Testimonianze

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Frammenti per un’apologia del silenzio di Sauro Albisani

Se dovessi scegliere una poesia che rappresenti per me la più alta meditazione sul silenzio, certo sceglierei L’Infinito. Parlammo una volta dell’Infinito – in un clima d’intimo raccoglimento che avvicinava la conversazione a una preghiera laica, intonata nel nostro dialogo a una fanciullesca commozione condivisa da entrambi – con Orazio Costa nell’imminenza d’una progettata lettura open dei Canti, da farsi a Recanati e che poi per vicissitudini diverse e non nuove non si sarebbe realizzata.

Dalle macerie una voce di Massimiliano Mandorlo

Silentium aureum, l’istante in cui la parola lascia il posto ad un’altra voce che emerge nell’interiorità del nostro essere. Quell’attimo in cui il linguaggio pare sospendere la propria definitività e lasciare spazio ai territori inesplorati dell’ascolto, a una parola sottratta al rumo-re del mondo. Non la totale cessazione del suono, forse inconcepibile per noi umani se non con la morte, almeno per quel veramente poco che ci è dato sapere dell’aldilà.

Poesia e silenzio di Riccardo Emmolo

Quasi tutto ciò che facciamo origina da un unico desiderio: durare il più a lungo possibile. I poeti non sfuggono a questa legge. Essere conosciuti, avere successo, diventare famosi nutre l’illusione di durare oltre la morte. La zoé in noi non crede alla morte. Anche quando ci ren-diamo conto che ci siamo vicini, non riusciamo a credere che di lì a poco scompariremo.

Pavese compagno di classe di Sauro Albisani

Negli anni del liceo, Pavese fu il mio invisibile compagno di banco. A quell’età la lettura aveva la virtù di farmi percepire misteriosamente presente l’uomo di cui le pagine mi restituivano la voce. Ma l’emozione segreta nasceva dal fatto che io udivo la voce di un ragazzo. Gliene ero grato perché, senza bene rendermene conto, in quel ragazzo riconoscevo me stesso.