Conversazione con Alessandro Quattrone a cura di Giancarlo Pontiggia

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Partiamo dai titoli delle tue raccolte poetiche (Interrogare la pioggia, 1984; Passeggiate e inseguimenti, 1993; Rifugi provvisori, 1996; Prove di lontananza, 2013; L’ombra di chi passa, 2015; La gentilezza dell’acero, 2018), che a me pare già dicano molto della tua poesia, ponendo l’attenzione sulla dimensione dello spazio e dell’andare, ma anche sulla relazione tra uomo e natura.

Ho sempre ritenuto il titolo una parte essenziale del libro. Non considero ultimata l’opera se non ne ha uno adeguato. Il titolo per me è una promessa di compattezza. Personalmente lo scelgo sempre dopo aver raggruppato e disposto in sequenza le singole poesie. A struttura ultimata, mi chiedo quale sia il nucleo fondante dell’opera. Quando lo trovo, scarto i testi estranei al titolo del libro o ai titoli delle sezioni.
È vero che nei titoli c’è come costante più o meno esplicita la dimensione dello spazio e dell’andare. Forse si tratta di un’attitudine da esploratore curioso del mondo, o forse da pellegrino in cerca di un luogo sacro, o forse ancora di un Adamo scacciato dall’eden che cerca di ritornarvi o di trovare un giardino che gli somigli. Non so. Forse c’è un po’ di tutto questo. Sta di fatto che dal movimento di indagine derivano conseguenze sul piano dell’osservazione e anche dell’ammirazione. La scoperta è il frutto positivo dell’inquietudine, dell’andare in cerca, della quête, anche se c’è sempre il rischio di smarrirsi. Lo spostamento anche minimo nello spazio reale, o lo scarto dall’abitudine, diventa così lo spunto per un’avventura interiore, dove l’immaginazione può esercitare il suo potere di dilatare il minuscolo e di entrare in confidenza con il maiuscolo, oltre che di individuare allegorie.
La natura poi sembra essere l’irresistibile regina dei nostri sogni, che ci fa innamorare ma non si concede se non per fugaci e illuminanti apparizioni. È una baudelairiana “foresta di simboli”, certamente, nella quale magari ci perdiamo in preda a un’euforia conoscitiva che somiglia alla gioia del bambino in un immenso parco dei divertimenti. Ma è soprattutto una insegnante: ci indica la verità, ci costringe a guardarla e a vederla, a volte con modi brutali altre con dolcezza.
L’alternanza poetica tra cammino e riposo, tra vicinanza e lontananza, tra interrogazione impaziente e abbandono disarmato, non è altro che il tentativo di rappresentare la vita per come si manifesta nel suo svolgersi: sfuggente e disponibile, maestosa e semplice, invitante e respingente. La vita che, si potrebbe aggiungere, nella sua essenza non è altro che possesso e perdita, perdita e ritrovamento, ritrovamento e di nuovo perdita. E così via. Io, perlomeno, la vedo così. Penso che anche i miei titoli (compresi quelli delle sezioni) lo dicano.
Più precisamente, Interrogare la pioggia è il libro della giovinezza dilagante, euforica, appassionata, della giovinezza che vuol sapere, vuol sentire, vuol capire. C’è abbondanza di metafore, gioia della visione e della veggenza, desiderio entusiastico e dolente. Un porsi di fronte all’alterità (una figura esterna – femminile – o un qualsiasi elemento del mondo) dicendo: mi sono accorto di te. Mi hai fatto innamorare con il tuo volto attraente e sconosciuto. Ma ora, ti prego, rivelati. Passeggiate e inseguimenti è un libro ancora giovanile: la maggior parte dei testi risale agli anni ’80, anche se è uscito nel ’93. Qui l’indagine si svolge ora con il tranquillo spirito contemplativo di chi guarda un quadro, ora con l’impellenza di chi sente che il mondo potrebbe sfuggirgli, anzi gli sfugge. Rifugi provvisori parla non solo del fatto che i momenti di quiete sono provvisori, ma anche che è bene lo siano. Si deve riprendere il cammino, dopo la pausa, perché considerarsi definitivamente in salvo è rischioso, è paralizzante.
Prove di lontananza è una lunga riflessione, per frammenti, sulla lontananza e sulla necessità e la difficoltà di trasformare l’estraneo (l’altro da sé) in intimo, che si tratti di una creatura reale o immaginaria, o anche di un luogo fisico. Nel contempo è la presa d’atto che occorre trovare la giusta misura, accettando il distacco e godendo dell’unione a seconda delle occasioni. L’ombra di chi passa parla della fuggevolezza di ogni cosa. Noi passiamo, gli altri passano. Tutti lasciamo un’ombra inafferrabile. Parlo di verità già conosciute da millenni. Temi classici della letteratura, ripresentati con altre forme, in altre situazioni, con altre parole.
Infine c’è La gentilezza dell’acero, dove l’acero (imparentato evidentemente con la ginestra leopardiana) è un emblema etico: offre bellezza e ombra in silenzio, e abbellisce il mondo anche mentre sta morendo. Il libro si sofferma soprattutto sulla gentilezza, la bellezza, la purezza di cui abbiamo tutti bisogno, e nello stesso tempo cerca di scoprire le loro tracce attorno a noi.

