ALESSANDRO QUATTRONE, LA GENTILEZZA DELLA POESIA

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La poetica e il temperamento di Alessandro Quattrone sono racchiusi, e offerti al lettore come immediata chiave di accesso, nei titoli dei suoi libri, che vale qui elencare a suggerire la traccia ideale seguita dal poeta dagli esordi al libro più recente: Interrogare la pioggia (Lacaita Editore, 1984), Passeggiate e inseguimenti (Book Editore, 1993), Rifugi provvisori (Book Editore, 1996), Prove di lontananza (Book Editore, 2013), L’ombra di chi passa (Puntoacapo, 2015), La gentilezza dell’acero (Passigli, 2018). Il passo e lo sguardo, il movimento e l’osservazione costituiscono con ogni evidenza le prime coordinate entro cui agisce il suo pensiero poetico, lo snodo in cui l’occasione incontra l’ispirazione. I titoli, sia dei libri che delle sezioni in cui si suddividono, non sono che l’apice di un organismo solido e ben riconoscibile per stile e contenuti, i cui tratti distintivi sono la linearità del dettato, la raffinatezza linguistica, la misura classica del verso che rimanda alle forme della tradizione e le rinnova, la brevità epigrammatica luminosa accanto alla discorsività fluida e accattivante, una vena lirica intensa e musicale che attinge a un immaginario memoriale o a contesti quotidiani.
Il nucleo dominante riguarda dunque la mutevolezza, la transitorietà della condizione umana e universale, che incontra il suo correlativo in andature e direzioni diseguali (passeggiate/apparizioni e inseguimenti) o stati di passaggio (rifugi provvisori, abbandoni e rapimenti), a indicare la cautela e la pazienza di chi incede per tentativi e accerchiamenti (esplorazioni e ritrovamenti, prove di avvicinamento / raggiungimento / allontanamento), forse il modo più efficace e duraturo per giungere al cuore delle cose. La tensione esplorativa trova il suo complemento nell’atto della visione, là dove lo sguardo del poeta funge da filtro e al contempo consente l’accesso all’esistente (nell’ultimo libro, La gentilezza dell’acero, l’intento si rende esplicito con la sezione Osservazioni e sguardi). Quattrone infittisce l’intera sua opera di espressioni in cui la vista è il fulcro percettivo: «Quel lampo che ti restò negli occhi / come un ricordo prigioniero / fra le palpebre e l’autunno» (da Interrogare la pioggia), «Gli occhi predatori ancora innocui» (da Passeggiate e inseguimenti), «Ti vedo nelle foto mentre guardi / il mondo, l’erba alta, i monumenti» (da Rifugi provvisori), «C’è chi nella notte vede il buio / io vedo gli astri invece» (da Prove di lontananza), «Guardando questa immensa trasparenza» (da L’ombra di chi passa). Una poesia, per tutte, insiste sul motivo del guardare attraverso un’inclinazione mite e partecipe (da La gentilezza dell’acero):

Se volgi altrove lo sguardo,
le cose si lasciano andare
alla loro esistenza malata,
ma se torni a guardarle, se ammiri
comunque il loro languore,
allora si riprendono, respirano,
allora ti benedicono e ti acclamano –
te, signore del poco e del nulla.

La consapevolezza del nulla che siamo al cospetto dell’universo è il finale dirimente, tuttavia presuppone, quasi involontario risarcimento, che la realtà prenda vita soltanto se il nostro sguardo si posa su di essa. Più risolutiva ancora la chiusa di un altro testo de La gentilezza dell’acero, col suo invito alla relazione reciproca, all’apertura vitale tra chi guarda e chi è guardato: «apri gli occhi sul mondo / e lasciati guardare». Ecco il talento che pervade ogni verso di Alessandro Quattrone, la qualità umana e poetica del suo respiro, l’afflato creaturale della sua ispirazione. Il poeta è sempre parte del mondo che descrive, non c’è un solo scarto, non un’asprezza, nemmeno quando considera la negatività delle forze in campo, la prevalenza del dolore, le prove di sofferenza cui sono sottoposti di continuo gli esseri viventi.
Anche l’amore, la sua vicenda di assenza / presenza, si traduce in tentativo di comprensione di sé e dell’altro, di conoscenza del reale, là dove la figura femminile diviene emblema di un momento vissuto e poi svanito, di una compiutezza realizzata e già perduta. Il poeta, come Orfeo, intraprende un viaggio in cui lo sguardo assurge, ancora una volta, a gesto culminante, scelta risolutiva di contatto con l’altro, forse in cerca di una redenzione personale che vada al di là del rapporto amoroso. Un rimando importante è al canto Orfeo. Euridice. Ermes di Rilke (qui nella traduzione di Gilberto Forti), nel punto in cui si evoca la protagonista del mito: «Ma ora seguiva il gesto di quel dio, / turbato il passo dalle bende funebri, / malcerta, mite nella sua pazienza. / […] / Ora era sciolta come un’alta chioma, / diffusa come pioggia sulla terra, / divisa come un’ultima ricchezza. / Era radice ormai». Ecco dispiegarsi accanto, quasi naturale gemmazione dalla sensibilità di Rilke, la lirica di Quattrone:

