PER MASSIMILIANO MANDORLO DI MARCO VITALE

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Nell’accingermi a scrivere sulla poesia di Massimiliano Mandorlo sono preso come da un senso di soggezione. La voce di questo giovane poeta è sicura, la sua ricerca è sorretta da un’ambizione che lo porta a non sottrarsi ai temi decisivi della vita, la sua scrittura ha probità e potenza. Mi aveva incantato un suo libretto di prose uscito in edizione d’arte nel Canton Ticino pochi anni or sono: un viaggio tra le nebbie fino alla pace di un monastero benedettino, posto tra le acque e i filari della Bassa lombarda. Un paesaggio segnato dal lavoro secolare di generazioni di monaci, di agrimensori, di braccia, che nella sua scabra santità non può non richiamare alla mente tante pagine di don Cesare Angelini. Massimiliano riusciva a trasfigurarlo in una singolare evocazione del silenzio, in un confronto serrato con il gesto del pittore americano William Congdon, buon conoscitore di quegli stessi luoghi. Pochi tratti accomunavano e fondevano così bene, in quella Cascina con nebbia (2011), le epifanie dell’artista prossimo all’action painting con le parole del poeta e una natura velata e svelata dalle caligini veniva così ad offrirsi in un gelo luminoso, come in sogno. Tanto stupore aveva eco in un ascolto incantato della natura, fino ad intuirne i più nascosti sommovimenti, lì «Dove la brina nidifica in purissime architetture di cristallo, al lato dei fossi, nel viola-blu dimenticato della borragine. Nelle forre millenarie incise dai torrenti. Al fondo dei canali dove le nutrie guadano il nero della notte divorando oscuramente il terreno delle rogge».

Un’attenzione creaturale è certo fra le caratteristiche della poesia di Mandorlo, e vorrei ricordare come anche nella sua prima raccolta – Luce evento, 2012 – gli sguardi dell’uomo e del suo confratello non sapiens procedevano significativamente appaiati (eremita / stambecco; uomo / pesce) soggetti a una comune legge che stabilisce fino a che punto a ognuno è dato spingersi. E in un unico abbraccio, nel considerare le simmetrie fra «trasformazione delle specie minerali» e «metamorfosi degli esseri viventi», vive anche il recente volume Nella pietra (2016). Traggo la citazione da un esergo di Pierre Teilhard de Chardin, posto dall’autore nel cuore del libro, a stabilire un’intelligenza dello sguardo che non contempla esclusioni, secondo quell’esplorazione della terra e dello spirito che è il grande lascito del “gesuita proibito”. Si tratta, come sottolinea Pietro Montorfani nella sua bellissima postfazione, di un’acquisizione che regge l’intero impianto della raccolta e costituisce un quadro di riferimento in cui trova ragione ogni indagine, ogni riflessione, ogni accensione dello sguardo.

È bravo Massimiliano Mandorlo nel darci la misura metaforica di questa pietra che è cosa viva e mobile e presiede a tante stazioni del nostro stare al mondo: «argilla crepata», fondamenta di antica domus incrostata di salsedine, cattedrale, grattacielo newyorchese o «vili bunker / nella zona espansione nord» di Palermo, «pietra bianca / frantumata dalla luce» mediterranea, cuore come «pietra / accarezzata dai venti / levigata dal fiume», «bianca dolomia e canyon”» pietra del Sepolcro, testimone ineffabile del mistero della Resurrezione…

La città con le sue “pietre” puntate al cielo e chi le abita, suggerendo un mai risolto equilibrio tra solitudini e fratellanza, “brucia” in questo libro – ed è uno dei suoi temi forti – perché è l’essenza stessa della vita che brucia e così bruciando si riconosce come dono ricevuto e offerto. C’è molto Testori in questo, così come nell’attenzione, profondamente cristiana, portata sul mondo dei vinti, coloro che «preparano i cartoni per la notte» alla Stazione Centrale di Milano, visionariamente rappresentata in un altro punto del libro come un grande ventre sottomarino, o gli “esclusi” del pittore Covili – altra suggestiva prova di ecfrasi – o ancora coloro che passano il mare nel buio dei nostri tempi per tenere vivo un motivo di speranza, e sono letteralmente, tragicamente “sommersi”, quando non sono “salvati”. Richiamo più esplicito a Primo Levi non poteva esserci ed è un punto fermo, importante del libro.

Così come è importante – e qui forse è lecito un riferimento a Giovanni Raboni – l’idea di una prossimità dei vivi e dei morti, in una comunità che non si perde, come suggerito fin dall’intenso testo incipitale. O più avanti – Nel vento di settembre – quando è dato cogliere la voce di coloro che non sono più mentre pregano in attesa di risorgere. Una profonda pietas, unita a un senso robusto del dramma umano, caratterizza questo libro di raggiunta maturità che è insieme esile e robusto, scabro e visionario, tramato da un pensiero e da un’erudizione scritturale che ne costituiscono un indubbio punto di forza e di interesse, ma non si impongono davanti al libero gioco delle emozioni e delle immagini, che è come dire il passo della poesia.