Inexplicable splendour
Giuseppe Arcidiacono. Inexplicable splendour, 2014, tecnica mista su elaborazione grafica al computer, cm.95×70
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Dico subito, al di là di ogni prova, che nella condizione contemporanea, quella delle parole pervasive e rese ‘immagini’, la via di ricostituzione della sostanza del verbo passa per il suo rinnovato contatto con il silenzio:

Prendere in considerazione la parola prima che sia pronunciata, sullo sfondo del silenzio che la precede, che non cessa di accompagnarla e senza il quale essa non direbbe nulla; [si tratta di rendersi] sensibili a quei fili di silenzio di cui il tessuto della parola è intramato.[1]

Questo silenzio fondativo non è però un puro nulla del suono, del rumore, uno spazio privo di qualunque nota. Esso equivale e si dà in quanto memoria reale e inattingibile, sostanza in-dicibile di quella parola corporea, materna, che ci troviamo scritta dentro, che ci precede e che ci ha resi a nostra volta ‘capaci’ di parola. Il silenzio dunque non come un’utopia a buon mercato o una pratica esoterica, possibile per gli happy few ma assolutamente distante dal fervore, dal bollore del quotidiano di tutti, delle donne e degli uomini ‘comuni’. Certo, gli appelli e le meditazioni oggi diffuse su quella che Le Breton ha chiamato «sovranità del silenzio» non sono privi di valore e intercettano un bisogno reale del mondo.[2] Ma dal mio personale punto di vista penso ad un ricominciamento da quel silenzio che è ‘dentro’ la parola e che la genera, sin dalle sue manifestazioni primordiali. Non il silenzio della separatezza o dell’ascesi insomma, ma il silenzio del dialogo e della comunicazione.
Quali sono le forme del silenzio interne al nostro parlarci che impariamo guardando all’esperienza infantile del venire al linguaggio? La prima è il respiro, il ritmo corporeo implicito e indispensabile perché la parola raggiunga l’altro, perché sia una parola ‘per’ lui (non di un ‘per’ strumentale ma di un’per’ di favore e di vantaggio). La madre sostiene la relazione con la sua voce, ‘è per’ il suo bambino grazie ad un gesto privo di contenuto referenziale ma che nel suo stesso accadere coincide con la semantica profonda della relazione, in quanto è la relazione ad essere indicata e significata integralmente da quel gesto. La voce che incontra, che apre al mondo, è un evento del respiro; l’armonia spontanea dell’inspirazione che nutre e dell’espirazione che lascia andare con gratitudine.[3] Se manca questo ritmo del corpo materno, la voce giungerà fastidiosa, carica di ansia (l’ansia è tecnicamente una mancanza di respiro), priva di qualità relazionale, e non sarà il luogo di un evento ma solo di un disturbo, e al limite di una ferita. Se ‘respirata’, la parola detta ha la qualità della brezza che rinfresca, come già Boccaccio sapeva quando nel Proemio del suo grande polittico lodò il soccorso offertogli dagli amici nei dolori dell’amore e disse che la parola della consolazione ‘rinfresca’ e per questo solleva: «Nella qual noia tanto rifrigerio già mi porsero i piacevoli ragionamenti di alcuno amico e le sue laudevoli consolazioni, che io porto fermissima opinione per quelle essere avenuto che io non sia morto».[4]

E qui si innesta precisamente la seconda forma del silenzio, almeno nella maniera in cui lo abbiamo evocato: l’ascolto. Respiro parlante e parola ascoltante sono le facce di una medesima medaglia. La voce che attinge energia dalla ruâh, in quanto sostanza aerea del corpo, sa modellarsi sul ritmo interno della relazione, sul respiro dell’altro, e per questo parla in quanto ascolta, in quanto fa spazio dentro di sé al respiro dell’altro ed esercitando il silenzio spontaneo dell’ascolto lo lascia essere. È questo il gioco dell’interazione linguistica originaria: il respiro della voce e il suo generare il silenzio perché l’altro sia e dica, con il suo corpo e le sue parole. Il silenzio relazionale dell’ascolto è il segreto della parola corporea. Lo sanno bene i terapeuti, che hanno bisogno della lentezza del rapporto, dell’attraversamento di difficili silenzi per arrivare, dentro questo grembo di dolore, al momento in cui la parola prende carne e diventa, davanti al terapeuta, ‘la’ parola del paziente, quella giusta per dirsi. La Terapia della Gestalt fissa con esattezza il senso e la via di questo momento in cui il flusso sovradimensionato e vuoto delle parole nevrotiche (in Gestalt Therapy, alla lettera, verbalizing) si tramuta in un evento di parola liberante e agganciato alla vita, quando afferma che il contrario del parlare vuoto e senza oggetto non è la semantica scientifica né la terapia corporea: è la poesia.[5]