C’è una poesia, in Passeggiate e inseguimenti, che mi colpisce per la sua essenzialità e nitidezza: «Dal libro un leggero presagio / può entrare nel tuo nascondiglio. / Come la solitudine dell’ape / è il tuo tremare assoluto». Vorresti commentarla?

Mi chiedi qualcosa di difficile per me. La poesia risale a una trentina di anni fa, e sinceramente non ricordo l’occasione da cui è nata. Però posso provare a fare l’interprete di me stesso. Fermo restando che sarebbero legittime anche altre interpretazioni soggettive, partirei dall’esperienza di lettura di un libro. Io penso che si crei una relazione segreta e in un certo modo misteriosa tra il libro e il lettore. Le parole dell’opera letteraria, a differenza di quelle ordinarie, sono efficaci. Producono effetti reali, pur essendo solo segni come gli altri. Come è stato scritto, certi libri (penso soprattutto ai classici) sono così veri, così potenti da ribaltare la situazione: sono loro a leggere noi, a rivelarci chi siamo. Ecco allora che dalle pagine può provenire un “presagio”, un’intuizione ancora vaga di cosa dovremmo diventare, o di quale sia la direzione da prendere. Si tratta di qualcosa di leggero, appunto, di un presentimento che aspetta di diventare piena coscienza e quindi volontà. Spesso ci chiudiamo, anche inconsapevolmente, in un nascondiglio, credendo di trovarvi protezione. I libri hanno la forza di stanarci, di spingerci a uscire, a entrare nel mondo, per guardare e per essere guardati. Per esserci, insomma. Lo dico io che avrei la tendenza a starmene in disparte, e che l’avevo ancora di più trent’anni fa. Devo aver sentito questa specie di richiamo, a quel tempo. Se nel nascondiglio si sta bene, allora – sentendo il richiamo – si comincia a tremare, ma non per un motivo preciso: in modo assoluto, metafisico. Si ha timore di uscire dal rifugio, di attraversare l’ignoto. Ci si sente soli. Eppure in quella solitudine – come nella solitudine, cioè nell’individualità dell’ape – si sta compiendo il lavoro che porterà al miele. Tutte le api sono sole, ma collaborano per un risultato comune. Il miele dunque è frutto dell’associazione di tante solitudini. Rimane il fatto che nel nostro centro noi siamo soli. Per questo abbiamo bisogno di gentilezza. Dovremmo sempre pensare che l’altro è solo come lo siamo noi, dovremmo sempre presumerlo.

Passano quasi vent’anni tra i Rifugi e Prove di lontananza: sappiamo che sei un poeta parco e distillato, ma cosa è successo in quegli anni?

In quegli anni mi sono dedicato alla poesia per interposta persona, traducendo molti poeti. Ho scritto anche romanzi, prose e canzoni. A parte le traduzioni, la gran parte di quel materiale è rimasto inedito per vari motivi. Mi sono dedicato ad altri generi letterari insomma.
Io non scrivo poesie in modo regolare e continuo. Attraverso periodi brevi molto fecondi, alternati a lunghi periodi di silenzio. Devo sentire di avere qualcos’altro da dire rispetto a quanto già detto, oppure devo aver trovato un nuovo modo di dire la stessa cosa. Pur in presenza di alcune costanti, come quelle da te ben individuate, ci deve essere qualche elemento di novità che giustifichi una nuova apparizione. Qualcuno ha detto che in fondo riscriviamo sempre lo stesso libro. Il rischio c’è, in effetti. Perciò bisogna valutare con severità il proprio lavoro.
Detto questo, colgo l’occasione per precisare che Prove di lontananza contiene poesie scritte prevalentemente nella seconda metà degli anni ’90, pur essendo uscito nel 2013, non senza revisioni, aggiustamenti e integrazioni. L’ombra di chi passa recupera pure poesie di tanti anni prima, ma contiene anche testi allora recenti o recentissimi. La gentilezza dell’acero, infine, è un libro contemporaneo, che rispecchia la mia poetica odierna, fondata su una maggiore colloquialità o affabilità, e sulla esplorazione della quotidianità come occasione e nutrimento. Insomma, ho esordito con un libro che è stato definito orfico, e mi trovo adesso convertito al reale, di cui però mi sforzo di cogliere il senso metafisico, sia pure sottotraccia.

Compaiono termini, nelle tue raccolte, come «mansuetudine», «gentilezza», «dignità», «saggezza», «felicità» che sembrano estranei a gran parte della produzione contemporanea. Come ti senti, in generale, nel panorama della poesia italiana attuale? E quali sono stati i tuoi maestri?

