saggi n3

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CAPRONI E IL PROFUMO DEL NULLA di MATTEO VERONESI

In una pagina suggestiva e celebre del De vulgari eloquentia, Dante paragona il volgare ideale (che è, nel contempo, sacratum ydioma, così come la Comedìa è «poema sacro» ― riflessi terreni, cioè, l'uno e l'altra, del dire divino, dell'atto creatore primo ed assoluto in cui forma e sostanza, espressione e pensiero coesistono e coincidono in una sorta di quasi platonica, ormai dissolta e irrevocabile, armonia a priori) alla pantera, belva fascinosa, fuggevole ed insidiosa ― «redolentem ubique et necubi apparentem»: dove il profumo e l'invisibilità, si noti, fondono l'ovunque e il nessun luogo finendo per farli coincidere, per relativizzare e deformare l'idea stessa della polivalente spazialità della Parola ―, di cui, secondo i bestiari medievali, si avverte il profumo, senza che sia possibile riuscire a ghermirla.

SUI Versicoli quasi ecologici DI GIORGIO CAPRONI. ALCUNI APPUNTI di LUIGI SURDICH

I Versicoli quasi ecologici sono un testo che trova la sua collocazione nella raccolta postuma di Caproni, Res amissa (del 1991). Con le difficoltà di sistemazione della struttura del libro (un libro di versi non rispecchiante l’ultima volontà dell’autore) si sono misurati tanto Giorgio Agamben, che ha curato la pubblicazione della raccolta nella sua prima edizione12 e che ha scritto una Prefazione (intitolata Disappropriata maniera, pp. 7-26),13 seguita da una essenziale Nota al testo (pp. 27-31),14 quanto Luca Zuliani, che si è sobbarcato lo spinoso lavoro filologico coronato dall’edizione critica della silloge.

CONSIDERAZIONI SUL CAPRONI ORANTE: «DIO DI BONTÀ INFINITA» di ANTONIO SICHERA

Res amissa è il libro postumo di Caproni, pubblicato in prima battuta nel 1991 da Giorgio Agamben e poi, con alcune variazioni di rilievo, da Luca Zuliani nell’edizione dell’Opera in versi di Caproni apparsa sui Meridiani Mondadori. Al di là delle oscillazioni filologiche, esso appare al lettore come una summa di quel lungo interloquire su Dio che rappresenta il filo rosso della produzione caproniana negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso. Dal mio punto di vista, particolarmente rivelatori sono a tal proposito i testi in cui il poeta livornese sceglie di non parlare ‘di’ Dio ma di parlare direttamente ‘a’ Dio, nella forma vertiginosa dell’orazione, di una preghiera, cioè, formulata in morte Dei.

LO «SCRITTORE IN VERSI» TRA CAOS E FINZIONE di GIANCARLO RUSSO

Da qualunque prospettiva si scelga di partire per osservare o analizzare l'opera di Giorgio Caproni, ogni lettore non può che convergere verso una unanime definizione di atipicità della sua produzione, di singolarità dell'esperienza letteraria, a tal punto che la critica, spesso in difficoltà nel tentativo di ricercare una sintesi efficace, ha preferito ricorrere, agli inizi ma non solo, a una generica definizione di antinovecentismo, un setaccio a maglie troppo larghe per cogliere i tratti distintivi di quella che oggi viene unanimemente riconosciuta come una delle voci poetiche più rappresentative del XX secolo.

RILEGGENDO «IL MURO DELLA TERRA » DI GIORGIO CAPRONI di GIANCARLO PONTIGGIA

C’è un bisogno di verità, di verità urgente e drammatica, nella poesia di Caproni, che si radicalizza dai tempi del Congedo del viaggiatore cerimonioso & altre prosopopee (1965) per giungere al suo culmine nelle pagine, irte e dissonanti, del Muro della terra (1975). Un bisogno di pensare la parola nella sua tensione ultima, e dunque con la concitazione di chi sa (o crede) di doversi aprire un varco «a urtoni» (Andantino) nella materia del mondo, e di non poterlo fare con la semplice forza delle idee: quelle idee che (sempre in Andantino) «esplodevano / finendo – vuote – in niente» (con la forte rima semantica mente : niente che colpisce per la sua perentorietà). Questa tensione conoscitiva continuamente frustrata, e continuamente rinnovata nel desiderio, è già presente nel titolo, che è una delle tante citazioni dantesche, a volte criptiche a volte esplicite, che percorrono – ma semanticamente stravolte – l’intera raccolta.

RITROVARE LA «RES AMISSA» di GIANFRANCO LAURETANO

Basta leggere un po’ per scoprire la gran quantità di fili che collega i poeti, in ogni epoca; verrebbe da dar ragione a quanti credono che la poesia esista in sé, come un ente misterioso che man mano si incarna nelle poesie dell’uno o dell’altro. Ma più semplicemente la poesia è un’arte che predilige il passaggio di mano in mano, da un poeta all’altro, e si nutre di incontri. Esiste non in sé e neppure in virtù di un assoluto personale: il genio è invece la conseguenza di un’osmosi.