Leo Putz, Ritratto di donna, 1910 circa, Ketterer Kunst, Monaco
Leo Putz, Ritratto di donna, 1910 circa, Ketterer Kunst, Monaco

PER LA POESIA DI ROSARIO MICHELINI

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Tra il 1982 e il 1988 ricevetti due raccolte di versi di Rosario Michelini: Diario della memoria felice (Arte Tipografica, Napoli, 1982, tredici fogli staccati senza numerazione di pagina); Di Rimbaud, di te, e d’altre cose (con una premessa di Alessandro La Porta, Gallipoli – Nuovi Orientamenti Oggi, Napoli, MCMLXXXVIII, pp. 84). Del poeta, che immagino napoletano, o almeno campano – come si poteva dedurre dai luoghi delle stampe, ma anche da certi indizi interni ai testi – non si dava alcun cenno biografico; né mi potevano soccorrere più di tanto le poesie, che scorsi rapidamente, forse senza neanche leggerle.
Non leggevo nulla, in quegli anni, e quel poco con molta distrazione, o solo per una cifra di affetto nei confronti di qualcuno a me caro. Non avevo dimenticato la poesia: solo la tenevo sospesa in uno spazio celato del mio animo, in attesa non so bene di cosa. Dovevo liberarmi del peso della contemporaneità, di quel suo ronzio frastornante, torbido, inessenziale, che mi inquietava; e un poco, anche, mi annoiava. I due volumi di Michelini finirono in qualche scaffale dimenticato, assieme a molti altri. Quando ritornai a leggere, ed erano già i primi anni Novanta, non era più tempo per loro: la poesia degli anni Ottanta resta tuttora, per me, quasi un mondo a parte, misterioso e inesplorato, del lungo Novecento, una stanza appartata nella quale mi capita di accedere ogni tanto, recuperandone per caso qualche frammento.
Ma ritrovando, l’estate scorsa, il Diario di Michelini, e leggendolo per la prima volta, a quasi quarant’anni di distanza dalla sua uscita, ho provato come un senso di stupore, di pensosa, cadenzata bellezza: quanta luce, in questi versi composti e ardenti, e quante ombre, quanti pensieri che si levano dal chiuso dell’anima, e si fondono nei colori di una sera o di un’alba, in sensazioni o in dettagli che abbacinano per la loro forza elementare, archetipica: l’azzurro del mare, l’odore di una rosa, le colonne dei templi paestani che si colorano di rosa verso il tramonto. Al centro, «le ragazze marine / con le collane / dell’estate al collo»: versi memorabili, nella loro alessandrina delicatezza, che si congiunge nondimeno al lieve scarto, così novecentesco, delle collane che sono estate, e apparentano queste misteriose ragazze all’uccello «che va per il mare» del frammento successivo, fatto anch’esso della sostanza dell’acqua e del sole. In Mi vidi ardere, l’apparizione dei corvi altissimi sopra i templi di Paestum, è risolta nella stupefacente annotazione della chiusa: «archeologia del cielo»: come se il cielo sopra Paestum fosse anch’esso archeologico, traversato da quei corvi che paiono giungere da un tempo remoto e arcaico, portatori – forse – di augurii e presagi.

No, non avevo letto nulla di questo libro, che riscoprivo pagina dopo pagina come in sogno: ma com’è che nessun altro lo aveva letto? E che nessuno ne avesse parlato? Forse era il troppo oro di quei versi, una proprietà di parola e di immagine cui non si era più abituati, un ardore di pensiero che contrastava con le pratiche poetiche allora egemoni a impedire lo slancio della lettura? Di Rimbaud, di te, e d’altre cose, che viene sei anni dopo il Diario della memoria felice, non è più una breve plaquette di soli dieci frammenti, ma un libro complesso e articolato, anche nella costruzione dei singoli componimenti: trentacinque poesie che si susseguono come un carme continuo. Non si può che ammirare la limpida coerenza del titolo, nel quale è già, disposta in sequenze ordinate, tutta la materia del libro, che si apre con una poesia su Rimbaud (l’enfant de colère colto mentre traversa i gioghi alpini, e «cela versi / iberna deliri», prima di perdersi definitivamente sugli altipiani del Corno d’Africa), prosegue con un canzoniere d’amore (che sembra concludersi, almeno nella sua compattezza tematica, con il Canto breve per la compagna che parte), per disseminarsi poi nel ventaglio screziato delle altre cose in cui sensazioni, paesaggi, storie condensate in pochi versi, interrogazioni di natura esistenziale si inseguono come in una caccia musicale.