Succede soprattutto nelle ultime raccolte, dove parole del genere, che hanno a che vedere con l’etica o – per rispolverare una antichissima parola polisemica – con l’anima, sono citate spesso. Ci vuole prudenza, ci vuole anche pudore a utilizzarle, lo so bene. Perciò spesso le associo a elementi della natura, che possono rappresentarle al meglio, senza le contaminazioni o le approssimazioni con cui noi esseri umani le incarniamo. Ad esempio, ho voluto mettere la gentilezza (anche nel significato di “nobiltà d’animo”) nel titolo dell’ultimo libro perché è una qualità che ammiro, e quando la ritrovo – magari inaspettatamente – è come se ricevessi una grazia. Perciò, nel mio piccolo, ho sentito il desiderio di celebrarla in qualche modo. Penso che ce ne sia un gran bisogno, soprattutto in un’epoca come quella odierna in cui si sta diffondendo una specie di piacere della degradazione spirituale e linguistica. E penso che anche semplicemente nominarla permetta di preservarla e di ricordarne sommessamente il valore. È poca cosa, lo so, ma è comunque qualcosa, ed è ciò che la letteratura di sicuro può fare: mettere in circolo parole e concetti, che magari possono diventare come anticorpi. Per poche persone? Sì, per poche o pochissime persone, che però esistono e – come succede anche a noi – sperano di imbattersi in qualcosa che le tocchi e le rinforzi.
Anche la saggezza, d’altra parte, che dovrebbe essere la vetta del pensare umano, sembra essere trascurata, se non ripudiata, ai nostri giorni. Eppure la saggezza è il culmine del pensiero, della riflessione che si fa comportamento. Perché pensare, se non per trovare una via d’uscita dalla stupidità più feroce e più dannosa, che ci infesta, ci abita come un parassita, ci sollecita a compiere azioni che sfregiano quanto di bello, di buono e di vero c’è in noi e intorno a noi? Ecco, a me pare che nella natura siano presenti esempi molto evidenti di valori come questi, che sono o dovrebbero essere pienamente umani, e lo sono in modo puro e risoluto. Bisogna saperli vedere, questo va da sé. E poi a me sembra necessario, dopo averli trovati, custodirli e rivelarli in quel grande contenitore che è la poesia. Per me appunto la poesia è come la luna nell’Orlando Furioso, dove Astolfo ritrova ciò che gli uomini perdono. Non ce ne accorgiamo, ma perdiamo di tutto nelle nostre giornate in cui siamo costretti a non essere, perché occupati dalle incombenze più diverse e purtroppo spesso obbligate. Perdiamo o dimentichiamo (o sfioriamo soltanto) la bellezza, la purezza, l’intelligenza, la dignità, la gentilezza. Ma possiamo ritrovarle nella poesia, che le custodisce con cura, pronta a donarle a chi le cerca e non riesce a ritrovarle più. E inoltre le riveste con abiti linguistici che di per sé sono una prova del loro valore. La cura del linguaggio, infatti, è un segno di attenzione, un omaggio, non una mera formalità.
Nel panorama attuale della poesia italiana mi sento non dico un corpo estraneo, ma un outsider, al di fuori di mode e movimenti. Forse ogni scrittore lo è, in fondo, perché leggere un poeta è sempre un’esperienza unica. Un mondo nuovo appare sotto i nostri occhi, o forse è il mondo di sempre ad essere guardato diversamente. Ma in fin dei conti essere attuali non è ancora più importante che essere contemporanei? Così almeno ho imparato dalla lettura dei maestri. Con l’ultimo libro forse, e sottolineo forse, mi sono avvicinato di più alla lingua di oggi, ma credo di avere una tendenza allegorizzante che non mi pare molto diffusa. Sento di avere un antenato nel primo Pascoli. Scrivo – o descrivo – qualcosa per far pensare a qualcos’altro. Ma ho tanti maestri. Considero un mio maestro chiunque attiri il mio interesse, anche tra i contemporanei, e persino tra i più giovani. Leggo sempre con simpatia, cercando di imparare qualcosa dagli altri, di acquisire nuovi mezzi, di sviluppare nuovi modi di pensare. Ma se proprio bisogna fare dei nomi a cui sono più affezionato, direi la Dickinson per i circuiti mentali inusuali; la Achmatova per lo spirito di osservazione, la capacità di sintesi e l’icasticità; Rilke per la sensibilità; Montale per la ricerca sonora e, ovviamente, il correlativo oggettivo; Saba per l’adesione al reale. L’elenco sarebbe interminabile, a voler continuare. Rileggo sempre volentieri Cardarelli, Borges, Bertolucci. Non posso non citare poi Maria Luisa Spaziani, che mi ha seguito nei miei primi passi poetici e anche successivamente. E aggiungerei i romanzieri Marcel Proust e Virginia Woolf, che secondo me hanno molto da insegnare ai poeti.