PDF

Parlaci dei tuoi primi incontri con la poesia, delle letture che hanno costellato la tua giovinezza.

Non credo che la persona reale del poeta abbia una qualche importanza. Forse non ho mai avuto la sensazione di essere vivo, di avere un corpo, di vivere nel tempo; di appartenere a un’epoca o a un luogo anziché ad altri. Scriviamo – e dunque viviamo – per chi verrà dopo di noi. La vera vita di un poeta, in genere, inizia dopo la sua morte – a volte parecchio tempo dopo. Pubblico perché resti qualcosa di me quando sarò morto. Io sono un autore postumo. Potrei far uscire tutto postumo. Ma nessuno di noi sa il giorno né l’ora, e gli scempi filologici a cui si assiste mi spingono – anche se la probabilità che qualcuno mi legga in futuro è ridotta, come per quasi tutti del resto – a curare la mia opera finché sono vivo (e neppure le mie curatele di me stesso sono sempre perfette). Ad ogni modo, è presto detto. Mia madre, preside alle medie, che senza essere una donna coltissima riconosceva il valore di una cultura – quella della parola, del testo, dei classici – oggi per sempre tramontata, o confinata in nicchie davvero esigue, se non in catacombe sconsacrate, mi trasmise l’interesse per la letteratura e i libri, che in me non era scindibile da quello per la musica (fui un pianista discreto). Iniziai ripercorrendo e attraversando il Novecento italiano, dai Crepuscolari a Montale a Zanzotto (dunque dall’umile, e insieme simbolica, concretezza degli oggetti alla distorsione della lingua e del reale), modelli dei miei primi esercizi minimamente sensati (e stampati prematuramente, del che mi pento). Sùbito dopo venne l’amore per i simbolisti francesi, con cui la poesia scopre veramente se stessa, diventa consapevolezza e specchio di sé fino a non essere più che pensiero della poesia, e insieme poesia del pensiero. Ho compiuto studi letterari, fino al dottorato (del resto non sapevo e non so fare altro). Per vivere insegno al liceo, pur non avendo per l’insegnamento, e per la vita in genere, vocazione o talento particolari. Forse nemmeno la scelta della poesia fu per me vocazione o destino. Non ricordo, come dice Persio, di avere incontrato le Muse, o di avere avuto una visione sul Parnaso: «Nec in bicipiti somniasse Parnaso / memini, ut repente sic poeta prodirem…». Non so cosa siano l’ispirazione, la folgorazione, la rivelazione improvvisa. Forse tutto nasce da un incontro di parole, da un’aggregazione, mosaico o clinamen di segni e sillabe erranti; da una sovrapposizione o da una giustapposizione di immagini, dai soprassalti imprevedibili e casuali della memoria (che è letteraria non meno che esistenziale, di letture ancor più che di eventi); di una memoria, forse, soprattutto verbale, fonica, testuale (in ciò D’Annunzio fu insuperato e oggi troppo snobbato maestro). O forse tutto nasce, semplicemente, dalla noia, da quella terribile, quasi fisica manifestazione del nulla che è la noia, che si deve disperatamente esorcizzare. E allora forse la poesia è solo un vizio, non meno dannoso di altri – vizio del tutto insensato, che non ha più neppure la grandezza eroica del tedio leopardiano o lo spirito di rivolta della décadence: vizio che è in fondo la parodia involontaria di se stesso. Forse tutto nasce da un vuoto; forse la poesia si scrive per cercare, sempre invano, di colmare quello stesso vuoto eterno e insondabile da cui essa nasce e in cui essa respira. Vale forse ciò che scrive Lucrezio quando paragona le lettere e le sillabe che formano le parole agli atomi che pullulano nel vuoto e che casualmente si aggregano a formare i corpi, per poi nuovamente disgregarsi, riprendere energia e vita dalla distruzione fino ad un nuovo incontro, a una nuova attrazione e aggregazione – il tutto sotto il governo, o meglio la cieca balìa, del caso, di una sostanziale insensatezza che sorregge tutta la sfera del vivente – la quale pure sembra tentare in ogni modo di offrire gioia e bellezza quasi con la stessa forza, la stessa ostinazione con cui deve infliggere dolore e morte. Eppure, quel vuoto non è un puro nulla, non è un’alea assoluta e insensata. È, nello stesso tempo, il vuoto della creazione, il vuoto che precede, e forse alimenta, ogni creazione, ogni poiesis, in senso lato – fin dal biblico abisso che è «senza velo» solo davanti allo sguardo di Dio, al Caos e al Vuoto, tohuwa-bohu, su cui, nella Genesi biblica e nelle cosmogonie orientali, aleggia, ancora indeterminato, come una possibilità o una domanda infinite, lo spirito della divinità. O, più modernamente, e più modestamente, «la Amère, sombre et sonore citerne, / Sonnant dans l’âme un creux toujours futur» di Valéry – poiché ogni canto ha bisogno di un vuoto per poter risuonare, di un’anima silenziosa e accogliente in cui prendere forma e di un’altra, magari solo virtuale o sognata, in cui essere un giorno accolto, compreso, e rivissuto, e fatto rivivere; così come la musica si plasma e vibra nella deserta cavità dello strumento, e la voce del dio si effonde nell’ombra e nel segreto della cella.

