Raffaello, Madonna Canegiani (part.), 1507, Alte Pinakothek di Monaco

LA STRAZIATA ALLEGRIA DI GIORGIO CAPRONI di SAURO DAMIANI

PDF

Ricordo bene il giorno del 1997 in cui fu annunciato che il Nobel per la letteratura era stato assegnato a Dario Fo. Credo di non essere stato il solo ad aver provato un po’ di rammarico e, ancor di più, ad aver pensato che era stato defraudato del premio quello che per consenso quasi generale era considerato il maggior poeta italiano vivente, l’unica personalità letteraria – pensavano in molti – davvero degna di fregiarsi del prestigioso alloro, Mario Luzi. Probabilmente tifavo per Luzi, oltre che per ragioni di valore e di magistero poetico, anche per un certo spirito campanilista. Spirito che non mi faceva vibrare per un altro poeta nativo della Toscana, anche se presto emigrato, ma nella cui poesia la Toscana aveva impresso un sigillo indelebile. Una Toscana, diversamente da quella Luzi, marina, di salsedine, di vento, di arselle e di “deliziose querele”. Una Toscana meno intellettualistica, più immediatamente, anche se raffinatamente, accordata alla vita, al suo umido, umano palpitare (“Le giovinette così calde e umane”). Parlo, naturalmente, del quasi coetaneo di Luzi, Giorgio Caproni, nato a Livorno nel 1912, due anni prima del poeta senese-fiorentino. Forse nessuno, in quel 1997, avrebbe pensato a Giorgio Caproni come un candidato al Nobel. Le gerarchie del canone non lo favorivano.

Sono passati poco più di venti anni e quelle gerarchie si sono profondamente modificate: sic transit gloria mundi. Oggi Giorgio Caproni gode di una straordinaria, e meritata, fortuna, sancita anche, in modo quasi ufficiale, dalla presenza di un suo testo poetico – anche se non fra i più memorabili – in un tema per gli esami di maturità del 2017. Per converso, la fortuna di Luzi si è ridimensionata. Fra i poeti del dopo Montale oggi non pochi gli antepongono almeno Zanzotto e Giudici. E, naturalmente, Caproni, Caproni prima di ogni altro. Confesso di non aderire del tutto a questa nuova sensibilità e a questo diverso canone. Tuttavia bisogna riconoscere che la poesia di Caproni sembra fatta apposta per un tempo come il nostro, tempo in cui ci si è scrollati di dosso le sovrastrutture ideologiche, le speranze religiose, la fede nel progresso, e viviamo la vita senza schermi, senza presupposti, negando ogni magistero, nella fragilità e nudità della nostra condizione. Caproni sembra incarnare la grazia della fragilità, la capacità di fare di un sospiro un gorgheggio, di danzare sull’abisso con nonchalance. Annina, oggi, è molto più allettante di Giuseppina. La madre-fidanzata così ambigua incarna perfettamente un tempo in cui i confini, in ogni campo, sono diventati labili o inesistenti e ci aggiriamo, smarriti e insieme allettati, in luoghi “non giurisdizionali”.

Probabilmente è ne Il seme del piangere che Caproni ha raggiunto il perfetto equilibrio di “fine e popolare”, la sintesi fra naturalezza e raffinatezza, di adesione alla vita e di eleganza formale. A partire da Il muro della terra, Caproni si allontana sempre più dal pulsare della vita: è sempre meno “popolare”. Per converso, la raffinatezza si raffina ulteriormente, fino alla sofisticazione, tanto che il poeta un tempo livornese, poi genovese e infine romano, mi sembra che a poco a poco si trasformi in virtuosistico interprete non del barocco, ma di uno stranito rococò. Si moltiplicano le parentesi, gli incisi, il canto convive col controcanto, il detto col non detto, l’io col non io, il volto con la maschera. Si moltiplicano anche i testi in lingue straniere e le riscritture. Cosa c’è di più sofisticato e modernista, ad esempio, di una poesia come Ragione? Eccola: «Because my name/is/ George», riscrittura stravolta di un verso di Shakespeare, dissonante vocalizzo, in un teatro di ombre. Trionfo della finzione.

