Piogge del silenzio di Giancarlo Pontiggia

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Arcidiacono- lo specchio di Medusa
Giuseppe Arcidiacono. Lo specchio di Medusa, 2015, tecnica mista su elaborazione grafica al computer, cm. 110×140
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Credo di aver sempre amato quella forma misteriosa di tempo che chiamiamo silenzio. Eppure, se qualcuno mi chiedesse cos’è questo silenzio cui alludo, non saprei rispondere. Posso però cercare di chiarire, innanzi tutto a me stesso, quand’è che mi è parso, volta per volta, di farne esperienza.

E se mi sforzo di volgermi indietro, alla mia prima infanzia, di penetrare in uno di quegli strani pertugi della memoria in cui è sopravvissuto almeno un brandello della mia vita più remota, vedo che il silenzio – il far silenzio, il lasciare che il silenzio operasse in me – non implicava soltanto lo stare da soli: c’era anzi, in quello stare semplicemente con se stessi, qualcosa di pauroso e di sconcertante che mi inquietava, e mi metteva in allarme. In quei momenti, mi accadeva semmai di esser sopraffatto dal tumulto delle nostre voci interiori, di indulgere a un soliloquio rumoroso, invadente, che finiva a volte per opprimermi.

Intuivo – perché di un’intuizione si trattava, non di un pensiero argomentato – che far silenzio non implicava tanto lo stare con se stessi, semmai un mettersi al riparo non solo dagli altri, ma anche – soprattutto – da se stessi: un mettersi al riparo dall’esperienza dispersiva della quotidianità, dei suoi pensieri troppo ragionevoli, lasciando che il mondo irrompesse in me senza di me. Silentium, d’altronde, in latino, non è solo il non far rumore, o quel tempo speciale in cui tutto pare immobilmente sospeso in una sua bolla magica e appartata, ma è anche il tacere, e dunque anche il tacere con se stesso. Cominciai così, come per caso, a cercare dei luoghi in cui quella forma del silenzio potesse operare.

E li trovai, quei luoghi, a poco a poco, senza ben sapere all’inizio quali fossero, ma riconoscendoli dalla loro semplice capacità di provocare in me una sorta di sospensione carica di frutti. Da quel momento, cercare il silenzio significò cercare un luogo del silenzio, un luogo da cui il silenzio sprigionasse quasi per virtù magica, o per una sorta di virtù sua propria.

E quei luoghi erano principalmente luoghi naturali, in cui vibrava – o mi pareva di sentir vibrare – qualcosa di speciale: il cuore spinoso e protetto di un cespuglio di rovi; i camminamenti segreti di un campo di granturco; certi viottoli di campagna che piegavano, a una svolta impreveduta, verso un qualche casale abbandonato. Ma, non meno fervidi di vibrazioni e di pensieri palpitanti, erano anche il chiuso di una cantina, tra pile di carbon fossile e di legna; o la soglia di una cappelletta invasa dall’erba, dove più nessun prete celebrava da tempo la messa. Lì, in quegli spazi abbandonati a se stessi, per lo più umili, poteva succedere che io sentissi dentro di me una lingua diversa dalla mia, l’irrompere di energie e di pensieri nuovi, qualcosa di cui non sapevo niente, ma che agiva in me trasformando la mia percezione del mondo.

Solo più tardi, pensando a quelle mie avventure solitarie, compresi che ciò che in quei luoghi cercavo era un’esperienza di mondo colto nel suo nudo sorgere, come se si desse per la prima volta, e a me, proprio a me: come se il mondo, in quell’ansa appartata di tempo, si mostrasse in una sua dimensione sospesa, quando nulla pare accaduto, e tutto potrebbe, di lì a poco, accadere.

Eppure, in quella forma del silenzio di cui parlo, non c’era nulla di astratto. Nil mutum natura dedit: l’esperienza del silenzio era sempre accompagnata da una densità sinestetica, quasi noi percepissimo il ronzare profondo della vita, il suo darsi misterioso in paste di colore o di ombra, di presenze palpitanti, che oscillano stranamente tra il mondo delle cose e quello dei pensieri. Così, immagino, il primo giorno che nasciamo alla vita, e che veniamo sorpresi dalla luce del mondo, tutto ciò che s’imprime nella mandorla degli occhi o nei padiglioni ancora così delicati degli orecchi, deve apparire come intriso di un silenzio grembale, avvolto in una luce minerale di ambra, o di alabastro.

Più tardi, ma dovevo essere ormai sui dieci anni, mi resi conto che anche il sogno era in fondo un luogo del silenzio, nonostante il tumulto degli emblemi che scorrono nelle sue acque ora lente ora vorticose: ma lo scorrere, nei sogni, ha sempre un suo andare ipnotico, silente, come se tutto accadesse da solo, e nessuno potesse contrastare il suo moto uniforme, calcolato ad ogni passaggio, quasi ogni oggetto e ogni figura fossero attratti da un polo invisibile che li chiama. La stessa sensazione che producono in me i componimenti stilnovisti: le donne, ad esempio, che vengono nelle poesie di Guido e di Dante, quelle che fanno «tremar di chiaritate l’âre», e cui si inchina «ogni gentil vertute», sembrano muoversi in una bolla di silenzio sospeso e ineffabile: creare questa bolla per virtù di lingua e di stile è il cuore e l’oggetto di quella meravigliosa poesia, forse sul modello dei romanzi arturiani, la cui bellezza è in fondo tutta nel ritmo fascinatorio impresso alla narrazione.

