Poesie di Matteo Veronesi

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VI

Chi, cosa abbiamo sepolto ‒
se ancora arde, vivo
fantasma nel fuoco che trema
come l’anima dietro le palpebre chiuse ‒
chi, cosa abbiamo sepolto
se brilla il sole alto del tempo
il bianco delle ossa
che perdura nel ventre della terra
(Bianca la pagina da scrivere
come il tempo da colmare, il vuoto
da popolare di volti e di pensieri)

Chi, cosa abbiamo sepolto
se ancora vive, se torna
a battere alle soglie della mente
se vuole essere respiro
e parola

Chi, cosa abbiamo sepolto

VII

E ancora salirà dall’oscuro
lo splendore del verde ‒
dal nero amaro umore della terra
madida lucente
la mite geometria inumana delle foglie

E non avrà più nome
neppure l’Armonia cui si ritorna
da questo dissonante esilio, la catena
aurea che ha anelli di sangue e di rugiada
e tutto allaccia e avvolge
in quell’innominabile splendore

VIII

La vita dura oltre l’artificio
ma persiste soltanto per dissolversi

Come la statua, in segreto, in un silenzio
senza memoria, d’inviolati giardini ‒
che cominci a corrompersi, sia membra
alla lebbra del tempo, pasto
alla putredine come fosse carne

O se i frutti effigiati, gli incorporei fiori
che una mano di mago depose sulla tela
dessero germe e miele, come viti che vivano
solo per essere preda dell’autunno

IX

Vanno incontro leggere le ragazze
all’abbraccio di luce dell’estate
che come amante o madre
le farà sue

E fonderà nel fuoco
del proprio grembo le onde
ardenti delle chiome, e turberà le pieghe
oscure delle gambe chiuse, il filo
geloso d’ombra che sale
fino all’anima, e farà eterno l’istante
dell’occhio acceso che si volge
al barlume sfuggito di uno sguardo
ancora salvo dalla notte, ancora
per i loro cuori vivo ‒
ed eterno anche il volgersi del viso
come nel riso di un’eterna aurora

E saranno un solo grido, un solo
luminoso fragore, un solo verde
il loro cuore e il loro sesso e colli
e prati e fronde e rivi che le dita
dei secoli e del vento hanno scolpito
con la sapienza oscura della loro
immemore memoria ‒
e così andranno
innocenti ed impure
Persefoni senza nozze o lutto, ad intrecciare
come corone le ore perdute
ai soli senza fine che sorgono e risorgono
che velo non conoscono, o tramonto

X

Si baciano le ragazze nel mattino

E non è più amicizia, e non è amore ‒
e non è ancora desiderio, e non è cerimonia
non è l’unione che non sa parola
né è più un vuoto saluto
quel lampo breve di tepore che trema
sulle labbra adolescenti, e scioglie i fiori di brina
dispersi sulle pagine dei prati
e fa ancora più limpidi i mille specchi del cielo
e come un grande abbraccio dischiude un mite fuoco
nel vasto vuoto della stagione morta

(Così anche fosse vita e respiro
fra il timore che si fa pienezza
e l’attesa, e il compimento
che si fa vuoto indugio, e le notti
vigilia di altre notti, e i giorni che illuminano i giorni ‒
così tremassero di piacere e d’angoscia
si unissero come labbra queste sillabe
fra bianco e bianco
fra silenzio e silenzio)

XI

Freddo mistero del negato amore
di cui ogni cosa non è che vuoto e maschera
ogni corpo e piacere labile ombra

Tornare
nel tepore materno, essere un’anima nuda
che non ha ancora nome, il sogno di una creatura
che ancora non conosce l’errore della nascita

E questo cercare le larve di un senso
in ogni incontro e sguardo e breve voce ‒
e in ogni abbraccio, in ogni unione l’ombra
di ciò che è solo se stesso, in ogni via
l’onda spezzata dell’eterno moto
e in ogni voce che vibra e si spegne
l’eco oscurata dell’eterno nome

XII

Un istante è per noi
l’eterno, e noi
un istante all’eterno

Cimiteri, ospedali, interminati
nodi di strade, sulla verde pace
di parchi senza fine
Tutto è il fiume di luce
che si fa gorgo, e ti fascia, e rapisce
e nel suo consumarti si fa polvere

E tutto è eterno ‒
gli sguardi
perduti, le ultime
parole non dette ‒
eterno
mentre muore nell’aria
anche il soffio sottile degli addii
anche quest’esile filo
di canto che ora scrivo

luglio 10th, 2018|Matteo Veronesi|