Tra le figure che hai evocato, sembra prevalere l’immagine di un universo lucreziano abbandonato ai suoi vortici e ai suoi urti, privo del conforto di una mente ordinatrice e provvidenziale. Nondimeno, le tue riflessioni sono spesso intessute di immagini e di simbolismi religiosi. Mi verrebbe da chiederti qual è il tuo rapporto con il divino; e per questo vorrei sapere che bambino sei stato, com’è stata la tua infanzia, se sei stato un bimbo devoto o no, che effetto ti facevano i moti della natura o le strade di una città, e se il disincanto di cui spesso parli nei tuoi versi sia stata una scoperta improvvisa, o se invece è qualcosa che hai sentito da sempre nel tuo cuore.

Non ricordo di avere avuto un’infanzia e un’adolescenza. Il mio passato sfuma nell’indeterminatezza del fantasma. Ho la sensazione di un lontano dormiveglia in cui molte, troppe cose mi sono sfuggite – e in cui anche la mia ansia, la mia solitudine e la mia insoddisfazione non erano altro che fragili ombre di cui tutt’al più, oggi, sorridere. La scuola, i giochi – tutto è stato vissuto come da un altro me stesso, da un mio doppio o da un mio simulacro, lo stesso che oggi mando ogni mattina al liceo per guadagnarmi da vivere, mentre il mio me stesso autentico sta nei miei versi, e dunque è a sua volta, ancora, ma diversamente, un soffio, un’illusione, un nulla – il «sogno di un’ombra», come diceva un Antico. Un sogno dentro ad un sogno; l’allucinazione di un’allucinazione. Ho ricevuto un’educazione, anche religiosa, non dico rigida, ma convenzionale: fatta di reticenze, di sottintesi, di silenzi, di valori trasmessi più con un certo clima inerte, freddo e severo che si respirava in casa, più con gesti e sguardi e distanze, che con esplicite proibizioni. Dio e il Nulla si conciliano perché sono la stessa cosa. Forse lo sentivo già, oscuramente, prima ancora che me lo rivelassero certi filosofi amati – Eckhardt, Böhme, Cusano. Dio è un Nihil Aeternum che dimora immerso nelle brume di una «deserta quiete». I sereni ed estranei intermundia di Lucrezio – sede di quella Divina Indifferenza in cui Montale vedrà il solo riparo dall’angoscia – non sono, a ben vedere, che l’anticipazione, materialistica ed irreligiosa, del Dio “totalmente Altro” della Mistica. Poiché privi di determinazioni, e dunque innominabili, l’Essere assoluto e l’assoluto Nulla coincidono in Dio. ll dubbio se Dio esista o non esista non ha alcun senso. Il Divino è al di là e al di sopra della stessa distinzione di esistente ed inesistente. L’idea stessa di un Dio che “esiste” – mentre esso, semmai, è, e nel contempo non è, in quella dimensione che i Mistici chiamavano, stupendamente, superessentialis – mi pare orribilmente antropomorfa, e intollerabilmente riduttiva. Dio è la sua stessa lontananza, la sua stessa assenza. Possiamo avvertirlo come esistente proprio e soltanto percependone, o temendone, l’inesistenza. Sono docetista. Cristo non era che fantasma, immagine, simulacro. Dicono i Vangeli che i soldati tentavano di catturarlo, ma, letteralmente, non potevano afferrarlo, non potevano mettere le mani su di lui. Forse divenne corpo solo per poter morire, o per inscenare la propria morte, anch’essa illusoria.

