Piero della Francesca, Pala della misericordia, 1460 circa, San Sepolcro, Museo Civico
Piero della Francesca, Pala della misericordia, 1460 circa, San Sepolcro, Museo Civico

UNA PREMESSA, TRE PIETRUZZE E UNA PREGHIERA di RICCARDO EMMOLO

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Più rileggiamo Caproni più ci rendiamo conto che la sua poesia disegna nel suo svolgersi una parabola comune ad altri poeti del Novecento.
Le prime raccolte degli anni Trenta mostrano subito il coraggio di questo poeta appartato e controcorrente; nonostante qualche traccia lessicale e stilistica di stampo ermetico, i suoi versi si pongono fuori dal clima imperante in quegli anni. Altri poeti, come Sandro Penna e Cesare Pavese, pagheranno duramente la loro eterodossia: il primo con una emarginazione che lo accompagnerà fino alla fine, il secondo con la tragica scelta del suicidio.
Negli anni Quaranta, risolti i residui ermetici, la poesia di Caproni cerca di superare il trauma della guerra rinsaldando il dialogo con la tradizione, sia nei temi (la figura di Enea come esempio di un impegno necessario per salvare la civiltà occidentale dal disastro), che nelle forme (il recupero del sonetto in una sintassi avvolgente, anche se a volte un po’ legnosa).

Sul finire degli anni Cinquanta, con Il seme del piangere, Caproni torna all’infanzia livornese con rime libere e metri brevi che diventeranno la cifra della sua poesia. Sono soprattutto i Versi livornesi, dedicati alla madre Annina, che sorprendono per la loro stupefacente freschezza. Protagonisti sono i dettagli che rendono concrete e vive le persone (la scia di cipria di Annina, il neo sul suo labbro, lo strappo della gugliata con i denti) e i luoghi (piazze, osterie, latterie), come da tempo non accadeva nella poesia italiana. Persone e luoghi s’intrecciano e si fondono in Annina: man mano che attraversa in bicicletta le strade per andare al lavoro, tutta la città acquista colore e odore. Il poeta incita la mano, che sta battendo a macchina, a ‘diventare’ poesia («sii poesia / se vuoi essere vita»). La poesia è viva se si ispira alle piccole cose che fanno il senso della vita, se ci parla di persone ‘vive’ (anche se non ci sono più), se ‘sveglia’ una comunità.

Il tema della comunità torna nel libro successivo, Congedo del viaggiatore cerimonioso & altre prosopopee (1965), dove Caproni inventa un monologo teatrale di impronta filosofico-allegorica particolarmente equilibrato e incisivo. Giunto al termine del suo percorso, il viaggiatore ringrazia uno per uno i compagni di viaggio (il dottore con la sua «faconda dottrina», la ragazzina dal «lieve afrore di ricreatorio», il militare, il sacerdote), rievocando i bei momenti trascorsi insieme, soprattutto le conversazioni nelle quali si finiva per raccontare di sé fino alle confidenze più intime. È un inno all’amicizia e alla solidarietà fra gli esseri umani che, da casuali compagni di viaggio, possono diventare fratelli grazie al rispetto reciproco e alla cordialità.

Con il libro successivo, Il muro della terra (1975), la poesia di Caproni comincia ad intridersi delle idee di pensatori come Blanchot e Agamben. Scompaiono Livorno e Genova, le latterie e le sassaiole, gli affetti familiari e le ragazze sensuose, mentre l’empito lirico si concentra sui temi della frattura fra le parole e le cose, e del costituirsi della parola come realtà autonoma e separata. Da qui il leitmotiv dell’impossibilità per la parola poetica di penetrare il “muro” che ci impedisce di attingere l’essenza della realtà.
Nelle ultime raccolte l’assenza di Dio e una disperazione sempre più invasiva occupano quasi totalmente la scena. La poesia, poco alla volta, si arrende al potere del nulla. Resterà solo una resistenza formale, affidata alle rime agili, allo slabbrarsi delle strofe e ai giochi tipografici. È la vittoria di quel nulla celebrato da Blanchot & Co. Non a caso, dopo la scomparsa di Caproni, le traduzioni e i convegni sulla sua opera si infittiscono in modo particolare in Francia.

Questa parabola di Caproni, dall’arioso realismo all’asfittico nulla, pur nella sua originalità di temi e di soluzioni formali, somiglia molto a quella di altri poeti importanti del Novecento. Per esempio Montale, che da giovane aveva scoperto il nulla alle sue spalle e alla fine se lo ritroverà davanti, incapace di sconfiggerlo con le sole armi dell’ironia e della satira; o Pasolini, innamorato della saggezza della vita contadina e della vitalità dei borgatari romani, che concluderà il suo percorso nella disperazione assoluta di Salò-Sade. Per non parlare di tanti altri poeti, dai tracotanti neoavanguardisti al depresso Zanzotto, caduti nelle sabbie mobili dei giochi formali, magari con l’alibi di fare “la rivoluzione della parola”.
Forse è giunto in momento di rileggere il Novecento per renderci pienamente conto di quanto formalismo e nichilismo abbiamo ereditato.

***

Sei ricordo di balli festivi,
sul lungomare il tuo sorriso
attira l’onda dentro i sensi vivi.

Le biciclette ahi all’improvviso
attonite tacciono:
ovunque lo sguardo volga,
quale oscurità, quanta rovina, Olga!

***

I morti abbandonati alla terra
respirano ancora l’acciaio
dei fucili e dei coltelli.
Uno attraversa la guerra
fino all’alba di Livorno:
immutati nel cielo gli uccelli
sono i primi pensieri del giorno.

***

Una domanda mi frulla
leggendo le ultime raccolte:
contornare di parole il nulla
a che serve?

Tanta fatica, nessun piacere!
Forse di fronte al nulla
si dovrebbe tacere.

***

Anima mia, non aver fretta.
Le latterie non ci sono più,
pochi hanno la bicicletta,
corre con le auto su e giù
la gente. Tu sii prudente
e fermati pure a parlare

con chi ricorda il fidanzato
che Annina non ha mai sposato
(né mai potuto scordare):
Giorgio Caproni, il maestro.

Cercalo a scuola, nei Caffè
dei carruggi, sull’ascensore
di Castelletto, tra camere a ore
diventate B & B, sui ponti
malsicuri (ti aspetti)
nella città tutta cantiere.
Il suo profilo da Giacometti
non lo potrai confondere
con quello di un ingegnere.

Avrà nella mano una borsa
di dattiloscritti e spartiti.
Tu frena la corsa
(fretta ahi contagiosa)
seguilo prudentemente
mi raccomando
e facendo finta di niente
accostata ai capelli incanutiti
mormoragli la cosa
per cui ti mando.

Vai, dunque (tu sai
tutte le strade) e ringrazialo
per lo scandalo della chiarezza
delle sue parole, la bellezza
di Annina sorridente quando esce dal portone
il giorno del suo matrimonio.
Ringrazialo per il testimonio
dell’umanità che fa così diversi
e sanguigni i suoi versi.

Scheda biobibliografica

Riccardo Emmolo (Scicli, 1951) ha pubblicato due libri di poesia (Ombra e destino e altre poesie, 2002; Ti parlo, 2012), un libro di saggi (Memoria e cecità, 2010) e un libro di prose, versi e narrazioni (Immersioni, 2017). L’anno scorso, presso l’editore svizzero Alla Chiara Fonte, ha pubblicato una plaquette di versi dal titolo Pietruzze.