2009 Sirena dello Stretto
Giuseppe Arcidiacono. Sirena dello Stretto, 2009, tecnica mista su collage, cm. 75×70
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Tutto principia in un silenzio ed è lì che mentre si conclude. Un punto, un luogo, un tempo in cui tutto deve accadere ed è già accaduto. Ma che cosa, che cosa accade? Impossibile a dirsi. Eppure, incessante è l’esperienza del silenzio e ne riconosciamo alcuni suoi volti anche quando siamo immersi nei suoi contrari. “Contrari”, al plurale, poiché non esiste un unico silenzio. Ma di certo il più intuitivo, e al contempo il più enigmatico, è il silenzio del suono, o meglio, della parola.

«Mai come ora mi fu necessario il silenzio».[1]

Inizia così la prima poesia di La terra più del paradiso, libro del 2008 della poetessa Roberta Dapunt. Il primo verso di centinaia di versi è una dichiarazione di intenti: (mi) urge silenzio e, per questa ragione, seguirà una moltitudine di parole. Proseguendo nella lettura, la sensazione è quella di addentrarsi in un mondo placido e discreto. Verrebbe da pensare che sono proprio gli scenari e le immagini descritti in questo libro (come in altri libri della Dapunt) a suggerire la presenza di un silenzio che come un manto anecoico ci protegge dal rumore (il rumore, uno dei contrari del silenzio). Ma non è così, evidentemente. Quelle realtà prendono vita solo grazie ai suoni, ai gesti che generano suoni, ai suoni che generano ritmi naturali. In questi testi sono proprio le parole a fare silenzio:

[…] Devo alla mia finestra il ronzio continuo della mosca
e l’immobile sedere e l’ascolto finché viene sera.[…] Devo alla finestra l’armonia esterna delle campane,
la fede dal suono parente alla quale non apro,
alla finestra devo la pazienza e l’aspettare.

Davanti ad essa però, io non mi commuovo
né mai mi rallegro. Muta rimango
e non schiudo alcun sentimento alla voce,
ora infatti la sola penna, troppo è il rumore per così poco.[2]

La voce rimane muta, la voce che è “la sola penna” si concede al silenzio. In altri termini: la parola poetica, per esistere, deve farsi silenzio.
Leggiamo adesso una poesia di Gabriella Sicari, tratta da Epoca immobile:

Dove va a finire la voce quando il cappellano grida
di amarsi l’un l’altro ed è sempre gentile
il mio babbo di sabbia e roccia nella sera pura dei secoli
nei secoli e poi prolifera il disordine con tutte le ouvertures
nascoste al grido. – Silenzio! Cerchiamo un luogo per bagnarci
nudi con passione vera di notte a maggio, andate che lì è più
fresca la notte e l’adolescente è scuro e puro e vuole.

Il bello è tutù, è medusa, è Mozart nell’artiglio e nel ventre.[3]

Il «Silenzio!» , un ‘luogo’ dove è possibile andare «per bagnarci / nudi con passione vera», dove «è più / fresca la notte». Un luogo in cui immergersi senza pudicizia per redimersi e divenire un adolescente «scuro e puro». Usciamo per un attimo dalla metafora e concentriamoci sul testo. Al centro della composizione, ad un punto segue un trattino e poi, in maiuscolo, quella parola gridata. Il trattino non può essere un facile espediente formale per introdurre il discorso diretto all’interno del verso. Esso rappresenta, invece, il silenzio subito dopo richiesto con severità dal punto esclamativo (ancor più che dalla parola stessa). Quel trattino è il silenzio. «Dove va a finire la voce», si chiede la Sicari. Proprio lì, nel trattino. É in quella ouverture nascosta al grido che il cappellano può infine gridare di amarsi gli uni con gli altri. Un vuoto in cui qualcosa accade ed è già accaduta, si diceva all’inizio – e non accade mai, aggiungo: il paradosso del silenzio della (e nella) parola poetica.

John Biguenet, nel suo saggio Elogio del silenzio (Il Saggiatore, 2017), in un capitolo intitolato La rappresentazione del silenzio, riflette sulla cesura, anche qui rappresentata da un trattino, all’interno di una poesia di Keats: «Nel contemplare la separazione dalla donna amata, il poeta comincia a vacillare finché la sua voce smette di essere, anche solo per un momento, tramutandosi in un silenzio […]. Sebbene il testo termini con una sorta di consolazione, la cesura, quell’improvviso silenzio […], può essere considerata il momento più espressivo dell’intera poesia».
Quest’altro esempio di utilizzo del trattino (lo stesso espediente formale è solo una coincidenza; si pensi anche al verso bianco, agli spazi, alla punteggiatura) all’interno di un testo poetico, serve anche a dimostrare quello che si è detto all’inizio, ovvero che non esiste un solo silenzio, ma molteplici. Nella poesia di Keats infatti «il poeta è talmente sopraffatto dall’emozione che non riesce neppure a terminare l’ultimo verso della terza quartina». Nella poesia della Sicari, invece, il silenzio non è un “incidente” emotivo (seppur carico di significato), ma una precisa richiesta, quasi un’imposizione (da qui la non banalità del punto esclamativo).
Forse più che in altri tipi di testi, in quello poetico si manifesta con più insistenza e inevitabilità che il silenzio è il vero e unico nostro interlocutore. La parola poetica è di per sé una parola vuota e silenziosa in cui risiedono tutte le possibilità dell’essere: «Allungo un braccio. Stringo una spalla d’aria», recita Sereni. Confrontarsi con un testo poetico è esattamente questo: stringere una spalla d’aria; detto altrimenti: dialogare con l’ininterrotto silenzio di Nessuno. Scrive Octavio Paz:

Nessuno è l’assenza dei nostri sguardi, la pausa della nostra conversazione, la reticenza del nostro silenzio. […]. È un’omissione. E tuttavia Nessuno è sempre presente. È il nostro segreto, il nostro crimine e il nostro rimorso.

In poesia, Nessuno è sempre presente e così la sua parola, cioè il suo silenzio.

[1] Roberta Dapunt, La terra più del paradiso, Torino, Einaudi, 2008, p. 3.

[2] Ivi, p. 29.

[3] Gabriella Sicari, Epoca immobile, Milano, Jaka Book, 2004, p. 33.

Scheda biobibliografica

Naike Agata La Biunda (Catania, 1990) fonda nel 2014 il Centro di Poesia Contemporanea di Catania, di cui è direttrice fino al gennaio del 2016. Ha vinto il Premio Onor D’Agobbio nel 2014, il Premio 13 nel 2015 ed è stata finalista al Premio Lerici Pea 2015. Ha tradotto Fino a che saremo Itaca, un’antologia di Raquel Lanseros (CartaCanta, 2016) e il saggio Elogio del silenzio di John Biguenet (Il Saggiatore, 2017). È stata inserita nel volume Secolo Donna 2017. Almanacco di poesia italiana al femminile, edito da Macabor. Accogliere i tempi ascoltando è la sua prima raccolta poetica (LietoColle-Pordenonelegge, 2017).