La religione è poesia, e viceversa – esiste, come insegnava Renato Serra, un altro dei miei riferimenti, una religio litterarum, una religione delle lettere – proprio perché sono, l’una e l’altra, illusioni che veicolano una verità, inganni a cui è saggio cedere, fantasmi più veri di ogni corpo. Cristo, dicevano i Padri, è sarkinos asarkos, «di carne senza carne»: è la chair des mots, la carne delle parole, di Mallarmé, la «sensualità rapita fuor de’ sensi» di D’Annunzio.

Ancora: il Caso, il clinamen di Lucrezio. Ecco, non ha senso chiedersi si Deus est, unde Malum: perché il Male, se c’è un dio. Il Male esiste perché l’uomo sia libero. La libertà esige un margine di casualità. Casualità della natura, della materia (Lucrezio lo intuì, imperfettamente certo, secoli prima di Heisenberg); ma l’uomo è parte della natura (per quanto nel contempo si contrapponga ad essa); è necessario che la natura ammetta, anzi imponga un margine di casualità, nei confronti della quale nemmeno un dio può nulla, affinché l’uomo sia libero. Così ho finito per accettare tutto: il cancro di mia madre, il suicidio di mia sorella: le cellule impazziscono, divorando con atroce lentezza un corpo innocente; e così impazzisce la mente, conducendo un corpo a gettarsi nel buio. Libertà, imprevedibile ed aleatoria, della materia e del pensiero: libertà terribile e meravigliosa, atroce e vitale. Libertà che, paradossalmente, ci lega e ci rende impotenti. La sola possibile risposta è l’accettazione, anzi qualcosa che va oltre, un assurdo disperato amore, un amor Fati. Forse proprio il Male è la prova dell’esistenza di un dio che non tanto ci mette alla prova come un padre severo, secondo le parole di Seneca, quanto ci getta in balìa del cieco caso per rendere possibile la nostra libertà. È ciò, in fondo, a rendere possibile anche la poesia. Il caos, il magma primordiale e indistinto di suoni e significati da cui emergono, distinguendosi, le lingue – e il magma ribollente di ogni singola lingua, da cui affiorano, prendendo forma come cristalli, le geometrie delle frasi e dei versi – rientrano in questo disegno la cui aleatorietà è forse stata programmata, prevista e voluta come tale. Era necessario, dice Omero, che ardesse il caos assoluto, assurdo e spietato della guerra solo perché un giorno un canto immortale potesse celebrarla.

Caro Matteo, dialogare con te è come – immagino – per un uomo del IV secolo dialogare con Plotino: si sente l’altezza del pensiero, la vertigine dei concetti che formuli, ma anche la sensazione che un mondo vasto e grande si sia concluso. E d’altronde mi colpisce quell’espressione che hai pronunciato poco fa: «mentre il mio me stesso autentico sta nei miei versi». Inevitabile che ti chieda, a questo punto, anche se in parte hai già risposto, non solo cos’è la poesia per te, ma anche quali sono i poeti che più hanno incarnato, nella storia, l’immagine del poeta che vorresti essere, e nel quale credi.