Mattia Preti, Tobia guarisce il padre cieco, Museo delle Belle Arti, Houston
Mattia Preti, Tobia guarisce il padre cieco, Museo delle Belle Arti, Houston

UNA MUSA PER DUE POETI di SAURO ALBISANI

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Dopo la presunta apostasia di Betocchi circolava nella cerchia degli amici comuni una boutade di Caproni che dietro l’apparenza caustica nascondeva un sottotesto di misericordia intellegibile soltanto a chi avesse avuto in sorte di poter constatare la fraternità del legame fra i due grandi poeti. Raggiunto dalla notizia spiccia e semplicistica della perdita della fede da parte di Betocchi, pare che Caproni esclamasse: “E ora che facciamo? In tanti l’avevamo delegato a credere per tutti noi!”

Va detto innanzitutto che nell’inesauribile letizia che ha accompagnato Betocchi per tanto corso della sua vita è sempre stata presente, e latente, la reminiscenza del pulvis eris e, se questa non sfociava nel pessimismo, era per un’istintiva fede naturalistica nell’assunto che niente si crea e niente si distrugge. D’altra parte, il nichilismo caproniano, al di là dei contenuti, ha sempre testimoniato nella vitalità ritmica e musicale del testo poetico (costantemente incline alla tentazione popolare dell’aria operistica) la propria fede nella religione della vita, tanto più degna d’amore – la vita – quanto più priva, forse, di senso escatologico. Entrambi hanno tentato di abolire l’io, di abdicare all’io: Caproni nella sua fuga visionaria (se non reale, come quella di Tolstoj) dalla domus dell’anima, dallo spazio familiare, quale è descritta nell’indimenticabile Compleanno, la poesia nella quale il transfuga si volta per constatare che nessuno (neanche lui stesso!) si è affacciato alla finestra per un ultimo congedo; Betocchi nell’adesione simpatetica a quel medesimo universalismo ontologico che induce Einstein ormai gravemente malato a dichiararsi solidale con ogni forma vivente al punto da destituire di qualsiasi importanza il principium individuationis della vita individuale.

Ma, paradossalmente, i due amici realizzano totalmente la propria fraternità nel momento in cui, percepita come insostenibile la più disperata teodicea, consacrano la carità come musa comune della loro poesia, al di sopra e al di là d’ogni retribuzione, diretta o indiretta, vetero- o neotestamentaria: laddove Betocchi e Caproni si incontrano nella pratica d’una preghiera laica che contraddice il proprio etimo (pregare è chiedere) è proprio nel segno di una carità che nulla si attende, percepita e vissuta come un vuoto a perdere, dedizione all’esistente e donazione di sé nell’amore per le creature che soffrono, in modo diverso eppure uguale, senza che sia possibile postulare come verosimile una colpa originaria dalla quale dipendano il male e la sofferenza e dalla quale al male e alla sofferenza verrebbero restituiti una dignità e un senso. La carità spogliata del suo abito sacrale, del suo statuto di virtù teologale, è a ben vedere la comune sorgente dell’ultima e più alta poesia di Betocchi e Caproni. Verrebbe voglia di dire brutalmente che vive, anzi sopravvive, in entrambi una carità senza quel Dio al quale Caproni domanda: “perché non esisti?”, quel Dio al quale Betocchi chiede quasi irosamente: “dove mi ti nascondi?”.
Per entrambi, al termine della vita, il numinoso diventa la res amissa, la cosa perduta, la casa dell’essere dalla quale l’uomo si vede e si sente sfrattato. Entrambi sono esuli ma non apolidi, perché avvertono di non aver perduto il diritto di cittadinanza su quella madre terra che è di tutti e di nessuno. Entrambi sono entrati, peregrinando, nell’arido deserto del dolore, ma ne innaffiano le dune. Torna in mente il sempreverde adagio pascaliano secondo il quale il cuore ha delle ragioni che la ragione non comprende. Entrambi sono entrati nel tempo della povertà, ma non sono morti d’inedia spirituale perché si sono cibati di fiori. A entrambi, amatissimi poeti, mi accade irresistibilmente di accostare la figura di Giobbe. Me li immagino anime al cospetto di Dio ammutolire davanti alla medesima domanda biblica del signore della vita: “Dov’eri tu quando ho creato il mondo?”

Credo che sorriderebbero intravedendo non il sentiero della penitenza, non quello del perdono (perché la creatura umana per Betocchi e per Caproni è comunque innocente, nell’ostensione di sé, nell’accettazione del coraggio di vivere che la fa paladina dell’unico vero eroismo, ossia il sacrificio quotidiano), ma piuttosto il sentiero della riconciliazione.
E i cieli nuovi risuonerebbero dell’applauso degli operai cui Betocchi nel cantiere metteva in mano nel giorno della paga con muta solidarietà il magro salario; dei tanti ragazzi ai quali il maestro elementare Giorgio Caproni ha insegnato la divisione sillabica e con essa il segreto del canto.

Scheda biobibliografica

Sauro Albisani (Ronta del Mugello, 1956) ha pubblicato tre libri di poesia: Terra e cenere (2002), La valle delle visioni (2012) e Orografie (2014). Legato da profonda amicizia a Carlo Betocchi, gli ha dedicato due libri: Il cacciatore delle allodole (1989) e Cieli di Betocchi (2006). Formatosi alla scuola teatrale di Orazio Costa Giovangigli, ha scritto e portato in scena numerosi drammi, tra cui Campo del sangue (1987), Il santo inganno (1997), Il roveto ardente (2004), Perché il volo cominci (2004) e Un bagno caldo (2018). Ha pubblicato due libri di riflessione sulla poesia: Ippocrene (1990) e Verso casa (1992) e tradotto in endecasillabi il Vangelo secondo Giovanni (1994).