Tiziano, Amore sacro e amore profano (part.), 1485 circa, Galleria Borghese, Roma

SU CAPRONI
di MASSIMO MORASSO

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Un’immagine per descrivere l’intuizione caproniana della realtà. Possiamo ragionare sull’esistenza di Dio, oppure interrogarci sulla sua probabile inesistenza (probabile, naturalmente, dal punto di vista della ragione, in forza della quale, soprattutto, ci è dato di “ragionare” e “interrogarci”). Ma ancor prima di lambiccarci su tale questione ultima, rendiamoci conto del fatto che per noi si tratta, in fondo, di una questione secondaria. Per noi, per noi esseri umani, ciò che importa per davvero, sul piano della prassi ma non solo, è, ammessa l’esistenza di Dio (ammessa, voglio dire, perlomeno su un piano congetturale), provare a stabilire il suo rapporto con l’uomo. La chiave di comprensione del senso del reale, “in sé” non apre nessuna porta. Qui, in questo non luogo a procedere, si annida il pensiero poetante di Caproni, o perlomeno dell’ultimo Caproni, quello di Res Amissa o degli anni immediatamente precedenti a Res amissa: anche la poesia può arrivare a parlare delle cose ultime, che sono cose secondarie, “res secundae” anche nel senso che deciderci per un’alternativa o per l’altra – per l’esistenza o, viceversa, la non-esistenza di Dio – non ci fa decidere, in effetti, niente di essenziale, perché una decisione che non tenga conto del dilemma (nell’aporia) che sta nell’idea del rapporto uomo-dio è sempre, in ogni caso, una lectio facilior del dramma spirituale. Soltanto ed esclusivamente muovendoci nei luoghi “non giurisdizionali” della mente dove ci ritroviamo esposti all’irresolubilità di quel dilemma ci è possibile cogliere qualcosa, in una sorta di rovescio speculare del pensiero, dell’ombra del reale che inerisce alla realtà. È a partire da questa intuizione-disposizione che trapela nelle sue poesie tarde l’effetto insieme energizzante e corrosivo di quel movimento.

In Caproni convivono il genio del jongleur e dell’anarca del linguaggio. La sua patria è la tradizione lirica, alla quale il decorso novecentista della poesia novecentesca decise di dare storicamente le spalle. E i dottori della Legge letteraria lo confinarono per decenni nel cosiddetto antinovecentismo. Non gli piaceva commerciare non già con la “petrosità” della lingua (si leggano le sue cose più spigolose dei primi anni ’40), ma con l’astrazione mentalista e la disarmonia. E l’avvicendarsi, lungo l’asse della cronaca editoriale minuta, dei vari -ismi, che lui costeggiò con sensibile lungimiranza, senza impantanarvisi, lo spinsero sempre più coscientemente a “far parte per se stesso”. La sua parola e la sua versificazione tarda esibiscono con sorniona nonchalance quei geni che prima di allora aveva asserviti alla tirannia tendenzialmente “normalizzante” del talento. È per loro grazia che è andato più avanti di chiunque, fra i poeti significativi dell’ultimo fine secolo, nella distruzione e nella ricostruzione delle linee formali e concettuali dei propri versi, e delle loro ardite campiture cromatiche. Inseguendo il suo Bene perduto con la messa in scena, nel bianco della pagina, di quanto Agamben ha definito una “mimica trascendentale”, ha insegnato a comprendere nell’oggi della poesia cosa intendeva Dante quando argomentò, per sé e, ora, per tutti noi, di una “cosa per legame musaico armonizzata”. Dove musaico è in pari misura allusivo all’ispirazione poetica (come vuole la tradizione) e alla melodia musicale (come vorrebbe, invece, un filologico Mengaldo). Su queste basi, Caproni ha saputo de- e ri-costruire con tanta legiferante autorevolezza la lingua della (propria) poesia, da riuscire a rovesciare un’attitudine personale in un gesto di “ribaltamento” espressivo epocale. Dopo di lui, un certo modo capronista di trattare col linguaggio sembra quasi attenere per natura alla sfera morale del fare-poesia. O perlomeno del fare tragicomico in poesia. Con la parola disidratata più recente e più “anarcoide” della sua pluricorde lingua-tastiera Caproni ha indicato una via sempre ancora percorribile, sia pure in negativo, verso l’Ideale, e la perfetta, spirituale inutilità dello slancio mentale che a quell’Ideale si approssima.

Pensando all’ultimo Caproni, di sabato 

I.

Bello, sarebbe, parlarne
con Caproni, quell’uomo-orecchio
assoluto e finissimo (a)teologo
per il quale cosa importa
se Dio esiste oppure no.
Cosa, se è amissibile ogni cosa.
Scritto così: con una m sola.
Per il quale i giochi di parole – io
Dio m’io d’io e altrettali
non sono arguzie da poetastri,
ma gabbie di un pensiero
teso in ascolto dell’anima
del mondo, con il suo diapason
verbale a far da contromossa
al dire vacuo delle cose, che non basta.

II.

Sono profondissime,
le ariette estreme di Caproni.
Ma anche le prime, quasi
giocassero a scherzare il trobar clus
dei nipotini del dio dai piedi alati.
O la facondia dotta dei lettori in cattedra,
dotta, si sa, per occultare il vuoto.
O gli altri, i trapezisti della superficie,
le frasi fatte dei viandanti,
rete in spalla, al passo fulminante della Storia.

Fatalità della poesia. E del Dio – amisso
o non amisso ch’Egli sia (o non sia).

Scheda biobibliografica

Massimo Morasso ( Genova, 1964) è poeta, saggista, narratore, traduttore, critico letterario e d’arte. Nel 2001 ha scritto la «Carta per la Terra e per l’Uomo», un documento di etica ambientale sottoscritto anche da sei premi Nobel per la Letteratura. Tradotto in più lingue, ha pubblicato fra le altre cose il ciclo poetico de Il portavoce (1995-2006), due libri apocrifi nel segno unico dell’attrice Vivien Leigh e una monografia su Cristina Campo. I suoi ultimi libri editi sono Il mondo senza Benjamin (Moretti & Vitali, 2014), L’opera in rosso (Passigli, 2016, Premio Gozzano 2017), Fantasmata (Lamantica, 2017), Rilke feat Michelangelo (CartaCanta, 2017) e American dreams (Interno Poesia editore, 2019).