Ricordo di Giovanna Bemporad di Pasquale Di Palmo

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Friedrick Schinkel, Scenografia per il Flauto magico di Mozart, acquerello a tempera, 1815

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Ci sono autori che, per tutta la vita, si dedicano alla stesura di un unico libro. È il caso di Giovanna Bemporad, poetessa schiva e appartata, ferrarese di nascita ma vissuta a Roma, che aveva al suo attivo alcune memorabili versioni dall’Eneide e dall’Odissea. Con un gusto e un’ispirazione di taglio classico, sostenuti dal ricorso a un melodioso endecasillabo sciolto, la poetessa si dedicò dall’«età regale» dell’adolescenza, in maniera rigorosa ed eccentrica, alla riscrittura dei suoi Esercizi, usciti originariamente in una piccola brochure edita a Venezia nel 1948 per i tipi di Urbani e Pettenello. Nel volumetto, che presentava in antiporta un ritratto dell’autrice effettuato da Virgilio Guidi, sono presenti liriche e traduzioni della Bemporad maturate all’epoca del suo girovagare, ebbra di un «sonno non dissimile alla morte», nella Venezia spettrale del dopoguerra, alla ricerca di una poesia «sublime», ispirata ai modelli dell’antichità classica e del simbolismo ottocentesco.
Il libro era originariamente diviso in due parti: nella prima figuravano le poesie scritte dall’autrice, in cui veniva sapientemente coniugato un registro alto, di ascendenza classica, al taglio visionario delle immagini; nella seconda confluivano le traduzioni, che spaziavano da Omero a Saffo, da Hölderlin a Baudelaire, da Valéry a Rilke. E proprio nel felice connubio tra nitore formale e libertà espressiva, anche se ricavata da modelli classici che rinviano a topoi abusati come quelli di Eros e Thanatos, risiede il fascino di questi «esercizi», concepiti alla stregua di uno strenuo corpo a corpo con la forma, levigata come quella di certe sculture che riescono a restituirci un’idea di levità da una materia lavorata in maniera assidua, esasperata. Non è un caso, d’altronde, che Pier Paolo Pasolini, amico e sodale in gioventù della poetessa, notasse, in una recensione apparsa nel «Mattino del Popolo» del 12 settembre 1948, che «ci troviamo di fronte a una poesia “diretta”, che aggredisce i suoi argomenti nominandoli: si pensi a quante volte è nominata la “morte”».
Tutti gli esemplari della tiratura, non dichiarata, sono numerati e firmati dall’autrice; il formato del libretto, che costava 350 lire, è in -16°. Lo stesso Pasolini, nella succitata recensione, aveva peraltro stigmatizzato l’ascendenza anomala della poetessa rispetto ai modelli dichiarati dell’epoca: «Quali siano state le letture della Bemporad ci è indicato, ma molto succintamente, dalla seconda sezione di questo volume di Esercizi, dedicata alle traduzioni. Succintamente, dico, in quanto non può sentire la mancanza di certo Milton, di certi romantici inglesi, di certo Hölderlin, chi continui a legare l’immagine della Bemporad a questi testi tradotti quand’era ancora quasi un’adolescente, in pieno disordine, sempre sull’orlo della fame e addirittura del suicidio, perseguitata per le strade di Bologna, Firenze o Venezia da sguardi sgomenti per il suo aspetto e le sue vesti mostruose, fischiata dai militari o dai ragazzi».
Per molti anni l’attività poetica della Bemporad sembrò destinata a languire: troppo manifesto era il divario tra il suo accento classico e visionario e le tendenze della lirica impostesi a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, permeate di sperimentalismo o orientate verso forme scopertamente ideologiche, perché il suo dettato contrassegnato da una «felice atemporalità», come ricordava in un suo intervento Andrea Zanzotto, potesse trovare qualche eco, soprattutto sul versante critico. A sorpresa Esercizi fu poi ristampato, in forma rimaneggiata, nella prestigiosa collana «verde» di Garzanti nel 1980, con un’acuta presentazione di Giacinto Spagnoletti che rilevava come «alla Bemporad sembra indispensabile tutta la poesia, l’intero suo corpo sensibile, altrimenti lei, così anticonformista rispetto alle mode correnti, non troverebbe come far vibrare la sua voce ad altezze inconsuete». Il merito dell’edizione garzantiana, che si presentava nella consueta veste editoriale contrassegnata da rilegatura marrone e sovracoperta verde, fu quello di far conoscere, in un’epoca ancora dominata dalle sperimentazioni avanguardistiche, una voce dal timbro inconfondibilmente composto e lieve, che si ricollega a quella linea prosodica che da Petrarca approda a Leopardi e infine a Penna.
Nella bandella posteriore figura un bel ritratto della Bemporad effettuato da Pasolini nel 1943, al tempo della loro assidua frequentazione in Friuli, documentata in alcune pagine illuminanti da Enzo Siciliano nella sua biografia del poeta di Casarsa, uscita da Rizzoli nel 1978, dove viene rilevato il sentimento ambivalente che lo domina nei confronti di quella «creatura erratica» che «si truccava di bianco il viso per spallidirsi e rifuggiva la vita per una inesprimibile sublimazione estetica».
Andrea Cirolla ha scritto: «Giusto qualche sera fa mi raccontava della sua vita da giovanissima bohémien (sic), negli anni del dopoguerra a Venezia. Lì nacquero gli Esercizi, in una cantina senza luce né riscaldamento. La stanza in cui alloggiava precedentemente, passato un breve periodo fuori città, era stata infatti destinata dalla padrona di casa all’allora direttore del Gazzettino. Fu lui a trovarla una notte mentre rincasava, inciampando nel suo corpo dormiente sulle scale. Quando l’indomani ci si mosse per trovarle un nuovo alloggio, non si trovò altro che quello stanzone sotterraneo, il cui unico arredo era un rubinetto, e dove le notti erano infestate da topi e scarafaggi. Prese così a stare sveglia nelle ore buie, al lume di candele costruite con una cera gialla, residuo degli anni di guerra. Per evadere dalla dura realtà, e vestire quello spazio ostile e disadorno con la sostanza dei sogni, rapita dall’esaltazione mise a frutto la sua “cultura dannunziana e leopardiana”».
Bisogna perlomeno segnalare la pluridecennale opera di traduzione di canti e frammenti dell’Odissea, considerata il suo daimon, intrapresa quando l’autrice era poco più che adolescente. A proposito di quest’opera Giovanni Raboni ribadirà come sia «impossibile, nel suo caso, fare distinzione fra testi originali e testi derivati: negli uni e negli altri circolano la stessa ansia di assolutezza formale, la stessa vitrea incandescenza, un’unica rarefatta ossessione». La Bemporad era considerata da alcuni traduttori d’eccezione come Carlo Izzo, Leone Traverso e Mario Praz una sorta di enfant prodige, capace di misurarsi indifferentemente con le più svariate lingue (greco, latino, tedesco, inglese, francese), coniugando un’abilità tecnica impareggiabile con una resa quanto mai lineare ed efficace.
Mi telefonava spesso, Giovanna Bemporad, ad orari impossibili: le tre, le quattro di notte, facendomi svegliare di soprassalto. Lei dormiva di giorno e la notte si dedicava a limare le sue poesie, le sue traduzioni. La sentii al telefono qualche giorno prima che morisse, all’inizio del 2013. Mi ringraziò per un articolo che le dedicai sulla rivista «Charta», dicendomi che lo considerava, bontà sua, il più esauriente scritto sulla sua attività.

luglio 10th, 2018|Pasquale Di Palmo, Recuperi 2|