condiviso e aperto al confronto, alla ricerca inquieta e luminosa, al nucleo vero dell’esperienza in cui vengono a saldarsi, indistinguibili, vita e versi.
Su questa strada lastricata di Pietre vogliamo, ora più che mai, proseguire, affraternati dai comuni intenti che animano la rivista, nella consapevolezza che la poesia, nella contingenza di un tempo storico che alza barriere più o meno visibili in terra come in mare, è capace di spazi che tengono alte le ragioni profonde di quell’uomo di cui scriveva Betocchi.
In una realtà che, almeno cromaticamente, sembrerebbe contraddire il candore pavesiano a cui la rivista è ispirata, abbiamo dunque ravvisato l’origine del nostro percorso e di ciò che ci proponiamo di realizzare. Non ignari del fatto che il nero che caratterizza la geologia del nostro paesaggio etneo è ‘solo’ il risultato finale del magma, ovvero di quel principio vitale che con i suoi bagliori rossi illumina l’estrema notte de La Ginestra leopardiana; che ribolle nelle pagine di Pavese piene di abissale vitalità e desiderio; che apre lo sguardo del ventiduenne Mandel´štam, il quale, riconoscendo nella pietra (Kamen´) non un «valore in sé» bensì la prospettiva di una «gioiosa interazione con i propri simili, come le singole pietre in una cattedrale gotica», ribadisce cosa è l’atto della creazione poetica.

Ecco, la natura (nell’etimo del participio futuro latino nascitura) della pietra è per noi la volontà di elevare una costruzione imponente su fondamenta salde, perché, disillusi e truffati da una contemporaneità che consuma l’evento hic et nunc sotto le insegne dell’utile e del profitto, è una contemporaneità ‘altra’ che andiamo cercando, ovvero un sentirci pienamente e ‘contemporaneamente’ figli e padri di questo tempo. Una pietra, per noi, non è una pietra. È già il gruppo scultoreo di Bernini che attorno al fulcro di Enea – eroe pietoso nonché ideale dell’Uomo betocchiano – concretizza la dialettica tra le generazioni e della generazione. Oppure, come ci ricorda Sereni nell’eco vibrante dello stesso Mandel´štam, è l’insita possibilità di una cattedrale.

Per non meno di questo poniamo qui la nostra prima pietra. Fiduciosi che presto possano aggiungersene altre.

Pietro Cagni e Pietro Russo