Pierre Bonnard, Due cani in una strada deserta, 1894 circa, National Gallery of Art, Washington

Presentazione (redazionale)

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Tramontato il Novecento con i suoi ismi, i suoi manifesti e le sue battaglie contro la tradizione, i poeti d’oggi non discutono più di poetiche o di estetiche. Per certi aspetti questo dato potrebbe essere un bene, soprattutto se pensiamo all’accanimento e all’intransigenza ideologica che accompagnarono l’esercizio della poesia nel secolo scorso, all’egemonia delle pratiche sperimentalistiche che determinarono – con l’arroganza di chi crede che esista una verità unica – una visione frantumata, astratta ed arbitraria, del segno poetico.
Nondimeno, come spesso accade, oggi il fenomeno che si impone presenta elementi forse ancor più inquietanti, benché di segno inverso: una visione della lingua poetica appiattita sul presente; una scarsa consapevolezza dei mezzi retorici e dei codici istituzionali, senza i quali le stesse scelte eversive vengono a mancare di peso; un’impressionante produzione di testi, quasi sempre priva di vaglio, che va ad affollare ogni spazio disponibile.

Crollato con la pubblicazione on line il confine tra edito e inedito, milioni di poesie popolano le immense biblioteche virtuali del globo: archivi labirintici sui quali incombe l’ala di un parimerito che evoca i cupi scenari di tanti romanzi di fantascienza che abbiamo letto da ragazzi. Non sarebbe il caso di occuparsene, non fosse per gli effetti che questo fenomeno produce, o sta producendo, sull’immaginario umano: diversamente dalla canzone (un’esperienza di gruppo che non si fonda tanto sulla parola o sulla musica, quanto sulla condivisione di un momento, sull’ebbrezza che un corpo e una voce – da un palco – comunicano a una platea predisposta al potere suggestivo delle emozioni), la poesia chiede silenzio, concentrazione, l’esercizio di un pensiero meditato, una sensibilità che affonda le sue radici in una visione complessa delle vicende umane.

E non è un caso che i poeti migliori sentano, oggi, la necessità – si vorrebbe dire l’urgenza – di trovare un riparo dal caos mediatico che li circonda: non perché vogliano eludere i moti della storia di cui tutti facciamo parte, ma perché sanno che la poesia richiede una scelta di vita prima ancora che una retorica, la capacità di nascondersi per vedere di più e altro, per non cedere alle lusinghe di una lingua preconfezionata, consumistica, impoverita nella sua densità espressiva. Questi poeti sanno di rischiare molto, soprattutto perché la società di cui fanno parte ha scelto da tempo di privilegiare le forme più plateali e facili della scrittura, ignorando intenzionalmente tutto ciò che è il segno di una radicalità del cuore e della parola.

«Chi pensa agli uomini della sua generazione non vivrà per i posteri», scrisse Seneca. La poesia che aspira al successo immediato non ha respiro lungo. Quella che dura è la poesia che riesce a sintetizzare il senso di un’epoca. In un mondo confuso e frastornato come il nostro, ai poeti (e non solo a loro) spetta principalmente il compito di contribuire a ricostruire una civiltà; e a coloro che credono in questa funzione “civile” della poesia, il compito di riconoscere le pietre di scarto più preziose, renderle visibili, farle parlare a tutti. Il lavoro non è facile, la posta in gioco alta.

Leuké ha già cominciato nei primi due numeri a far conoscere alcune voci tra le più interessanti di questi poeti nascosti, quelle di Sauro Damiani e di Matteo Veronesi: il primo è autore di un canzoniere mistico (Canto dell’amore assente e altre rime, 2006) che non ha eguali nella poesia italiana di questo inizio di millennio; il secondo ha esordito in maniera pressoché clandestina con un libro (Il cordone d’argento – Frammenti per la sorella, 2003) di versi toccanti e perfetti in memoria di due amate figure familiari.

Con il terzo numero Leuké apre una rubrica nuova e specifica, che intende continuare e intensificare questo lavoro di ricerca e di discernimento, oggi così necessario. Il poeta che la apre è Luigi Picchi: il libro è Antiqua lux (2018), di cui presentiamo l’intera prima sezione, facendola seguire da un testo che originariamente doveva far parte della raccolta, e in seguito, per ragioni di ordine strutturale, ne era stato espunto. Protagonista di questo testo è Polla Argentaria, la moglie di Anneo Lucano, il grande poeta di età neroniana autore del Bellum civile, costretto al suicidio dopo la scoperta della congiura pisoniana del 65 a.C. E già l’incipit del componimento pone l’accento sul tema della «devozione», del «ricordo fedele» che Polla Argentaria custodisce nella cella del suo cuore; ma anche, implicitamente, sulla vocazione alla resistenza – morale e intellettuale – che è l’essenza segreta di ogni vera poesia.

Anche l’idea intorno a cui si muove questo libro intenso e severo indica una forma di fedeltà a un luogo e a una storia: rileggendo il conterraneo Plinio il Giovane alla luce del monito kantiano («il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me»: cfr. III, 1), Picchi non fa che parlarci della nostra anima ferita, meditare sul senso del nostro essere nel mondo, aprendosi all’utopia di una civiltà fondata sui valori dell’armonia e dell’humanitas.