« Ci sono molti modi, più o meno nobili, di ammazzare il tempo. I più nobili – la lettura, la conversazione ….. non sono i meno faticosi». Così scriveva Eugenio Montale sul Corriere della sera nel 1961, individuando nell’ammazzare il tempo « il problema più grave del nostro tempo ». Solo pochi uomini sono capaci di guardare in faccia « l’odiato fantasma del tempo », quando si spalanca con terrore un vuoto che vanifica ogni senso della vita e pietrifica ogni parola.

Il mezzo più praticato oggi per ammazzare il tempo è la chiacchiera, sia essa mondana, sportiva, politica o “culturale”. Anche la poesia può diventare occasione di chiacchiera. Quante volte, dopo una lettura pubblica, i poeti si ritrovano a chiacchierare in pizzeria contraddicendo con pettegolezzi e maldicenze quanto hanno appena letto … Scrivere recensioni a un poeta da cui ci si aspetta un favore, coltivare l’amicizia con un direttore di collana, trafficare per ottenere un premio letterario diventano lo stile di vita più impoetico immaginabile.

La prima cosa da recuperare è la serietà. Leuché non darà spazio né al « commento » né alla « polemica » (meno che mai di tipo personale!) né al « dibattito ». A parlare sarà la qualità delle poesie e dei saggi pubblicati. Questo non vuol dire che la ricerca di Leuché non sia sostenuta da idee ben precise. Desideriamo esplicitarne almeno tre.

La prima è il rifiuto di subordinare ciò che ispira il poeta all’« impegno » politico, sociale o “culturale”. La poesia nasce dal coraggio di guardare in faccia quel vuoto mostruoso di cui parla Montale, è una scelta esistenziale ed etica che non deve rendere conto del proprio percorso a nessun sistema politico, sociale, religioso o filosofico.

La seconda è la presa di distanza dalla « poesia pura », l’idea cioè che il linguaggio poetico sia pienamente bastante a se stesso e dunque non può accettare nessun tentativo di spiegazione. Quest’ idea negli ultimi decenni ha portato molti poeti a rifiutare di approfondire le implicazioni delle loro poetiche. Noi, invece, riteniamo che un poeta debba essere in grado di dar conto e ragione delle proprie scelte poetiche, stilistiche e lessicali; ciò non può avvenire in modo spontaneo e ingenuo, ma adoperando in modo rigoroso gli strumenti dell’ermeneutica e, in generale, della critica letteraria.

La terza è l’attenzione verso quelle opere narrative, filosofiche, artistiche, musicali e teatrali che arrivano a sconfinare nella poesia. Leuché non è alla ricerca dell’« opera d’arte totale » né ha molto interesse per l’ibridismo culturale. Ogni arte ha un proprio autonomo linguaggio che non può essere mescolato con nessun altro senza approdare a operazioni cerebrali e sterili. Per contro, a partire dal secolo scorso, tutte le volte che un narratore come Borges, un pensatore come Georges Bataille, un artista come Rothko, un regista come Grotowski, un musicista come Béla Bartók, hanno spinto la ricerca ai confini dello specifico della loro arte, non solo si sono trovati molto vicini al mondo della poesia, ma sono stati in grado di fecondarla in modo essenziale.

Siamo ben consapevoli di quanta chiacchiera, di quante inutili parole si ammanti oggi il mondo della cosiddetta comunicazione: aver scelto uno spazio virtuale – il più esposto all’imperio dell’inessenzialità e dell’inautenticità – invece della tradizionale rivista cartacea, è in fondo stato dettato proprio dall’ambizione di confrontarsi con le mitologie della contemporaneità serbando la densità di un pensiero severo e articolato, la dimensione etica della parola, la tensione dialogica della grande letteratura.

Riccardo Emmolo

Giancarlo Pontiggia

Antonio Sichera