Credo di essermi accostato alla poesia, verso i quattordici anni, per la stessa ragione che mi spingeva lungo sentieri inaccessibili e celati, soprattutto nell’ora panica in cui ogni cosa tace. In quello stesso anno lessi per la prima volta Tibullo, e in particolare la seconda elegia del secondo libro, con quel suo splendido, ombroso distico d’apertura, che fa pensare all’atrio di una domus romana, con i suoi impluvi muschiati, le imagines degli avi, l’ara su cui bruciano pia tura: Dicamus bona verba; venit Natalis ad aras: / quisquis ades, lingua, vir mulierque, fave («Diciamo parole di augurio: Il Genio del Natale si accosta agli altari: / voi tutti presenti, uomini o donne, osservate il silenzio»). Anche i riti, di qualunque fede essi siano, acquistano senso solo se sono avvolti nella sfera del silenzio, circoscritti da gesti che definiscono un perimetro di forze che irrompono proprio grazie alla precisione rituale del gesto: Inferis manu sinistra immolamus pocula: / laeva quae vides Lavernae, Palladi sunt dextera, come leggiamo in due settenari trocaici di Settimio Sereno: «agli dei inferi libiamo con la mano sinistra, perché tutto ciò che è posto a sinistra appartiene a Laverna [cioè alla divinità delle tenebre], mentre ciò che si trova a destra appartiene a Pallade [cioè alle divinità celesti]».

Sileo, ui, ere: l’esser silenzioso, tacito. Ma ancor più silesco, ere, l’incoativo in cui si afferma l’idea del diventar silenzioso. Bellezza di questi verbi, che mi affascinarono, fin da allora, per la loro misteriosa carica poetica. C’è, nella lingua latina, una densità d’ombra che mi ha sempre fatto pensare: d’ombra, sì, di quell’ombra che il fuoco di una candela ravviva: come se il latino esaltasse gli stati più silenziosi e celati del nostro sentire. In questo la lezione di Virgilio resta insuperata. Ma anche il vocabolario agricolo, nella sua parsimonia e praticità, gareggia con la poesia: penso a Columella, alle sue vineae silentes, e cioè ai polloni delle viti che non gettano ancora; o al silens flos, il fiore non ancora sbocciato: strano, misterioso stato di sospensione, in cui è come se la vita fermentasse in attesa di qualcosa, prima di straripare nel gran catino del mondo.

Ci pensavo continuamente, a questo stato, a questa condizione in cui qualcosa è già vita, e ancora non lo è: e in cui pare condensarsi, come nel nòcciolo di un seme, tutto un futuro. Anche nella vita degli uomini è in fondo una zona silente, che è quella dell’infanzia: dove tutto pare covare in un suo stato di attesa inconscia, non calcolata, e in cui pure si va disegnando un destino. I bimbi non sanno niente di sé, non pensano, vivono come in un nascondiglio, in un guscio di noce dal quale sbucano a tratti per aderire alla vita dei grandi: ma poi, appena possono, ritornano in quel loro guscio di silenzi e di racconti. Come i gatti, amano le tane, il buio di un armadio, l’odore di legno chiuso di un solaio antico, dove nessuno più entra, la luce rada di una cantina, l’ombra ruvida di una capanna indiana. E amano il crepitare del fuoco, che tanto ha a che fare con la dimensione del silenzio: la fiamma di una candela ha il potere di dischiudere le stanze dell’anima, mostrandole nel loro silenzio originario.

Al pari del crepitare di una fiamma, anche il suono della pioggia sa evocare in noi qualcosa di remoto, che è in noi ed è prima di noi: quando piove, è tutto un pullulare di pensieri e di immagini gremiti di silenzio, e cioè di un sentire che non dice qualcosa, ma è la radice di ogni altro qualcosa. È la pioggia che batte sulle foglie di un nespolo, o sulla tettoia di un magazzeno, e che ci fa trasalire per la sua bellezza lunga e quieta, nella quale sprofondiamo…

Gioia di sonno, e gioia di sere
e gioia di forti acquazzoni, quando
il tempo della vita s’impaluda in anse
che non conosci, sei
nel lino di un giugno molle, scuro,
nel ventre
della vita che si acquatta
infima, remota,
ti alzi, senti
gli scrosci del cielo che urtano
ai vetri, si spandono
in grumi di argento, in biglie
di fuoco,
come squassa, il vento, alle porte
dell’anima, la tua, che retrocede
in un’altra acqua,
più dolce, è una notte
di giugno silente ombroso
che si spande
nel gran vaso del mondo, respiri
il suo odore di selva, affondi
nel legno
scuro delle cose
che premono, battono
in una giovinezza di pensieri
vergini, senza nome, ti arrendi
al suo suono suadente,
al grembo che fu prima
di ogni pensiero

Scheda biobibliografica

Giancarlo Pontiggia, milanese, ha pubblicato tre raccolte poetiche (Con parole remote, 1998; Bosco del tempo, 2005), due testi teatrali (Stazioni, 2010; Ades. Tetralogia del sottosuolo, 2017), tre volumi di saggi (Esercizi di resistenza e di passione, 2002; Selve letterarie, 2006; Lo stadio di Nemea, 2013) e una raccolta di interviste (Undici dialoghi sulla poesia, 2014). Traduce dal francese e dalle lingue classiche.