Giancarlo Pontiggia

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PER LA POESIA DI ROSARIO MICHELINI

Tra il 1982 e il 1988 ricevetti due raccolte di versi di Rosario Michelini: Diario della memoria felice (Arte Tipografica, Napoli, 1982, tredici fogli staccati senza numerazione di pagina); Di Rimbaud, di te, e d’altre cose (con una premessa di Alessandro La Porta, Gallipoli - Nuovi Orientamenti Oggi, Napoli, MCMLXXXVIII, pp. 84). Del poeta, che immagino napoletano, o almeno campano – come si poteva dedurre dai luoghi delle stampe, ma anche da certi indizi interni ai testi – non si dava alcun cenno biografico; né mi potevano soccorrere più di tanto le poesie, che scorsi rapidamente, forse senza neanche leggerle.

Conversazione con Alessandro Quattrone a cura di Giancarlo Pontiggia

Ho sempre ritenuto il titolo una parte essenziale del libro. Non considero ultimata l’opera se non ne ha uno adeguato. Il titolo per me è una promessa di compattezza. Personalmente lo scelgo sempre dopo aver raggruppato e disposto in sequenza le singole poesie. A struttura ultimata, mi chiedo quale sia il nucleo fondante dell’opera. Quando lo trovo, scarto i testi estranei al titolo del libro o ai titoli delle sezioni.

RILEGGENDO «IL MURO DELLA TERRA » DI GIORGIO CAPRONI di GIANCARLO PONTIGGIA

C’è un bisogno di verità, di verità urgente e drammatica, nella poesia di Caproni, che si radicalizza dai tempi del Congedo del viaggiatore cerimonioso & altre prosopopee (1965) per giungere al suo culmine nelle pagine, irte e dissonanti, del Muro della terra (1975). Un bisogno di pensare la parola nella sua tensione ultima, e dunque con la concitazione di chi sa (o crede) di doversi aprire un varco «a urtoni» (Andantino) nella materia del mondo, e di non poterlo fare con la semplice forza delle idee: quelle idee che (sempre in Andantino) «esplodevano / finendo – vuote – in niente» (con la forte rima semantica mente : niente che colpisce per la sua perentorietà). Questa tensione conoscitiva continuamente frustrata, e continuamente rinnovata nel desiderio, è già presente nel titolo, che è una delle tante citazioni dantesche, a volte criptiche a volte esplicite, che percorrono – ma semanticamente stravolte – l’intera raccolta.

Editoriale

Negli ultimi trent’anni la poesia di Giorgio Caproni ha riscosso consensi sempre più numerosi e convinti. Gli studi e le monografie sono cresciuti in maniera esponenziale, le traduzioni e i convegni si sono moltiplicati sia in Italia che all’estero. Caproni appare come il poeta più importante della seconda metà del Novecento. Negli ultimi tempi sembra che la critica caproniana vada segnando il passo, facendosi ripetitiva e attaccandosi ad aspetti secondari dell’opera. Si indagano gli appunti, si compulsano i libri della biblioteca personale alla caccia di sottolineature e piccole note che possano illuminare temi particolari o vicende personali del poeta. Come se il giudizio complessivo sull’opera fosse ormai scontato e si trattasse solo di sistemare i dettagli. Gli studiosi, infatti, sono unanimi nel considerare apice della poesia di Caproni gli ultimi libri, da Il muro della terra a Res amissa, pervasi dai temi del fallimento della ragione e dell’impotenza della parola poetica.

Editoriale

Leuké» compie il suo secondo passo rimanendo fedele a sé stessa: nessuna uscita sull’intrigo del giudizio militante, nessuna dichiarazione di poetica, nessun astratto dibattito sulla poesia e sui poeti, ma solo riflessione pacata, dialogo amicale, cura della voce perduta e ritrovata, spazio discreto a chi muove i primi passi con autentica umiltà. Resta questo in sintesi il programma a cui restiamo legati, per convinzione e per vocazione.

I colloqui di Elpinti di Giancarlo Pontiggia

Ogni volta che mi capita di leggere Alessandro Ricci, non posso non chiedermi: «dov’eravamo, negli anni in cui pubblicava le sue prime raccolte?; e dove sono, ancora oggi, i lettori di poesia, i recensori, gli editori che continuano a ignorarlo?». Non fosse per le cure di Francesco Dalessandro, dubito che l’opera di questo poeta davvero unico, tra le voci maggiori del secondo Novecento, avrebbe potuto giungere fino a noi, uscire dal limbo in cui è stata come occultata: la postfazione di Stefano Agosti, che non esita – con ragione – a paragonare Ricci a Kavafis, così come il numero monografico che la rivista «Gradiva» sta approntando, potrebbero essere il segnale di una svolta.

Presentazione

‘Non c’era bisogno di un’altra rivista’, si potrebbe dire salutando la sommessa aurora di «Leuké». E si potrebbe dire a ragione, se «Leuké» fosse una rivista, nata da un sodalizio intellettuale ovvero da intenzioni (più o meno marcate) di poetica. In verità, però, il candore che emana dal titolo pavesiano di queste pagine allude ad una radicalità dell’umano che è il punto di irradiazione e di fusione di «Leuké».

La rupe di Giancarlo Pontiggia

A breve distanza dal ciclo di nove poesie intitolato La terra e la morte, fra il 13 e il 28 dicembre Cesare Pavese compone, in rapida successione, Le streghe, La belva e La madre, primo nucleo dei futuri Dialoghi con Leucò. Il nuovo libro nasce sotto l’ossessione del motivo erotico: Circe e Artemide-Selene sono entrambe «signore fatali», entrambe connesse con il mondo arboreo e animale (imbestiatrice di uomini Circe; belva circondata di belve Artemide)