Mary Cassat, Colazione a letto, 1897, The Huntington Library, San Marino (California)
Mary Cassat, Colazione a letto, 1897, The Huntington Library, San Marino (California)

RITROVARE LA «RES AMISSA» di GIANFRANCO LAURETANO

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Basta leggere un po’ per scoprire la gran quantità di fili che collega i poeti, in ogni epoca; verrebbe da dar ragione a quanti credono che la poesia esista in sé, come un ente misterioso che man mano si incarna nelle poesie dell’uno o dell’altro. Ma più semplicemente la poesia è un’arte che predilige il passaggio di mano in mano, da un poeta all’altro, e si nutre di incontri. Esiste non in sé e neppure in virtù di un assoluto personale: il genio è invece la conseguenza di un’osmosi.
Quando Giorgio Caproni ha rivelato l’origine del titolo Res amissa, quello dell’ultima raccolta, ha confermato questo dispositivo. Res amissa significa “cosa dimenticata”; c’è dunque un antefatto, qualcosa che Caproni ha effettivamente dimenticato all’origine del titolo. In un’intervista radiofonica racconta: «Per aver perso una lettera mi nasce un libro: perché poi questa lettera diventerà tutto: sarà la liberta, sarà… Res amissa: l’avevo riposta così gelosamente, e veramente non la trovavo più».1 Sappiamo anche di chi era quella lettera: del poeta Stefano Simoncelli. Ecco dunque uno dei fili tra poeti che si dipana alla nostra conoscenza. A rivelarlo sono le note del Meridiano Mondadori di Caproni, curato da Giorgio Agamben, ma anche il racconto dello stesso Simoncelli,2 un ottimo poeta che vive in Romagna e che diede vita alla rivista «Sul porto» con altri poeti sodali del luogo, tra i quali il compianto Ferruccio Benzoni. La rivista, in un’epoca in cui contava molto la ricerca, fu occasione di incontri con tutti i maggiori poeti dell’epoca, da Pasolini a Sereni, da Fortini a Caproni, per limitare l’elenco: «Un mattino di non so che mese e anno (giocavo esclusivamente a scacchi e leggevo libri gialli) mi ha telefonato un critico (mi sembra Giorgio Agamben, ma la memoria in questo caso non mi aiuta e chiedo scusa in anticipo se si tratta di un altro) domandandomi cosa avessi scritto nella lettera inviata a Giorgio Caproni che era stata una delle scintille primigenie della sua raccolta Res Amissa, purtroppo rimasta incompiuta e pubblicata postuma. Ho farfugliato qualcosa e riattaccato promettendogli che l’avrei richiamato […]. Dopo qualche giorno mi sono ricordato di quella lettera che gli avevo scritto in occasione dell’uscita di Tutte le poesie presso Garzanti (forse il 1978 o giù di lì) dove gli dicevo il bene che mi aveva fatto leggere i suoi versi e gli ricordavo la notte in cui eravamo andati alla stazione di Bologna a vedere la partenza notturna e l’arrivo dei treni. Aveva vinto il premio Gatti con Il muro della terra e, dopo la cena al famoso Circolo della caccia di Bologna, mi si era avvicinato chiedendomi cosa stessi leggendo in quel periodo. Non so cosa l’avesse spinto a raggiungere l’angolo della sala dove bevevo di nascosto un whisky ottenuto di straforo dopo avere corrotto un cameriere, ancora me lo chiedo, ma me lo sono trovato all’improvviso davanti, magro come un giunco, un po’ fuori posto e senza dubbio smarrito tra tutta quella gente troppo snob ed elegante. “Virgilio Giotti” ho risposto, ed era vero. “Sei un genio” mi ha ribattuto con un mezzo sorriso “andiamo a vedere i treni” e siamo usciti imboccando Via Indipendenza. Dopo circa dieci minuti eravamo sul primo binario della stazione dove siamo rimasti per circa un’ora in silenzio quasi assoluto mentre i treni andavano e venivano. La lettera che gli avevo inviato l’aveva nascosta chissà dove per paura di perderla e, come succede spesso nella vita, l’aveva nascosta così bene che non l’aveva più ritrovata. L’episodio è riportato nel Meridiano Mondadori di Caproni e ne vado smodatamente orgoglioso».

