Riflessioni in margine alla lettura di alcuni versi sul silenzio di Massimo Morasso

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Giorgio Grassi. Casa dello Studente a Chieti, 1976.
Giorgio Grassi. Casa dello Studente a Chieti, 1976.
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Riflessioni in margine alla lettura di alcuni versi sul silenzio

Stanco di tutto ciò che viene dalle parole, parole non linguaggio,
mi recai sull’isola innevata.
Non ha parole la natura selvaggia.
Le sue pagine non scritte si estendono in ogni direzione.
Mi imbatto nelle orme di un cerbiatto.
Linguaggio non parole.
(Tomas Tranströmer)

Dietro ai misteriosi paesaggi di Tranströmer, c’è la scena originaria in cui la lingua muta della natura viene tradotta nella lingua umana. L’impressione, seguendo il viaggio fra spirito e materia cui il poeta c’induce, è che da qualche parte “a metà strada” fra i due, si dia una lingua ideale, un metalinguaggio che viene prima delle parole. Ciò che l’osservatore – l’ascoltatore – può finalmente dire, può dirlo soltanto nello spazio di risonanza di quel linguaggio. Il silenzio, qui, appare insieme come il risultato e la condizione di apertura del grandangolo che orienta la visione.

Il Silenzio è tutto ciò che temiamo.
C’è Riscatto in una Voce –
Ma il Silenzio è Infinità.
In sé non ha un volto.
(Emily Dickinson)

L’intensità espressiva, la densità ritmica e concettuale dei versi e la sublime nonchalance teologica di Emily Dickinson generano perturbanti interrogativi metafisici, esaminano la dialettica fra Voce e Silenzio rispecchiandola in quella, se possibile ancora più sottile, fra Infinità e Riscatto per rimbalzarla, a mo’ di contrappunto, sulla nostra povera coscienza umana aggiogata sotto al peso di un umano (troppo umano?) «timore e tremore». Che il Silenzio sia Infinità, possiamo accettarlo senza troppe remore. Così come sappiamo benissimo che non ci è possibile, umanamente, vedere il volto di Dio. Eppure il fatto che questo Silenzio-Infinità di cui parlano quattro scarni versicoli non abbia un volto riesce a colpirci come ci colpisce qualcosa di inatteso, sorta di intrigante res nova evocata per essere il segnale di un’enigmatica epifania. La voce (quella della Dickinson) che dà voce alla Voce non giunge a noi lettori da un al di là del mondo, ma è ciò che per forza di pensiero apre a un’ulteriorità scavata nella sua interiorità.

Così alto il silenzio, che sentivo le foglie
rosicchiate dal bruco, e dei frammenti
mi cadevano addosso, polverio verdolino.
(Annette von Droste-Hülshoff)

La qualità del silenzio provoca un’esperienza di inaudita sinestesia (immaginativa). Per la quale non solo si può percepire il rosicare del bruco sulle foglie, ma ci si può accorgere, addirittura, del «polverio verdolino» dei frammenti di foglia rosicchiata che ci cadono addosso.

«Tutto, intorno, era così silenzioso» dice l’originale tedesco «Ringsum so still, daß…» da risvegliare la coscienza emozionata all’esercizio dell’attenzione trasfigurante. In grazie della quale, nella grammatica del sentire memore, è possibile disporre una sequenza di parole atte a testimoniare una vorticosa centrifugazione di sensazioni. Qui, il silenzio è una pre-condizione della vigilanza, che sfocia nella visionarietà. La dinamica dei contrasti genera un’esperienza estatica nella quale i regni animale e vegetale tornano a essere uno. Nel calore del sentipensiero che combatte contro l’oblio, le foglie il bruco e il polverio verdolino neanche ci sarebbero, se non ci fosse stato quel silenzio lì.

Ritiratomi in pace tra i deserti
in compagnia di pochi libri dotti,
vivo in conversazione coi defunti
e sto a sentire coi miei occhi i morti.
(Francisco de Quevedo)

Il distacco: la fuoriuscita dal mondo. La lettura: l’arte di distanziarsi dalla vita-brusìo dei vivi. Certo, la voce che può germinare in tanta solitudine figlia di spogliamento è quella dell’uomo solo che sente una possibilità di persistenza nell’apertura, qui e ora, a un dialogo con gli altri da sé per eccellenza, i morti. Sfuma in quel dialogo il confine fra presenza e assenza, fra parola e silenzio, fra soggetto e oggetto, e la conversazione, allora, è una «notizia ininterrotta» che apre la mente all’idea (alla speranza) di un passaggio verso altri mondi.

Eletto Silenzio, canta per me
e batti il mio tortile orecchio,
sul tuo flauto conducimi a calmi pascoli,
sii tu la musica che io curi di ascoltare.

Non formate, labbra, alcun suono; siate
soavemente mute: il silenzio,
coprifuoco inviato dove ogni rinuncia
giunge, soltanto vi fa più eloquenti.
(Gerard Manley Hopkins)

luglio 10th, 2018|Massimo Morasso, saggi n2|