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Chaque atome de silence est la chance d’un fruit mur di Jean-Pierre Jossua

Ce distique de «Palme», à la fin de Charmes de Paul Valéry, peut être tenu pour le point culminant d’un poème consacré, comme tant d’autres dans la poésie française depuis Baudelaire, à la poésie elle-même. Charmes, au moment où il paraît comme recueil, comporte une organisation et un développement; la poésie en est le terme, le fruit, mais non le but: la tentation de l’esthétisme a été surmontée après la «nuit de Gênes» de 1892.

Quanto rumore per nulla di Carlo Sini

Il silenzio del mondo è molto rumoroso, il silenzio della parola è un’altra cosa, ma in generale non c’è silenzio senza ascolto. Ascoltare il silenzio può sembrare un paradosso, ma non lo è, se solo ci rifletti: come qualcosa invaderebbe il nostro udito se non nell’intervallo presupposto del silenzio? Si viene al mondo con i sensi silenziosamente aperti, pronti ad accogliere l’irruzione del mondo.

Una parola dal silenzio di Antonio Sichera

Dico subito, al di là di ogni prova, che nella condizione contemporanea, quella delle parole pervasive e rese ‘immagini’, la via di ricostituzione della sostanza del verbo passa per il suo rinnovato contatto con il silenzio

La poesia di Ungaretti tra Silenzio E Voce di Giuseppe Savoca

Per Ungaretti la parola nasce, già nel Porto Sepolto (confluito con varianti nell’Allegria, da cui si cita), come segnale di risposta e di rivolta dell’uomo alla propria caducità, ma essa è anche il tentativo di stabilire un rapporto con i propri fratelli

La costruzione del silenzio: architetture di Giorgio Grassi di Giuseppe Arcidiacono

«Vedevo altresì che gli architetti contemporanei si ispiravano a novità sciocche e stravaganti […]. In tal modo quest’arte, che ha tanta importanza nella nostra vita e nella nostra cultura, sarebbe sicuramente scomparsa del tutto»: questa frase preoccupata del De re edificatoria (VI, I) apre il saggio di Giorgio Grassi su Leon Battista Alberti,[1] che è una riflessione più generale sul mestiere di architetto; ed è una frase che sembra riassumere il punto di partenza ma anche la meta di Grassi e del suo personale percorso di progettista contemporaneo.

Riflessioni in margine alla lettura di alcuni versi sul silenzio di Massimo Morasso

Dietro ai misteriosi paesaggi di Tranströmer, c’è la scena originaria in cui la lingua muta della natura viene tradotta nella lingua umana. L’impressione, seguendo il viaggio fra spirito e materia cui il poeta c’induce, è che da qualche parte “a metà strada” fra i due, si dia una lingua ideale, un metalinguaggio che viene prima delle parole. Ciò che l’osservatore – l’ascoltatore – può finalmente dire, può dirlo soltanto nello spazio di risonanza di quel linguaggio. Il silenzio, qui, appare insieme come il risultato e la condizione di apertura del grandangolo che orienta la visione.

Sizigie su un verso di Verra’ la morte e avra’ i tuoi occhi di Damiano Scaramella

«Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.» Ripetiamolo come un mantra, sì, come l’ultimo degli oracoli impossibili, il primo, che dunque sempre accade e senza scampo. «Sarà […] come vedere nello specchio / riemergere un viso morto, / come ascoltare un labbro chiuso» echeggia tra noi, per bianca negromanzia, anche Pavese – lui o la Sibilla che gli siede accanto, la più antica la più feroce, quella che sempre più ha voglia di morire.

Ricerca del mito, ricerca di se’ di Antonio Sichera

Non si è forse ancora considerata a fondo l’atipicità pavesiana nel panorama della grande letteratura degli anni trenta e quaranta del Novecento. Mi riferisco qui non ad una ‘diversità’ squisitamente formale, ad una più o meno personale modalità di scrittura – peraltro già abbondantemente indagata –, bensì ad una distanza di altra matrice, che intercetta il piano delle cose, anzi della ‘cosa’ di cui ogni grande poeta va in cerca.

Lavorare stanca, o le poesie del mattino di Liborio Barbarino

Cesare Pavese pubblica la sua prima raccolta di poesie – Lavorare stanca, il libro d’esordio – nel 1936, a 28 anni, per i tipi di Solaria. Tornerà sull’opera nel 1943 con una «seconda edizione aumentata» (da 45 a 70 liriche) stampata questa volta presso Einaudi, prima di suggellare la sua avventura poetica (e letteraria) con le diciannove liriche (comprese quelle di La terra e la morte) di Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.