D’altronde finzione (Finzioni è titolo di un suo libro) e maschera sono sempre stati di casa in Caproni. La madre-fidanzata, il figlio-padre, indicano la messa in revoca dei rapporti biologici, il sostituirsi ad essi dei rapporti culturali, l’autonomia di questi, fino a un gioco di specchi (quante poesia sulla poesia!) in cui si è perduto ogni contatto con la realtà e la cosa sparisce nel suo nome (vedi L’ora ne Il conte di Kevenhüller). Mondo quasi unicamente mentale, teatro d’ombre. È il naufragio della ragione («La ragione è sempre/dalla parte del torto», scrive il poeta in Res amissa): naufragio, che, come in Ungaretti, ha come risultato una inaspettata, paradossale allegria. Questo ateologo o patoteologo (per usare parole coniate da Caproni stesso) per cui Dio è stato rubato o addirittura si è suicidato, non è mai tanto allegro come ora, anche se di una “straziata allegria” (Antefatto, in Il franco cacciatore). Ora infatti, nella solitudine, può attingere la libertà assoluta. “Libertà da”, direbbero i filosofi. Via tutto! Ritorno al nulla originario, riapertura di tutte le possibilità. Allegria (Inserto, in Il franco cacciatore). E allegria della rima, anch’essa senza un perché: sua musica, suo incanto, rosa che fiorisce perché fiorisce, secondo il noto distico di Silesius. La rima è l’unica ragione di un mondo in cui la ragione naufraga. Si sarebbe potuto pensare che lo sbocco nichilista o quasi di Caproni avrebbe comportato la scomparsa della rima, che indica accordo, che dice “sì”. Al contrario. Non solo essa è più che mai presente, ma addirittura viene teoricamente (anche se poeticamente) fondata, in un fondamento senza fondamento. Lo vediamo nella quartina Fatalità della rima in Res Amissa: la rima è l’unica realtà che davvero è. Non ha più un significato “popolare”, ma è la ragione senza ragione del mondo, l’allegria, nello strazio dell’uomo che tutto ha perduto. Sì, davvero Caproni è il poeta di un mondo disancorato, di un uomo che non trova più ragioni per credere e sperare, ma che comunque vuol vivere, vivere, e che per questo non può rinunciare alla musica e al riso, aggrappandosi a un assurdo, liberatorio, straziato-alato “sì”. Sì del bacio, sì della rima baciata; malgrado ogni confermato e inaggirabile no, sì, sì.

Perciò, nell’ondivagare del canone, è comprensibile che oggi Caproni sia sulla cresta dell’onda, non Luzi, poeta nutrito della tradizione cristiana, la cui parola ambisce a volare alta, e che, dopo la fase purgatoriale, è addirittura approdato alla luce che flagra di splendori paradisiaci. Ma per l’uomo di oggi il paradiso – come suona, anche se con diverso senso, il titolo di un film – il paradiso può attendere.

Scheda biobibliografica

Sauro Damiani è nato a Cascina, in provincia di Pisa, dove tuttora risiede. Ha pubblicato i seguenti libri di poesia: Costeggiando la luce (La Torre,1987), Canto dell’amore assente (Moretti & Vitali, 2006), Senza titolo (Baldecchi & Vivaldi, 2009), Nodi (Atì editore, 2014), Quartine (La Torre, 2017), Percorsi (2019) e Poesie per Biancaneve (La Torre, 2019). Ha tradotto De brevitate vitae di Seneca (Medusa, 2006). È membro della redazione di Soglie, quadrimestrale di poesia e critica letteraria. Nel 2019 presso Ladolfi editore è uscita una raccolta di saggi sulla poesia contemporanea dal titolo La forza della poesia.