POESIE

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da: Cascina con nebbia, con 4 disegni di William G. Congdon (Alla chiara fonte, 2011)

Mio fratello ha addosso una giacca di camoscio di qualche taglia più larga, in testa una berretta nera leggermente pendente sulla fronte. Ha due righe di sole negli occhi e non ci racconta storie gloriose: il pavimento tirato a lucido pochi attimi prima, la pulitura delle arnie degli alveari. I suoi occhi castani brillano di una gioia ritrovata. Come fari. Usciamo nell’aria scura dell’imbrunire. La nebbia è ferma negli spazi silenziosi del cortile. Guardo i ciocchi di legna immobili nella carriola, la campana sulle nostre figure rischiarate dalla luna. E tutt’intorno nebbia. Sale lentamente dalle fenditure della terra, si posa sui rami spogli e sui canali, aleggia sul manto nero dell’acqua. Nascondendo la forma delle cose, riportandole al loro silenzio originale.

da: Luce evento (Raffaelli, 2012)

AKNOWLEDGEMENT

Un uomo
attraversa il centro luminoso di una piazza
un uomo
purificato di tutti i suoi peccati
la sua mente è limpida
scintillante
come l’azzurro indifeso di un golfo ad agosto
per un attimo la sua bicicletta
è polverizzata da un’ondata di luce e vento
per un solo istante eterno il suo cuore è trasparente
come le vette cristalline dei monti
ogni atomo del suo corpo è attraversato
da una forza pura e calma
come la neve d’inverno

***

Rose canine. Gloriose.            Rose.
Mimose solari, susini bianchissimi. Spine.

Rami spezzati nel folto           del bosco.
Diamanti arati nei campi nel verde.

Oleandri. Peschi bianchi.

Poche parole calde                   tra noi due
tra gli albicocchi in fiore

al centro delle nebbie scintillanti del Nord
nel verde immenso dell’ultimo inverno

«chi torna, chi parte è sempre all’inizio del viaggio»
«o alla fine interminabile.»     «No. All’inizio.»

come voci giunte nella conca da oltremare
per santità e spavento                                                       «dove»?

«nel cuore inconfondibile delle rose»

Noi due raccolti per la prima volta
nella luce stretta della camera
tra le persiane e l’armadio,
il suo viso bruciato dal sole
scoppiò a piangermi davanti come un bambino
le sue pupille come zolle di terra castana
si persero in fiumi d’acqua, in lampi
improvvisi d’infanzia
mentre mi guardava
stringendo una banconota viola nelle mani

«Tieni, ti serviranno per il grande viaggio»

e in quel momento per me fu come
se le pale chiare della misericordia
avessero mosso il vento in quella stanza,
mentre mio zio e i suoi cinquant’anni
piangevano semplicemente
colori d’arcobaleno
tra i vetri delle finestre,
insegnandomi ad amare
le partenze, i ritorni,
il male incurabile,
il mare oltre.