Ma chiamami tu risalita
dagli inferi ancora più lieta
tu che mite ti volgi
all’alta mia quiete notturna
tu diffusa nel tempo per dare
ore e tremore a quel viso
perso per sempre una sera
era il mio era il mio era il tuo

E ancora in eco all’andamento rilkiano, l’eleganza e il nitore di una quartina (entrambi i testi da Prove di lontananza):

Tuttavia il giorno che svanisti
si udì un lieve mormorio
qualcosa come un breve
giuramento di radici.

L’ombra e il sentimento del tempo sono venature essenziali del pensiero poetico di Quattrone. Da luoghi d’ombra il poeta intesse il suo dialogo tra sé e il mondo, dei vivi o dei mancati, mentre il tempo è la misura di una felicità appena sfiorata e subito dissolta. Ad agire sottotraccia nella scrittura è un senso di perdita immedicabile dinanzi alla fugacità di ogni evento umano: si risentono gli echi montaliani delle occasioni perdute, ma anche le atmosfere malinconiche di Sbarbaro. Se il tempo esercita il suo dominio sulle vite degli uomini, solo all’arte compete di fissare l’attimo (da L’ombra di chi passa):

La polvere di un attimo cadendo
sul pavimento non provoca proteste
né lamenti sul tempo che svanisce,
mentre il resto vive e vive ignoto
ai secoli e ai millenni
ma non all’attimo che scomparendo domina.

Tra dettagli di ambientazioni naturali o cittadine, tra figure umane e creature del mondo animale, si inoltra lo sguardo meditativo del poeta, aduso a cogliere, con delicatezza e precisione, il senso profondo degli accadimenti, gli aspetti solo in apparenza secondari delle relazioni che la vita dispone a intrattenere. La poesia di Quattrone porta una grazia improvvisa, un’agitazione pacata, rimescola con le sue intuizioni la psiche assuefatta agli automatismi e alla frenesia del quotidiano. Sempre, a partire da una situazione ordinaria, da un evento comune, allude a una diversa realtà, quasi un mondo parallelo di simboli e significati. Il poeta si leva al di sopra delle cose, le osserva dalla giusta distanza a comprenderne i limiti, ma anche la bellezza. Quando parla in prima persona, indulge appena a rivelarsi, mostra un’indole di pensosità appartata, consapevole dell’illusorietà di ogni misura o impresa umana. Ma non c’è cupezza né risentimento nella voce, il respiro non è mai affannoso, c’è piuttosto un equilibrio dell’esperienza, un’amorosa percezione del valore di ogni storia individuale. Perciò le parole si susseguono e creano legami tra gli uomini e le cose. Così avviene tra libro e libro, quando l’immagine di un acero, in una poesia di Prove di lontananza, appare come una promessa:

Essere il colore dell’acero
sotto il raggio di aprile
offrire al giorno un tiepido
clamore di rami e sperare.

Per ritrovarne la presenza, venata di nuova malinconia, nei versi splendidi e toccanti della poesia eponima dell’ultima raccolta, La gentilezza dell’acero. Forse è qui il senso riposto di ogni cosa. La gentilezza, suggerisce il poeta, è ciò che resta.

Non si può che ammirare
la gentilezza dell’acero,
dell’albero che medita sospeso
al cielo adorando i fili d’erba,
e quando l’ora è più spietata
abbellisce della propria morte
il mondo, sapendo che il silenzio
è una virtù finale, che però
sopravvive nel mezzo del clamore.

Scheda biobibliografica

Daniela Pericone è nata a Reggio Calabria. Ha pubblicato i libri di poesia: Passo di giaguaro (Il Gabbiano 2000), Aria di ventura (Book Editore 2005), Il caso e la ragione (Book Editore 2010), L’inciampo (L’arcolaio 2015), Distratte le mani (Coup d’idée 2017). Cura, con enti e associazioni, eventi culturali e reading. È autrice e interprete di letture sceniche e recital. Sue poesie e prose sono presenti in volumi collettivi, riviste, siti e lit-blog. Si occupa di critica letteraria e collabora a varie riviste su carta e online.