Il silenzio di cui abbiamo bisogno, al quale rivolgerci nel tempo della parola senza corpo, è dunque il silenzio della poesia. Se avesse senso e fosse possibile per noi oggi, in maniera non velleitaria, pensare ad un nuovo umanesimo, esso richiederebbe, per primi ai poeti, una scelta coraggiosa di essenzialità e di umiltà. La poesia di cui abbiamo bisogno non è quella che mima il ronzio, che si riproduce per inerzia, che fa della propria intonazione un format (né ci serve tantomeno una critica speculare a questa modalità di vivere l’essere poeti). Ad essere all’altezza dei nostri tempi sarebbe un gesto poetico diverso, nel quale la poesia avvenga e sia una parola del silenzio e dal silenzio. Non insomma anzitutto la poesia in quanto testo scritto (e purtroppo scarsamente divulgato), ma la poesia in quanto forma di parola, alfiere umile di una silenziosa controtendenza del dire che ci riguarda tutti, messaggera di una parola che tutti siamo chiamati a pronunziare.
«Mio cugino ha parlato stasera». Così, in uno dei primi versi dei Mari del Sud, il Pavese poeta presenta l’evento della parola preparato da un lungo silenzio a due: «Camminiamo una sera, sul fianco di un colle / in silenzio. […]. / Qualche nostro antenato deve essere stato ben solo / – un grand’uomo tra idioti o un povero folle – / per insegnare ai suoi tanto silenzio». Si tratta di un ingresso nel verbum che il silenzio gestisce e fa accadere. Come a dire che affinché una parola conti, avvenga davvero, essa deve per forza cominciare dal silenzio. Secondo il poeta dei Mari si tratta di una virtù innata, che distingue una stirpe dall’altra. Ma per noi la curvatura carnale del silenzio degli ‘antenati’ pavesiani significa oggi che non si dà vero silenzio che non sia scritto nel corpo di chi lo pratica; che non bastano la moda o la pura aspirazione, senza una costanza e una disciplina tali da rompere il deposito tossico del troppo parlare e da aprire il ‘loquente’ ad una esperienza di parola nuova: perché rara, perché misurata.
Dobbiamo dirci l’un l’altro, francamente, che siamo in genere distanti da tutto questo. E perciò la poesia è insidiata. Essa non ha bisogno però del silenzio reattivo dei rabbiosi, della sprezzante distanza dei colti, ma del silenzio coltivato e reso stile di vita. Serve un silenzio quotidiano, che attraversi le zone molteplici e affollate dell’esistenza. Urge un silenzio testimoniato in quanto spazio vitale, e non un silenzio ostentato e in fondo finto. Un silenzio che regga le relazioni e conceda loro quella tensione primaria in cui fili di luce invisibile e rivoli di emozione contenuta colmano ad abundantiam il vuoto di sonorità. Un silenzio offerto e scambiato, che abbiamo perso di vista, di cui non conosciamo più nemmeno i presupposti. Ma se non si trova lì, la parola passa e non lascia traccia. «Quando io trovo / in questo mio silenzio / una parola», dice Ungaretti della poesia. L’utero di questa parola ‘nuova’ è lì, nel silenzio del corpo, ovvero nell’ascolto della sua musica primaria, dell’inespresso musicale che ci precede.
Non sarà insomma, quella che auspico e prefiguro, una parola a buon mercato. Perché una parola così costa fatica, viene da una immersione, da un atto di onestà grandissima, dove si dice solo la parola che si trova e che si sente nell’abisso, solo la parola aderente, annidata nella vita e nel corpo. Una parola di carne, una parola-corpo, che del corpo è riflesso, espressione e promessa. Forse per dirla, questa parola, non abbiamo più bisogno di scavare nel linguaggio, di esaurirne le possibilità in quello spasmodico movimento che ha improntato tanta lirica del Novecento. Ungaretti continua a ricordarci (perché anche lui poi tante volte lo ha dimenticato) che questa parola dobbiamo scavarla dentro noi stessi, in quel silenzio sin dall’origine abitato dal corpo dell’altro.

[1] M. Merleau-Ponty, La prosa del mondo, Torino, Editori Riuniti, p. 66.

[2] Cfr. D. Le Breton, Sovranità del silenzio, Sesto San Giovanni (Mi), Mimesis, 2016.

[3] Mi riferisco qui alla grande tradizione orientale sul respiro, di cui si è fatto interprete tra gli altri, con i suoi libri, il monaco buddista Thich Nhất Hạnh. Cfr. ad esempio Thich Nhất Hạnh, Il dono del silenzio, Milano, Garzanti, 2015.

[4]Boccaccio, Decameron, Proemio, ed. a cura di V. Branca, Torino, Einaudi, p. 6.

[5] Cfr. F. Perls-R. Hefferline – P.Goodman, Teoria e pratica della Terapia della Gestalt. Vitalità e accrescimento nella personalità umana, a cura dell’Istituto di Gestalt H.C.C., postfazione di M. Spagnuolo Lobb, G. Salonia e A. Sichera, Roma, Astrolabio, 1997.

Scheda biobibliografica

Antonio Sichera insegna Letteratura Italiana Moderna e Contemporanea e Fondamenti di Ermeneutica della Modernità Letteraria nell’Università di Catania. Insegna inoltre Fenomenologia ed Ermeneutica nella Scuola di Specializzazione MIUR in Terapia della Gestalt. Si è occupato di questioni teoriche in ottica ermeneutica, di numerosi movimenti e autori della letteratura italiana ed europea. Tra i suoi libri: Ecce Homo! Nomi, cifre e figure di Pirandello, Olschki 2005; Pavese. Libri sacri, misteri, riscritture, Olschki 2015.