Editoriale

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Negli ultimi trent’anni la poesia di Giorgio Caproni ha riscosso consensi sempre più numerosi e convinti. Gli studi e le monografie sono cresciuti in maniera esponenziale, le traduzioni e i convegni si sono moltiplicati sia in Italia che all’estero. Caproni appare come il poeta più importante della seconda metà del Novecento.

Negli ultimi tempi sembra che la critica caproniana vada segnando il passo, facendosi ripetitiva e attaccandosi ad aspetti secondari dell’opera. Si indagano gli appunti, si compulsano i libri della biblioteca personale alla caccia di sottolineature e piccole note che possano illuminare temi particolari o vicende personali del poeta. Come se il giudizio complessivo sull’opera fosse ormai scontato e si trattasse solo di sistemare i dettagli. Gli studiosi, infatti, sono unanimi nel considerare apice della poesia di Caproni gli ultimi libri, da Il muro della terra a Res amissa, pervasi dai temi del fallimento della ragione e dell’impotenza della parola poetica.

Nei Saggi che Leuké ha chiesto ad alcuni critici e poeti emerge che non solo la valutazione dell’ultimo Caproni, ma anche quella dell’intero percorso della sua opera sono tutt’altro che scontate. Giancarlo Pontiggia, indagando nel Muro della terra l’uso di alcune grandi fonti classiche come Dante e Aristofane, individua la tendenza, dominante nell’ultimo Caproni, a giocare di fioretto con paradossi che stravolgono ed esauriscono l’energia della tradizione fino ad un punto di non ritorno; così Giancarlo Russo rintraccia già nelle prime raccolte la tendenza di Caproni a mimare l’incomprensibilità del reale, che nelle ultime raccolte da gioco si trasforma in trappola. E se Gianfranco Lauretano invita a leggere in Res amissa una paradossale affermazione del bene e di Dio, Antonio Sichera individua in Dio di bontà infinita, una delle ultime poesie di Caproni, una rilettura del ‘Padre nostro’ nell’epoca dell’eclissi di Dio. Con un’ottica diversa Luigi Surdich sottolinea come nell’ultimo Caproni la protesta contro il male sia rappresentata dalla presenza stessa dell’uomo sulla Terra e Matteo Veronesi parla apertamente di una poetica e di un’ontologia nichilistiche, di una parola «abitata, quasi scavata, divorata, parassitata del Nulla».

Anche le Testimonianze dei poeti presentano una notevole disparità di riflessioni e di conclusioni. Se Sauro Damiani considera la crescente popolarità di Caproni consona ad un tempo come il nostro che ha azzerato qualsiasi fede e qualsiasi speranza, Sauro Albisani confrontando il dichiarato ateismo di Caproni con il sofferto percorso di fede di Betocchi vede una fraternità tra i due poeti, uniti nell’amore per la vita e nell’esperienza della poesia come preghiera laica. Difficile, dunque, non solo trovare una formulazione teorica capace di mettere d’accordo tutti, ma anche semplicemente intendersi sul vero senso del ‘nichilismo’, dell’ateismo’, della ‘crisi della parola’ e della ‘metafisica’ caproniani. Forse per questo due poeti come Riccardo Emmolo e Massimo Morasso, alla fine delle loro testimonianze per certi aspetti divergenti, hanno preferito affidare l’ultima parola ai versi.

Tre sono I poeti che presentiamo in questo numero: Mandorlo, Quattrone e Vincentini.

Massimiliano Mandorlo è un poeta giovane, ma già in possesso di una dizione senza sbavature che si dà in un ritmo misurato e allo stesso tempo avvolgente; il suo sguardo è attratto dalla luce che si versa nei torrenti di montagna, che piove dalle alte vetrate delle stazioni, che s’immerge nei minuscoli fiori di un pesco: una luce di pietà che sa rendere con vividezza le sfumature delle cose e nutrire i palpiti del cuore affascinato dalla bellezza del mondo.

La natura vive nelle poesie di Alessandro Quattrone, gli oggetti hanno sguardi, parole, sentimenti. Non è antropomorfismo, ma ascolto fedele del linguaggio muto delle cose. I versi, classicamente composti, sciolgono i giorni della malinconia e dell’attesa, delle separazioni senza rancore e della tristezza raggelata, mentre il loro destinatario, il tu che emerge da un libro all’altro, è di volta in volta presenza silenziosa o assenza piena. Nell’intervista, che precede la breve antologia, Quattrone si rivela poeta colto e semplice, così consapevole dei suoi mezzi da metterci in condizione di gustare pienamente la bellezza dei suoi versi così stranianti.

Due sono le sorgenti della poesia di Isabella Vincentini: la Grecia e l’amore. La Grecia – i suoi templi eterni, le sue isole abbacinanti, le sue vie sacre – è la meta di continui viaggi ed esplorazioni nutriti da una ammirazione divorante per la lirica greca, da Saffo a Odysseas Elitis, mentre un insaziato desiderio d’amore guida la poetessa di avventura in avventura, tra speranza e delusione, tristezza ed entusiasmo. E’ questa energia potente che rende i versi della Vincentini così furenti e dolcissimi come pochi altri nella poesia italiana degli ultimi vent’anni.

Il poeta che proponiamo nella sezione Recuperi è Rosario Michelini, che si annuncia come un vero e proprio caso letterario. Di Michelini negli anni Ottanta del secolo scorso uscirono due brevi sillogi stampate da editori pressoché sconosciuti. Nessuno notò il nitore e l’eleganza di quei versi che lasciavano intuire nella loro stupefacente naturalezza drammi oscuri e ferite segrete: «un’angoscia levigata e ferma» nella quale, con una cadenza lenta e inesorabile, sembra raccogliersi tutta la bellezza tragica del mondo. Ritrovati quasi per miracolo, i due libri di Michelini vengono ora offerti integralmente, mentre ancora non sappiamo, nonostante le nostre ricerche, se il loro autore sia ancora in vita.

Cosa è diventata la poesia nel Web? Una massa sterminata di versi dentro un labirinto in cui ormai è impossibile orientarsi. Gli autori sembrano avere come unico obiettivo l’essere visibili su un sito, un blog, una rivista qualsiasi e partecipare a letture pubbliche affollatissime e senza criterio. Per contrasto, altri poeti preferiscono restare fuori dal circo mediatico, ben sapendo che la poesia ha bisogno di silenzio e di raccoglimento. Sono i Poeti nascosti, dei quali Leuké da questo numero si occuperà in un’apposita rubrica. Il primo è Luigi Picchi che nel 2018 ha pubblicato Antiqua lux, un libro che per certi aspetti è il suo vero esordio, lontanissimo dalla contemporaneità, ma proprio per questo capace di farci avvertire il bisogno di una vita ordinata e di una cultura più armoniosa.

Il 15 aprile 2019 bruciava a Parigi la cattedrale di Notre-Dame. All’indomani di questo drammatico evento, a partire da un verso di Giorgio Caproni, «A Notre-Dame. Appena ieri», alcuni poeti del Centro di poesia contemporanea dell’università di Catania hanno cominciato a mettere per iscritto le loro emozioni e le loro riflessioni. Ne è nata una serie di testi, raccolti nella sezione Pietre, molto diversi tra loro. Eppure tutti – versi, riflessioni, note di diario, storie personali – indicano, apertamente o segretamente, che quel tetto-simbolo della civiltà occidentale può cominciare ad essere ricostruito già con quella particolare forma di preghiera che è la parola poetica, capace di arrivare a tutti gli uomini in ogni tempo.

Riccardo Emmolo

Giancarlo Pontiggia

Antonio Sichera