L'isola Ferdinandea
Giuseppe Arcidiacono. L’isola ferdinandea, 1993, tecnica mista su elaborazione grafica al computer, cm. 90×64
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Guardo spesso le mie mani, perché sopra il quaderno rimangono ad aspettarmi, come un granito ostinato rimangono lì e aspettano di potermi aiutare a testimoniare la mia origine e lo sguardo che ne scaturisce. È una disciplina che non può mancare a chi frequenta i versi per esprimersi. Ormai la poesia mi è diventata compagna per dovere di un percorso e si è trasformata in un vizio difficile da soddisfare. Da donna, io posso recepire il verso bello, afferrare lo scrivere bene, seguire la ricerca profonda della parola, della giusta definizione. Da poeta ho il dovere di sentire in silenzio il suono vocale del raccontare in forma stretta la vita.

E ci sono delle condizioni nella vita, il mio esempio in quella di un maso di alta montagna, che tuttora definiscono, così come da sempre, un accordo tra chi ci vive e il luogo che ospita: la coerenza di una scelta di vita, il rigore di questa e il rispetto di fronte alla terra, poiché ci è sacra da sempre. Questo accordo non è esposto, non è scritto o dichiarato da nessuna parte. Succede nel silenzio, lì, proprio lì, dove la dignità può manifestarsi nella sua essenza più pura, e in questi luoghi il silenziosa essere più efficace di qualsiasi verso.

Da sempre provo fascino e richiamo verso un’astensione del parlare, che spesso accade nelle conversazioni dal vocabolario raccolto in pochi suoni dei contadini. Succede durante le transumanze, durante le fienagioni, nella stalla, così anche nel giorno della maialatura. Caposaldo di questi silenzi è una misura di umiltà dovuta a una semplice esistenza, fondale d’intelletto che a me interessa.

Provengo dall’educazione di un silenzio austero, del quale tutti noi, grandi e piccoli, avevamo molto rispetto, a scuola ma soprattutto in chiesa e durante le processioni sui prati, dove non ci permettevamo movimento diverso da quello stabilito dal rito. Questo per me ha un significato ora, che si muove tra l’educazione di una comunità fortemente radicata nelle tradizioni, alimentata da una religiosità profonda, e la libertà di scelta dell’individuo di fronte al mondo. Nella mia testa sono cambiati spazi e orizzonti, mi è rimasta però la memoria di una vita in sé molto umile, che non aveva grandi pretese, ma rigorosa nel fare bene le cose, e lo dico con un sorriso sulle labbra, perché il termine in ladino, mia lingua madre: “fasciö che al’alda”, cioè “fare così come si deve” era ed è tutt’ora riferito a Dio, cioè fare bene davanti a Dio. Tutti i riferimenti al sacro sono per me misura conosciuta, comprensibile alle descrizioni, perché comune alla mia crescita. Ora accompagnano molti miei versi, perché sono per me un confronto con la poesia, non più con la fede. In cambio mi tengo stretto il silenzio imparato per educazione, il silenzio acquisito per ubbidienza, quello fissato nella memoria per uso e abitudine. Mi rimangono cari anche i miei silenzi rimproverati. Troppo spesso non capiti.
Dunque, come non celebrare il silenzio, o meglio il plurale di esso, poiché i silenzi, e ce ne sono molti, sono la parte migliore di ogni lingua. Essi definiscono le frazioni, sono le parti staccate di un tutto, le corsie di emergenza quando non c’è parola che tiene. Per me sono i capitoli solitari dell’animo quando nemmeno la poesia riesce a riscuotere.
Il silenzio appunto, quello che dimentichiamo spesso, perché facciamo troppo rumore anche noi poeti che scriviamo poesia rumorosa per essere di oggi. Di oggi a tutti i costi, come se non lo fossimo in verità del corpo e della nostra vita.
Nel silenzio, ho pensato. Nel silenzio sarà il mio dialogo con l’esterno. Parlerò rivolgendo voce e vocaboli alla mia condizione interiore e i miei orecchi presteranno ascolto a ciò che da dentro mi darà risposta. Non ci saranno suoni, non sentirete vibrazioni, nessun fonema, poiché il silenzio, esso è lingua di tutte le lingue, comprensione totale posta sul desiderio di capire e di farsi capire.

Scheda biobibliografica

Roberta Dapunt è nata in Val Badia nel 1970. Ha pubblicato le raccolte di poesia Oscura Mente (1993), La carezzata mela (1999), La terra più del paradiso (Einaudi, 2008) e Le beatitudini della malattia (Einaudi, 2013). Nel 2012 presso l’editore Folio (Vienna-Bolzano) è uscito un libro di poesie scritte in ladino con traduzione tedesca a fronte dal titolo Nauz, «mangiatoia». Di recente Einaudi ha pubblicato la sua nuova raccolta di poesie dal titolo Sincope.