Traccia di questo non ritrovare traccia (della lettera) c’è proprio nella poesia eponima della raccolta, che Agamben definisce il «nucleo tematico» della raccolta, per cui i commenti alla poesia valgono per la raccolta intera: «Non ne trovo traccia», dice desolato il poeta, e «Non spero più di trovarla. //… // L’ho troppo gelosamente / (irrecuperabilmente) riposta». Da questo episodio casuale dunque scaturisce il tema di una delle raccolte più importanti del Novecento, purtroppo incompiuta, come ricorda anche Simoncelli. Questo fatto dell’incompiutezza, poi, potrà far gioire i frammentisti, i teorici dell’incompiutezza stessa come unico possibile compimento, coloro che odiano le opere complesse, ancor di più se poetiche, costruite, portate avanti secondo un progetto e concluse. Ma il fatto è che Caproni proprio così lavorava, ed è un elemento caratteristico della sua grandezza, cresciuta con gli anni a livello esponenziale, come afferma Gioanola trovandoci in pieno accordo. Caproni è un poeta che è fiorito da vecchio, trovando nelle ultime poesie la forma della propria voce con una nettezza e un compimento rari in ogni epoca. Quindi, tanto più nell’ultima opera, che chissà quanto sarebbe stata più bella se avesse avuto il tempo di trovare la forma corrispondente al progetto. Forse alcuni testi, come sempre accadeva, sarebbero stati espunti. Ad esempio la poesia Show, che parla dei politici usando alcuni luoghi comuni da cui Caproni era sempre riuscito a star lontano, probabilmente non si sarebbe salvata, e neppure quell’altra, Versicoli quasi ecologici, una delle più deboli e col finale così banale che, guarda caso, i capoccioni del Ministero dell’Istruzione hanno rifilato ad un esame di maturità recente.

Caproni si muoveva intorno a un’idea centrale; l’occasione da cui nasceva il libro veniva spolpata della contingenza per diventare un assoluto. Così la caccia ne Il franco cacciatore, caccia che diventa alla bestia e al male ne Il conte di Kevenhüller, fino al rovesciamento di Res amissa, dove l’assoluto diventa… la libertà, dice Caproni, il quale dice anche: il bene, e poi dice che il lettore può metterci quello che vuole. Di fatto viviamo in un’epoca denotata dal vasto sentimento della perdita di un bene e non ricordiamo più neppure dove l’abbiamo messo. In molte poesie della raccolta il bene diventa Dio; in una delle migliori, «Mancato acquisto», Gesù Cristo nelle vesti di un dimesso negoziante (ricorda come spirito il Gesù di Bulgakov nel romanzo Maestro e Margherita) annuncia che suo padre è morto e che lui vende a credito. L’io narrante esce a mani vuote.
Ma anche la parola, la ragione, la poesia sono beni perduti in Res amissa. La voce del poeta li tocca tutti e se ne va, rimanendo col suo vuoto. La città è una prigione, la morte una questione irrisolvibile, la giustizia non esiste, e neppure la Storia. L’uomo è un albero fulminato dalla fuga di Dio ed è curioso notare come l’ultima poesia, ammesso che sarebbe stata quella, dica che neppure il male esiste, che vada al diavolo persino il Diavolo «se anche il male, io, me lo devo far da me». Che rimane, dunque? La musica. Caproni diceva che ogni suo libro (sempre di più, direi, anche questo è visibile nello svolgersi del suo percorso) nasceva come una sinfonia, con le stesse parti di movimenti lenti e veloci. Sicché, nel grande mare di amarezza che esprime razionalmente Caproni, l’amarezza non è quello che rimane. Succede con Caproni esattamente quello che succede con Leopardi secondo De Sanctis: «Leopardi produce l’effetto contrario a quello che si propone. Non crede al progresso, e te lo fa desiderare; non crede alla libertà, e te la fa amare. Chiama illusioni l’amore, la gloria, la virtù, e te ne accende in petto un desiderio inesausto. E non puoi lasciarlo, che non ti senta migliore; e non puoi accostartegli, che non cerchi innanzi di raccoglierti e purificarti, perché non abbi ad arrossire al suo cospetto. È scettico, e ti fa credente; e mentre non crede possibile un avvenire men tristo per la patria comune, ti desta in seno un vivo amore per quella e t’infiamma a nobili fatti. Ha così basso concetto dell’umanità, e la sua anima alta, gentile e pura l’onora e la nobilita». Res amissa, cantando la perdita del bene ci fa ritrovare il bene segreto nascosto nella poesia, che Caproni non ha mai perduto.


1 Era così bello parlare – conversazioni radiofoniche con Giorgio Caproni, Genova, Il Melangolo 2004
2 TIZIANO BROGGIATO, Le città dell’anima. I luoghi dei poeti, Cosenza, Pellegrini 2017.

Scheda biobibliografica

Gianfranco Lauretano è nato nel 1962. Ha pubblicato i volumi di poesia Occorreva che nascessi (Marietti 2004), Di una notte morente (Raffaelli 2017), Rinascere da vecchi (Puntoacapo 2017), i volumi monografici La traccia di Cesare Pavese (Rizzoli 2008), Incontri con Clemente Rebora (Rizzoli 2013), Guido Gozzano, Il crepuscolo dell’incanto (Raffaelli 2016). Traduce dal portoghese e dal russo. Dirige la collana «Poesia contemporanea» per la casa editrice Raffaelli di Rimini, il periodico online «clanDestino» e la rivista di arte e letteratura «Graphie» (ed. Il Vicolo).