le lacrime di Arianna
Giuseppe Arcidiacono. Le lacrime di Arianna, 2017, pastelli su collage, 40×25
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Il silenzio del mondo è molto rumoroso, il silenzio della parola è un’altra cosa, ma in generale non c’è silenzio senza ascolto.
Ascoltare il silenzio può sembrare un paradosso, ma non lo è, se solo ci rifletti: come qualcosa invaderebbe il nostro udito se non nell’intervallo presupposto del silenzio? Si viene al mondo con i sensi silenziosamente aperti, pronti ad accogliere l’irruzione del mondo. Se i sensi fossero chiusi, il mondo, che ci ha partorito, non ci raggiungerebbe, facendoci segno dall’esterno. Questo confronto, tra un’apertura silenziosa e un incontro rumoroso crea nel contempo il nostro interno e il nostro esterno. In assoluto non c’è l’uno e non c’è l’altro (come invece si immagina il senso comune), c’è la loro relazione rimbalzante. Hai sentito? Sì, ho sentito, e questo è il primo, indispensabile che: esso apre la strada alla domanda del che cosa. Che cosa hai sentito? E così dal silenzio del mondo sei passato al silenzio della parola, cioè alla sua domanda.
Dicevano i pitagorici che le sfere celesti, nei loro eterni movimenti, producono un suono meraviglioso, una sublime sinfonia celeste; purtroppo noi umani non la sentiamo, perché essa non ha intervalli di silenzio e così la sua costante presenza e persistenza equivale per noi al suo non esserci affatto. Nessuna armonia delle sfere, senza un luogo di silenzio nel quale essa possa irrompere e deliziarci: possiamo immaginarla, non sentirla. Ma qui cade proprio il problema del silenzio della parola. C’è ascolto, sì, e qualcosa chiama: dite a me, dite “me”? E infine, chi dice, chi chiama?
Su questa soglia di domande si succedono le repliche: in sostanza durano tutta una vita, senza propriamente riuscire a rispondere, poiché circoscrivono lo spazio intero della parola e il suo inesauribile quesito. Con la parola si innesca infatti il luogo della domanda e, nel contempo, il rinvio della risposta. Ecco che di nuovo le due cose sono una, senza per questo indurci a desistere: dimmi, parlami, raccontami infine questo “che cosa”, e il paggio incominciò: «C’era una volta un re…». Saggezza delle favole.
Le parole non sono rumori. Dove lo divengono, o tendano a diventarlo, la civiltà umana è in pericolo. Decidete voi quanto pericolo c’è nel nostro mondo, quanto frastuono, persino nelle scuole, nelle università e nella carta stampata. Non voglio fare il pessimista, ma vorrei ribadire: non c’è ascolto senza silenzio, senza attenzione e disposizione verso ciò che chiama e verso ciò che domanda, quindi verso il possibile “che cosa” della risposta. Senza questo silenzio dell’ascolto ogni risposta, come ogni domanda, è solo rumore, che il vuoto presto dissolve. E c’è poi un ulteriore silenzio, ancora più sottile, arduo e sconcertante: il silenzio che abita tutte le risposte, segnando il limite della parola e assegnando all’essere di parola, che noi siamo, il suo umano, troppo umano destino.
C’è un silenzio da preservare e c’è un silenzio da tollerare. La loro comune soglia scandisce la qualità del nostro ascolto e il tono “musicale” della nostra vita. E c’è il pericolo di usare il rumore, il frastuono delle parole, per non dire poi del frastuono insensato delle quotidiane sonorità dementi, per cancellare il silenzio e la lezione che nasce dal suo ascolto. Una lezione severa e tuttavia vivificante, perché c’è forse solo un modo per sfuggire all’angoscia del destino dei mortali e della loro endemica povertà di risposte: accogliere la domanda e fare del suo ascolto un indizio silenzioso della musica del mondo e della sua infinita partitura. Si potrebbe suggerire: fatti ogni volta partecipe di una risposta, di una figura in transito, come accade in ogni passaggio dell’orchestra che svolge il discorso di una sinfonia. Esegui meglio che puoi la tua parte occasionale, lo “spartito” che ti trovi assegnato, e ascolta i tuoi compagni silenziosi, quelli che possono comporre con te una possibile, provvisoria armonia. Forse è vero: chi cerca, già cercando trova.

 

Scheda biobibliografica

Carlo Sini ha insegnato per trent’anni Filosofia teoretica all’Università statale di Milano. È socio dell’Accademia Nazionale dei Lincei, dell’Istituto Lombardo di Scienze e Lettere e dell’Archivio Husserl di Lovanio. Insignito nel 1985, per il libro Immagini di verità, del Premio della Presidenza del Consiglio dello Stato italiano, ha ricevuto nel 2002 la Croce d’Onore di Prima Classe per la Scienza e l’Arte dallo Stato austriaco. Ha tenuto corsi, seminari e conferenze negli Stati Uniti, in Canada, Argentina e in diversi paesi europei. Ha collaborato per oltre un decennio, e collabora tuttora saltuariamente, con le pagine culturali del «Corriere della sera», con vari settimanali e testate giornalistiche e in particolare con«l’Unità». La sua bibliografia comprende oltre quaranta titoli, alcuni dei quali sono stati tradotti in inglese, tedesco, francese, spagnolo, catalano e persiano. Le sue Opere complete, in sei volumi e undici tomi, sono in corso di pubblicazione presso l’editore Jaca Book di Milano.