La figura di Rimbaud è posta in limine, quasi a prefigurare il destino stesso del libro, o forse, più semplicemente, a misurarne la temperatura, la tensione febbrile, lo stato di «delirio» organizzato cui soggiace ogni sua parola. Nella lunga sequenza di poesie d’amore che segue, il mondo è misurato sulle traiettorie degli occhi e delle labbra della donna, che finisce però travolta, come il poeta, in un delirio di sogni, memorie, «antiche desolazioni», sconvolgimenti naturali che toccano il loro culmine nella rappresentazione, potente e stravolta, de Il tuo sguardo poggiato a occidente: «E tu starai sulla riva, immobile e solenne / come in un dramma d’Eschilo, senza una lacrima, / dea vendicatrice, arsi e taglienti gli occhi / dall’indifferenza, gli occhi splendenti, belli / di luce e dalle lunghe ciglia che giocano col sole». Le altre cose annunciate nel titolo principiano con Aurora di sangue: e siamo ormai sotto le mura di Troia, in un pomeriggio «di polvere e di sangue», quando la guerra è ancora solo guerra, prima che Omero la trasformi in parola, canto, mito. In realtà il tema d’amore non si è concluso, ha solo cambiato faccia: si è spostato dal perimetro breve del poeta, con le sue ferite e i suoi naufragi celesti (Gli oceani del sonno), all’urlo di Ecuba, alle donne che piangono i mariti troiani e il destino che le attende: dallo spazio lirico al mondo oggettivo dell’epos. Con La valle degli anni, ci volgiamo a un altro grido, quello di Otello, «straziato dalla gelosia»; e siamo ormai su un palcoscenico barocco. Ma proprio qui il tema della ferita d’amore apre a una nuova forma dello strazio, quella del tempo che passa: è questa la «valle» del titolo, la «valle / degli anni che franava», e che continua a franare nella poesia successiva (Storia banale del signor X), dove protagonista non è più un mito dell’epos o del teatro, ma un uomo come tanti, che all’improvviso vede, dinanzi a sé, la vita che passa, nel suo «disordine» qualsiasi. Le altre cose del titolo si sgranano nelle pagine successive in sequenze ora visionarie ora narrative, con momenti di sosta, come quello dedicato ad Angelo Maria Ripellino, o componimenti di tonalità più composta e meditativa. E ancora un bimbo, come nella raccolta precedente, porta in sé verso la chiusa dell’opera l’ardore delle stagioni, la loro vitalità sovrana: nel Diario era il bimbo dalle cui tasche sbucava la primavera; ora un bimbo che «ha nei capelli / il vento delle strade / e in fondo agli occhi / la luce dell’assalto».

Non sappiamo che età avesse, all’epoca, l’autore di questi versi: avrà continuato a scrivere? Certo i tempi – ancora dominati da pratiche sperimentalistiche e ideologiche, benché già in via di dissoluzione – non erano fatti per lui, per una poesia di giardini fioriti, di sogni, ombre, gridi, démoni del cuore, fiamme che bruciano nella notte. Eppure, dopo tanti anni, per opera del caso, o del moto lungo della storia, che tutto sconvolge e rimescola, quel poeta è qui fra noi, e ci parla.